Ilaria Cucchi ha querelato Salvini: “Questo signore smetta di fare spettacolo sulla nostra pelle”

 

Ilaria Cucchi

 

 

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Ilaria Cucchi ha querelato Salvini: “Questo signore smetta di fare spettacolo sulla nostra pelle”

Ilaria Cucchi ha querelato Matteo Salvini

“Ora basta. Lo devo a Stefano, a mio padre ma soprattutto a mia madre. Questo signore deve smetterla di fare spettacolo sulla nostra pelle”.

Sono le parole con cui Ilaria Cucchi ha querelato Matteo Salvini per le sue frasi sul fratello Stefano, dopo la condanna dei carabinieri, lo scorso 14 novembre. Ilaria Cucchi ha querelato il leader della Lega per il reato di diffamazione, regolato dall’articolo 595 terzo comma del Codice penale.

In un tweet di Ilaria Cucchi mostra gli atti della querela sporta nei confronti di Matteo Salvini.

La querela è nei confronti di Matteo Salvini, “nonché di chiunque altro venga ritenuto responsabile per i reati di cui all’articolo 595, 3 comma c.p., e per ogni altro reato che la S.V. ravviserà nei fatti esposti, chiedendo che i responsabili vengano perseguiti e puniti a norma di legge, con riserva di costituirsi parte civile nell’instaurando procedimento penale”.

Matteo Salvini, dopo la sentenza di condanna a 12 anni per i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro per l’omicidio di Stefano Cucchi aveva detto: “Se qualcuno ha usato violenza, ha sbagliato e pagherà. Questo testimonia che la droga fa male sempre e, comunque, io combatto la droga in ogni piazza”.

“Che c’entra la droga? Salvini perde sempre l’occasione per stare zitto. Anch’io da madre sono contro la droga, ma Stefano non è morto di droga”, aveva dichiarato Ilaria Cucchi all’indomani delle parole di Salvini, annunciando la querela, che è arrivata puntuale il 22 novembre 2019.

Cile – Daniela Carrasco, l’artista di strada che contestava il regime: violentata, torturata, impiccata ed esposta come un trofeo dalla polizia – No, non è il medioevo, è il FASCISMO…!

 

Daniela Carrasco

 

 

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Cile – Daniela Carrasco, l’artista di strada che contestava il regime: violentata, torturata, impiccata ed esposta come un trofeo dalla polizia – No, non è il medioevo, è il FASCISMO…!

Violentata, torturata e impiccata, il caso di Daniela Carrasco scuote il Cile: “È stata la polizia”

Il rapporto del medico legale dice che Daniela si è suicidata. Ma i canali femministi cileni stanno diffondendo un’altra versione

Cosa è successo a Daniela Carrasco?
Daniela aveva 36 anni ed era un’artista di strada che operava soprattutto nel quartieri periferici di Santiago del Cile. Era conosciuta da tutti come ‘El Mimo’. Era, perché Daniela è stata trovata impiccata.
Nelle scorse settimane, Daniela aveva preso parte alle proteste che da circa un mese infiammano il Cile, con violenti scontri tra i manifestanti contro il caro vita imposto dall’amministrazione del presidente Pinera, e la polizia. Sono tantissime le testimonianze che riportanto estreme violenze da parte delle forze dell’ordine e le denunce contro il governo e i media, accusati di stare nascondendo al resto del mondo la realtà degli scontri.
Sebbene i rapporti del medico legale parlino di morte per soffocamento e l’ipotesi del suicidio è quella ufficialmente portata avanti dalla polizia, il collettivo femminista Ni Una Menos sostiene che Daniela – che è stata vista l’ultima volta lo scorso 19 ottobre, nel giorno in cui è scoppiata la protesta per il rincaro dei prezzi della metropolitana – sia stata rapita dai carabineros, violentata, torturata e in seguito uccisa. Sui social gira questa versione che sta cominciando a prendere piede ma al momento il National Institute of Human Rights (Nhri) non ha ricevuto nessun reclamo formale.
Nei giorni immediatamente successivi alle proteste, molti canali femministi cileni avevano denunciato che la polizia stava effettuando violenze sessuali sulle donne catturate.

Sì ad Almirante, no a Gaber: Verona intitola una via al segretario MSI e non al cantautore… È ufficiale, siamo tanto coglioni da esserci dimenticati le porcherie del fascismo!

 

fascismo

 

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Sì ad Almirante, no a Gaber: Verona intitola una via al segretario MSI e non al cantautore… È ufficiale, siamo tanto coglioni da esserci dimenticati le porcherie del fascismo!

Fare due scelte in palese contrapposizione tra loro, provare a dare una spiegazione tecnica che, però, smentisce entrambe le versioni. A Verona è andato in scena un vero e proprio caos sulla toponomastica, tra decisioni ambigue che lasciano trasparire un chiaro valore politico, nonostante i tentativi di motivare diversamente questa decisione presa da parte della giunta di Centrodestra guidata dal sindaco Federico Sboarina. Il sì alla dedica a Giorgio Almirante, e il no a Giorgio Gaber.

Partiamo da Giorgio Gaber. Nelle motivazioni che hanno portato a dire no all’intitolazione di una via (o una piazza) all’eclettico cantautore milanese scomparso nel 2003 c’è scritto: «Mancanza di legame con il territorio». E la maggioranza nella giunta veronese ha detto che questo sia un paletto ineluttabile per l’assegnazione di un riconoscimento toponomastico. Tutto vero? Assolutamente no. Nell’articolo otto del Regolamento comunale per la Toponomastica c’è scritto altro: «I nuovi nomi da assegnare dovranno essere costituendo la dedica testimonianza dello sviluppo materiale e civile, legati a fatti, personaggi ed avvenimenti sociali, culturali e politici della storia cittadina, nazionale o internazionale».

Almirante sì, Gaber no: la scelta toponomastica di Verona

Il nome di Giorgio Gaber, dunque, non poteva essere escluso proprio seguendo questo regolamento. Anche perché, poco prima, era stato dato parere favorevole dalla Commissione veronese all’intitolazione di una via a Giorgio Almirante, storico segretario del Movimento Sociale Italiano (MSI) morto nel 1988. Anche lui, come il cantautore milanese, non ha alcun legame con la città di Verona. Quindi, se fosse vero il principio citato dalla maggioranza, neanche lui potrebbe essere insignito con una dedica toponomastica.

«Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra»

La scelta, dunque, non può che essere politica. La decisione di intitolare una strada a Giorgio Almirante, seppur discutibile, è legittima. Così come lo sarebbe stato nel caso di Giorgio Gaber. Ma, anche in questo caso, gli ideali politici hanno avuto la meglio sulla memoria. Ed era proprio il cantautore a chiedersi «Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra». Ora la risposta è arrivata, proprio nel suo nome.

 

 

fonte: https://www.giornalettismo.com/almirante-gaber-verona/

Ancora una figura di M…. storica per la Meloni. Va alla Camera, non trova nessuno e parte l’idea geniale: denunciare l’assenza su Instagram. Peccato che il giovedì si lavori al piano superiore, alle Commissioni. Ma solo un’assenteista cronica come la Meloni non lo sa…!

 

 

figura di M

 

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Ancora una figura di M…. storica per la Meloni. Va alla Camera, non trova nessuno e parte l’idea geniale: denunciare l’assenza su Instagram. Peccato che il giovedì si lavori al piano superiore, alle Commissioni. Ma solo un’assenteista cronica come la Meloni non lo sa…!

Chi di selfie ferisce (o vorrebbe ferire), di gaffe perisce. Giovedì mattina Giorgia Meloni si è presentata a Montecitorio, luogo a lei deputato per via della sua carica parlamentare. Una volta entrata nel famoso Transatlantico, quel lungo corridoio arredato a mo’ di salotto dove passano tutti i deputati della Camera, ha visto il vuoto e il silenzio. «C’è nessuno?», si sarà chiesta la leader di Fratelli d’Italia citando la particella di sodio di una famosa pubblicità. Ma nessuna risposta. Allora l’idea geniale: denunciare l’assenza di tutti su Instagram. Peccato che, come da calendario, il giovedì mattina (la fotografia è stata pubblicata sul suo canale social intorno alle 10) sia dedicato al lavoro nelle Commissioni.

Ecco spiegato quell’assordante silenzio nel Transatlantico denunciato da Giorgia Meloni. Ma, forse, la leader di FdI non lo sapeva. E allora ha fatto partire l’attacco: «Ops, transatlantico deserto. Perché oggi non si vota e a chi manca non decurtano lo stipendio e non viene segnata come assenza. Tutti a casa di giovedì i moralizzatori grillini? Dai mi sento sola venite a farmi compagnia, assenteisti! Capito perché il M5S ha bocciato la proposta di Fratelli d’Italia per fare timbrare il cartellino ai parlamentari?».

E a sottolineare la gaffe di Giorgia Meloni è stato anche il deputato del Movimento 5 Stelle Paolo Giuliodori che, prima di spiegare alla leader di FdI cosa accade il giovedì mattina a Montecitorio, ricorda la sua percentuale di assenze.

«Ciao Giorgia, io cambierei chi ti gestisce il calendario altrimenti non si spiega il tuo 27% di presenze in aula – ha scritto Paolo Giuliodori rispondendo al post Instagram della leader di FdI -. Se vuoi lavorare ci trovi al quarto piano di Montecitorio, nelle varie Commissioni». Game, set. Match.

Anche il sindaco di Sesto San Giovanni (Forza Italia) rifiuta la cittadinanza onoraria per Liliana Segre… Forse quando capiremo che questo significa schierarsi apertamente dalla parte di chi gli ebrei li bruciava, sarà troppo tardi!

 

Liliana Segre

 

 

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Anche il sindaco di Sesto San Giovanni (Forza Italia) rifiuta la cittadinanza onoraria per Liliana Segre… Forse quando capiremo che questo significa schierarsi apertamente dalla parte di chi gli ebrei li bruciava, sarà troppo tardi!

Dare la cittadinanza onoraria ad una reduce dell’olocausto è solo un atto simbolico, è schierarsi contro certi orrori. Ma anche rifiuitarla è un simbolo. E’ lo schierarsi apertamente, senza se e senza ma, dalla parte di chi gli ebrei li bruciava. Insomma dalla parte della peggiore feccia che l’umanità sia mai riuscita a partorire. E questo è la destra Italiana!

Cittadinanza onoraria a Liliana Segre, Sesto San Giovanni dice di no alla proposta del M5s

Il consiglio comunale di Sesto San Giovanni ha deciso di bocciare la proposta avanzata dal M5s di dare la cittadinanza onoraria alla senatrice a vita Liliana Segre.

La mozione appoggiata dal Pd è stata considerata dal sindaco Di Stefano una strumentalizzazione politica: “La senatrice a vita non ha nulla a che fare con la storia della nostra città”

C’è altro da aggiungere?

 

Ilaria Cucchi asfalta Salvini: “Lui è contro la droga? Benissimo, condivido. Ma sono contraria anche alle truffe ai danni dello Stato e ai rimborsi fasulli a spese di cittadini normali come me che pagano le tasse e non hanno 80 anni per mettersi in pari”.

 

Ilaria Cucchi

 

 

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Ilaria Cucchi asfalta Salvini: “Lui è contro la droga? Benissimo, condivido. Ma sono contraria anche alle truffe ai danni dello Stato e ai rimborsi fasulli a spese di cittadini normali come me che pagano le tasse e non hanno 80 anni per mettersi in pari”.

Anche questa sera a Modena, in uno dei suoi appuntamenti elettorali per la tornata amministrativa in Emilia-Romagna, Matteo Salvini è tornato sulla querela che Ilaria Cucchi ha sporto nei suoi confronti per le sue parole sulla droga, dopo la sentenza di condanna a 12 anni per due carabinieri in seguito al processo per la morte di Stefano Cucchi. «Evidentemente, ci vedremo in tribunale» – ha tagliato corto Salvini, affermando di aver espresso la propria solidarietà alla famiglia in passato e invitando Ilaria Cucchi al Viminale.

Ilaria Cucchi blasta Matteo Salvini sui 49 milioni

Ma nel pomeriggio era stata la stessa Ilaria Cucchi a parlare ancora una volta di Matteo Salvini, spiegando la sua posizione e le motivazioni che l’hanno spinta a querelare il leader della Lega. «Lui è contro la droga? – ha detto la sorella di Stefano Cucchi – Benissimo, condivido. Ma sono contraria anche alle truffe ai danni dello Stato e ai rimborsi fasulli a spese di cittadini normali come me che pagano le tasse e non hanno 80 anni per mettersi in pari».

Il riferimento fatto da Ilaria Cucchi è esplicito e riguarda la confisca di beni per 49 milioni di euro alla Lega e al pagamento dilazionato in 80 anni (ciascuna con il relativo pagamento di 600mila euro) per le vicende legate alla gestione dei fondi da parte dell’ex segretario Umberto Bossi e dell’ex tesoriere Belsito. Ilaria Cucchi ha risposto con questa battuta all’attacco di Matteo Salvini che aveva fatto alcuni confronti con l’atteggiamento di chi, come la famiglia sinti dei Casamonica, gli rivolge delle minacce e degli attacchi, non soltanto attraverso i social network.

 

Come la Lega per anni ha fatto pagare agli italiani le spese per i propri dipendenti…

 

Lega

 

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Come la Lega per anni ha fatto pagare agli italiani le spese per i propri dipendenti…

Da Fanpage:

Come la Lega ha per anni fatto pagare agli italiani le spese per i propri dipendenti, utilizzando le risorse dei gruppi regionali. Una spesa che, solo per la regione Lombardia si attesterebbe sui 7 milioni di euro. Ecco il racconto a Fanpage.it di una fonte che ha lavorato con i vertici del Carroccio.

Decine di dipendenti della Lega retribuiti per almeno quindici anni con soldi pubblici, invece che con quelli del partito. Stipendi sborsati dai gruppi regionali per pagare persone che in Regione non mettevano piede. Un meccanismo che ha fatto risparmiare parecchi milioni di euro alla Lega e di cui avrebbero beneficiato diversi volti noti dell’attuale parlamento italiano. Come Raffaele Volpi, il deputato leghista di recente nominato presidente del Copasir, l’organo parlamentare preposto a controllare l’operato dei servizi segreti italiani.

Lo racconta a Fanpage.it una fonte che ha lavorato fino al 2017 all’interno dell’amministrazione del partito, per anni a stretto contatto con i suoi massimi dirigenti. Ce lo ha assicurato dandoci prova dei suoi contatti con i vertici della Lega, e chiedendoci di rimanere anonima per paura di possibili ritorsioni. L’escamotage sarebbe stato introdotto nel 2003, quando in Lombardia c’era l’attuale vice segretario federale Giancarlo Giorgetti e usato in forma diversa, anni dopo, anche dal leader leghista Matteo Salvini. La fonte dice di sapere queste cose perché riferitegli «direttamente da Giorgetti, oltre che da vari dipendenti del partito».

Il trucco per utilizzare i fondi dei gruppi
I gruppi regionali, detti anche gruppi consiliari, esistono in tutte le regioni. La legge prevede che siano finanziati con soldi pubblici, provenienti per lo più dalle imposte pagate dai cittadini. Di quanto parliamo? La Lega nel quinquennio 2013-2017 ha incassato contributi pubblici per circa mezzo miliardo di euro. E questo solo considerando la regione Lombardia; per conoscere il totale andrebbero aggiunti quelli ottenuti dalle altre Regioni dove il Carroccio ha un gruppo. Tutto dipende dal numero di consiglieri regionali eletti: più un partito ne ha, più ha diritto di incassare. La legge pone però dei limiti. Dice che questi soldi possono essere spesi esclusivamente per l’attività del gruppo regionale, non per quella del partito: «I gruppi consiliari non possono utilizzare, neppure parzialmente, i contributi erogati dal Consiglio regionale per finanziare direttamente o indirettamente le spese di funzionamento degli organi centrali e periferici dei partiti». Ma è proprio questo che avrebbe fatto la Lega a partire dal 2003 e fino almeno alla fine del 2017: usare soldi pubblici per pagare i propri dipendenti.

Il trucco sarebbe stato inaugurato nel 2003, poco dopo l’elezione di Giorgetti a segretario regionale della Lega in Lombardia. «Un giorno», racconta la fonte, «Giorgetti mi disse: “Cerchiamo di scaricare un po’ di costi nostri sul gruppo regionale: facciamo figurare che il gruppo assume del personale che in realtà lavora qui da noi in Lega”». Così il partito più forte d’Italia avrebbe iniziato a far pagare i suoi dipendenti da tutti i cittadini italiani, leghisti e non leghisti. Ai dipendenti andava bene, perché l’alternativa era quella di fare i collaboratori a progetto della Lega: così invece risultavano dipendenti della Regione, con cinque anni di contratto assicurato.

«Ricordo che Giorgetti chiedeva al presidente del gruppo regionale della Lega in Lombardia, che all’epoca era Stefano Galli, quanti soldi aveva a disposizione per pagare il personale che lavorava in via Bellerio. In funzione di questo c’erano molti dipendenti che venivano pagati dal gruppo regionale, ma che in realtà lavoravano in sede. Gente che stava da mattina a sera in via Bellerio per svolgere compiti che nulla avevano a che fare con l’attività del gruppo regionale. Erano persone che seguivano le attività dei vari sindaci sparsi sul territorio, gli enti locali, organizzavano le feste di Pontida o di Venezia, tutto questo genere di attività. Io ero lì, le vedevo tutti i giorni al lavoro. È andata avanti in questo modo per molti anni, almeno fino al 2017, dopodiché non so, perché da allora non faccio più parte del partito. Di certo in tutti quegli anni la Lega Lombarda aveva solo un dipendente ufficiale, mentre tutti gli altri erano a carico del gruppo regionale».

Considerando solo la Lombardia, stiamo parlando di almeno 15-20 persone. Ma il trucco è stato adottato anche in altri consigli regionali. Secondo la fonte interna al partito, infatti, «questo metodo veniva usato sicuramente anche in Piemonte: avevo dei contatti lì e so che c’era questa cosa. Non ho certezza che avvenisse anche in altre regioni, so per certo solo di Lombardia e Piemonte».

L’era Salvini
Dopo dieci anni Giorgetti lascia la guida della sezione lombarda del partito. Gli succede Salvini. È il giugno del 2012, di lì a poco la Lega verrà travolta dal processo per i rimborsi elettorali usati per pagare le spese di Umberto Bossi e della sua famiglia, la laurea del Trota in Albania, gli investimenti in Tanzania e a Cipro fatti dall’allora tesoriere Francesco Belsito. Vicende che hanno portato alla condanna per truffa ai danni dello Stato del fondatore del Carroccio e dello stesso Belsito (poi prescritti), aprendo la strada al sequestro (tentato) dei 48,9 milioni di euro e all’avvicendamento che avrebbe portato, un anno e mezzo dopo, all’incoronazione di Salvini a leader assoluto del partito.

Giugno 2012, dunque. L’ex comunista padano inizia la sua scalata al vertice ottenendo il posto che fu di Giorgetti: segretario della Lega Lombarda, la sezione più importante del partito. Che succede con il trucco dei dipendenti pagati con soldi pubblici? «Poco dopo l’arrivo di Salvini», racconta la fonte, «una persona face causa di lavoro alla Lega Lombarda denunciando proprio quello: che lui aveva il contratto con la Regione Lombardia ma in realtà lavorava per il partito. Salvini decise perciò di mascherare un po’ la cosa. Mantenne i vari contratti con il gruppo regionale, ma iniziò a fare andare le persone due giorni alla settimana in Regione e gli altri tre in via Bellerio. In questo modo i vari dipendenti facevano presenza in Regione, presso il gruppo Lega, timbravano il cartellino e poi tornavano in via Bellerio».

«Io non ho i contratti di queste persone», dice la fonte, «ce li hanno i gruppi regionali di Lombardia e Piemonte. Ma ero in via Bellerio, ho visto che queste persone fino al 2003 sono state pagate da noi e poi, pur continuando a lavorare lì, hanno smesso di ricevere lo stipendio dalla Lega». L’accusa è pesante. Parliamo di soldi pubblici. Tanti. Secondo la fonte gli stipendi erano in media di 1700-2000 euro netti al mese, e il sistema sarebbe andato avanti dal 2003 ad almeno la fine del 2017. In totale fanno circa 7 milioni di euro, considerando solo i 15-20 dipendenti leghisti pagati dai contribuenti lombardi. In qualche caso parliamo di persone oggi molto influenti. Non solo Giorgetti e Salvini, che il trucco l’avrebbero utilizzato per far risparmiare soldi al partito, ma anche Raffaele Volpi, che il meccanismo l’avrebbe in qualche modo subìto. «Una decina di anni fa era responsabile degli enti locali della Lega, ma era pagato dal gruppo regionale in Lombardia», assicura la fonte. Volpi è oggi uno dei massimi dirigenti della Lega. Siede alla Camera da tre legislature consecutive. È stato scelto da Salvini per portare il suo progetto di Lega al Sud. A inizio ottobre è stato eletto per uno degli incarichi più delicati del parlamento: presidente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, quello che dovrebbe monitorare l’attività dei nostri servizi segreti. È vero che mentre svolgeva il ruolo di responsabile degli enti locali della Lega veniva pagato dal gruppo regionale in Lombardia?  Volpi non ha risposto alle nostre domande di chiarimento. Lo stesso vale per Galli, Giorgetti e Salvini.

continua su: https://www.fanpage.it/politica/come-la-lega-ha-pagato-decine-di-propri-dipendenti-con-i-soldi-degli-italiani/
http://www.fanpage.it/

 

Povero Salvini, povera Meloni, poveri Tg… Venezia, un disastro di tale portata e nemmeno una “Virginia Raggi” a cui dare la colpa…!

 

Venezia

 

 

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Povero Salvini, povera Meloni, poveri Tg… Venezia, un disastro di tale portata e nemmeno una “Virginia Raggi” a cui dare la colpa…!

Il Mose, che doveva costare 3,5 miliardi e proteggere Venezia dall’acqua alta, dopo 20 anni di lavori ci costa il doppio e non serve ad un cazzo. Un po’ quello che diremo fra vent’anni della TAV…

Vedere in tv il presidente regione Veneto Zaia in merito al disastro Venezia, snocciolare dati e SOLUZIONI dopo 30 anni di governo della Lega mentre SALVINI da mesi ulula alla Raggi dimettiti, fa solo venire il vomito…

Dalle ultime dichiarazioni del presidente della regione Veneto Zaia, sembra di capire che non sa perché il Mose di Venezia non funziona. Il presidente della Regione Veneto, che è lì da svariati anni, non sa che i lavori per concludere il Mose sono fermi. Non sa che oggi manca l’ultima tranche del finanziamento, 200 milioni, per concludere i lavori nel 2021-2022.  Non sa che il progetto Mose è da qualche anno competenza del governo a causa del commissariamento per una certa storiella che proprio non riesce a ricordare… Storiella che riguarda un certo Giancarlo Galan, decaduto dalla carica di parlamentare in seguito al patteggiamento della condanna sul processo Mose a due anni e 10 mesi di reclusione, oltre al pagamento di 2,6 milioni di euro di multa.

Galan era presidente della Regione Veneto… e indovinate chi era il suo vicepresidente? Sì, proprio Luca Zaia.

La Lega governa da oltre 20 anni e oltre gli scandali dimentica che la regione, Venezia ed il mose li hanno inaugurata i suoi…

In tutto questo Salvini, non potendo dare la colpa agli immigrati tace o dopo qualche mojito annuncia “Questa città grida aiuto, bisogna completare il Mose al più presto”, anche lui dimenticando di stare a governare questa regione da 20 anni…

Ovviamente c’è la Meloni. Un anno fa dichiarava “Il mose va finito, con 4 mesi di reddito cittadinanza lo paghi” dimenticando, ovvero facendo finta di dimenticare, che gli Italiani il mose lo avevano già pagato, anche profumatamente, ma che i soldi se li sono fottuti i suoi compagni di governo… Poi il silenzio…

Anche Silvio Berlusconi, con la faccia da culo che lo contraddistingue, ha detto la sua: “Uno scandalo che il Mose non sia stato ancora messo in funzione. Ha pesato la contrarietà del M5S e in particolare del precedente ministro Toninelli” …cioè i suoi si sono fottuti i soldi, ma la colpa è dei cinquestelle…!

Ed in tutto questo, i Tg col cacchio che ci spiegano chi sono i delinquenti responsabili di tutto…

Ah, ci fosse almeno una “Virginia Raggi” a cui dare la colpa…!

Leggiamo Francesco Erspamer:

Berlusconi e i berlusconiani (incluso Galan, per 15 anni presidente della Regione Veneto e condannato per corruzione proprio in riferimento alla costruzione del Mose) e i loro alleati leghisti, imputano al M5S l’inondazione di Venezia. E approfittano biecamente delle sofferenze della popolazione e dei danni al patrimonio artistico per chiedere procedure di emergenza che diminuiscano i controlli e favoriscano sprechi e mazzette.
Ovvio: sono i partiti della Casta, dei rampanti e del consumismo come unico scopo dell’esistenza; finché ci sarà qualcosa da sfruttare o depredare lo faranno e chissenefrega dei posteri tanto non votano alle prossime elezioni.

Ovvio anche che i loro giornali spaccino le loro clamorose menzogne come dati di fatto e che la stampa cosiddetta indipendente, tipo il “Fatto quotidiano”, le discutano ma sempre dando ad esse credibilità e in sostanza legittimandole.

Invece, delle responsabilità della destra, che governa il Veneto ininterrottamente dalla fine del fascismo (è una regione che è stata “bianca”, poi “blu” e adesso “verde”), si parla solo su blog che non legge nessuno o a mezza voce, come se si trattasse di un’opinione uguale a qualsiasi altro. È questo il vero problema: non la disinformazione dei liberisti ma la totale assenza di una controinformazione degli antiliberisti e del M5S in particolare.

Meglio dunque ricordare che in un sistema liberista:
1) ciascuno può dire quello che gli pare senza subirne le conseguenze; la libertà individuale è sacra mentre le responsabilità collettive sono inesistenti e il bene comune un concetto dimenticato come quelli di onore, dignità, solidarietà, onestà;
2) chi ha soldi possiede o controlla l’informazione e quindi la sua propaganda raggiunge e convince molte più persone rispetto a chi sostiene posizioni opposte ma non è ricco o non ha il sostegno delle lobby;
3) è di conseguenza inutile lamentarsi per l’assenza di una stampa obiettiva, di istituzioni “super partes” e di un popolo capace di informarsi malgrado le difficoltà e desideroso di valutare gli eventi razionalmente;
4) no, non è che non ci siano fatti ma solo interpretazioni, come sosteneva provocatoriamente Nietzsche; è che le interpretazioni vincenti sono fatti.

La conclusione è che un sistema liberista e liberal lo si deve contrastare e lo si può sconfiggere solo a livello mediatico, investendo in questa battaglia tutte le proprie energie e risorse. Dopo averlo annientato si potranno ricostruire le regolamentazioni anti-trust e i codici deontologici che in futuro proteggano il pluralismo e impediscano il monopolio del denaro; e si tornerà allora a fare politica e a basare la democrazia sul confronto fra diversi programmi o ideologie, nel rispetto di leggi garantite da istituzioni sufficientemente neutrali. In questo momento si tratta soltanto di prevalere con qualunque mezzo, come in guerra. Perché per i liberisti è una guerra e far finta di non capirlo significa perderla nel modo peggiore, cioè senza combatterla.

Caso Cucchi, Salvini: “Questo caso testimonia che la droga fa male sempre” …ma probabilmente si riferiva alla droga che lui aveva assunto quando diceva “Ilaria Cucchi mi fa schifo, si vergogni”

 

Cucchi

 

 

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Caso Cucchi, Salvini: “Questo caso testimonia che la droga fa male sempre” …ma probabilmente si riferiva alla droga che lui aveva assunto quando diceva “Ilaria Cucchi mi fa schifo, si vergogni”

Salvini non chiede scusa…

Il leader della Lega: “Non posso chiedere scusa per eventuali errori altrui”

“Se qualcuno lo ha fatto è giusto che paghi, sono vicinissimo alla famiglia e ho invitato la sorella al Viminale, questo testimonia che la droga fa male sempre e comunque”.

Così Matteo Salvini si pronuncia oggi sul caso Cucchi.

“Non posso chiedere scusa per eventuali errori altrui – aggiunge Salvini, incalzato da un cronista che gli ricorda di aver attaccato Ilaria Cucchi – Devo chiedere scusa anche per il buco dell’ozono?. Per quel che mi riguarda, come senatore e come padre, combatterò la droga, posso dirlo?”, aggiunge ancora. “Se qualcuno ha sbagliato paga; in divisa e non in divisa. Punto. Fatemi aggiungere: io sono contro lo spaccio di droga sempre e comunque”, conclude Salvini.

Ma forse si riferisce alla droga che lui aveva assunto quando diceva “Ilaria Cucchi mi fa schifo, si vergogni”…

“Capisco il dolore di una sorella che ha perso il fratello, ma quel post mi fa schifo. Ci sarà un 1% tra chi porta la divisa che sbaglia e deve pagare. Anzi, deve pagare doppio perché porta la divisa. Ma io sto sempre e comunque con polizia e carabinieri. E averne di polizia e carabinieri, come quelli che abbiamo in Italia. La sorella di Cucchi si dovrebbe vergognare, per quanto mi riguarda”.

Così il leader della Lega, Matteo Salvini, ospite de La Zanzara (Radio24) parlava nel gennaio 2016

 

L’olocausto che nessuno ricorda – 15 dicembre 1943 – Quando Himmler ordinò lo sterminio degli zingari

 

 

zingari

 

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L’olocausto che nessuno ricorda – 15 dicembre 1943 – Quando Himmler ordinò lo sterminio degli zingari

Porrajmos, quando Himmler ordinò lo sterminio degli zingari

Porrajmos significa ‘grande divoramento’: 500 mila rom sono stati sterminati dai nazisti. Nel 1943 Himmler ordinò che andassero nei lager. Tra il 2 il 3 agosto 1944 Hitler ordinò la loro morte

Questa è la storia di uno sterminio poco conosciuto e che tanti e per tanti anni hanno cercato di cancellare.

Il capo delle Ss, Heinrich Himmler, il 15 novembre del 1943 ordina che gli zingari vengano messi “allo stesso livello degli ebrei e posti nei campi di concentramento.

La Germania nazista si connota per il suo manifesto antisemitismo, che si concluderà tragicamente con lo sterminio di oltre sei milioni di ebrei: la Shoah. Con loro furono perseguitate altre minoranze: oppositori politici, pericolosi delinquenti, omosessuali, fondamentalisti cristiani e gli zingari.

Bisogna precisare che il termine zingaro è dispregiativo e cancella il vero significato del nome rom che significa “uomo”.
Tutti conoscono la parola Shoah quasi nessuno Porrajmos, il grande divoramento: lo sterminio degli zingari. La stima è di 500.000 uccisi dai nazisti. Una popolazione pari agli abitanti di Firenze ma che non compare in nessun libro di storia, come il genocidio degli armeni all’inizio del ‘900.

«Migliaia di donne, uomini e bambini», ha detto Papa Benedetto XVI, durante l’udienza riservata alle etnie rom, nel 2011, «sono stati barbaramente uccisi nei campi di sterminio. È stato – come dite voi – il Porrajmos, il “Grande Divoramento”, un dramma ancora poco riconosciuto e di cui si misurano a fatica le proporzioni, ma che le vostre famiglie portano impresso nel cuore».

La Germania di Hitler aveva ereditato e rilanciato un’intolleranza verso gli zingari di antichissima data e diffusa tra la popolazione. Furono sottoposti a leggi speciali e durissime, motivate con la necessità di prevenire e reprimere la criminalità e la delinquenza sociale. Nel 1899 a Monaco di Baviera fu istituita la Zingeunerpolizeistelle, cioè un apposito ufficio di polizia con compiti specifici di controllo degli zingari, ribattezzato nel 1926 in “Ufficio Centrale per la lotta alla piaga gitana”.

In Italia le leggi razziali del 1938 non colpirono solo gli ebrei ma anche la comunità zingara. Su questo versante il silenzio storico è assordante. I rom internati furono circa 25.000, gli ebrei 7.000. L’internamento dei rom e sinti in Italia obbediva agli ordini emanati l’11 settembre 1940 dal capo della polizia Arturo Bocchini.

Le cifre, e l’estensione geografica della deportazione e persecuzione zingara sono impressionanti: Romania 300.000; Russia 200.000; Ungheria 100.000; Slovacchia  80.000; Serbia 60.000; Polonia 50.000; Francia 40.000; Croazia 28.500; Italia 25.000; Germania  20.000; Boemia 13.000; Austria 6.500; Lettonia  5.000; Estonia e Lituania 1.000 1.000; Belgio e Olanda 500; Lussemburgo 200.

Dal 1933, data dell’ascesa al potere del nazismo, il regime sviluppò una politica repressiva contro gli zingari in tre direzioni ascendenti: 1933–1937, si intensificarono le misure vessatorie e di controllo; 1937–1940, si svilupparono rigorosi controlli contro la delinquenza, il vagabondaggio e l’asocialità; infine, 1940–1943, si estesero le leggi razziali anche verso gli zingari.

Il 16 dicembre 1942 Himmler firmò l’ordine di internare gli zingari ad Auschwitz, insieme alle prostitute. Tutti avrebbero avuto sul petto un triangolo nero e una Z cucita sul vestito. Nel processo di Norimberga Gerrit H. Nales, un olandese internato nel campo di Natzweiller disse: «Siamo stati testimoni del loro arrivo al campo di Natzweiller in condizioni spaventose, durante una tempesta di neve. Malmenati dalle SS, battevano i denti per il freddo, vestiti com’erano soltanto di una giacca a righe di stoffa autarchica. Avevano viaggiato per parecchi giorni soffrendo il freddo e la fame».

La notte del 2 agosto 1944, un delirante comunicato di Hitler ordinò l’immediata eliminazione di tutti gli zingari.

fonte: https://www.globalist.it/culture/2017/01/27/quando-himmler-ordino-lo-sterminio-degli-zingari-211005.html