Sesso con bambini in cambio di cibo: nessun processo ai soldati francesi in missione in Africa, ma per questi pezzi di me… i “VOMITEVOLI” siamo noi…!

 

soldati francesi

 

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Sesso con bambini in cambio di cibo: nessun processo ai soldati francesi in missione in Africa, ma per questi pezzi di me… i “VOMITEVOLI” siamo noi…!

 

Sesso con bambini in cambio di cibo: nessun processo ai soldati francesi in missione in Africa
I magistrati hanno respinto la causa perchè contro di loro ci sono solo le testimonianze dei minori

Nessun processo perché «le uniche testimonianze che si hanno sono i racconti dei bambini, senza altre prove indipendenti». È questa la motivazione data dai magistrati l’Oltralpe che hanno respinto una causa contro almeno 13 soldati francesi in missione di pace nella Repubblica Centrafricana, accusati di abusi sessuali nei confronti di minori africani, «ripagati» con razioni di cibo e beni di prima necessità.

Una inchiesta che ha imbarazzato la Francia, così come le Nazioni Unite – anche se, all’epoca dei fatti, gli uomini non stavano lavorando per i Caschi Blu -, come ora sta imbarazzando la decisione a non procedere.

Le accuse sono gravissime: sei bambini, di età compresa tra i 9 e i 13 anni, hanno descritto gli abusi subiti dai soldati nel campo profughi dell’aeroporto internazionale di Bangui M’Poko, capitale della Repubblica Centrafricana, da dicembre 2013 al giugno 2014. Quattro hanno raccontato di essere stati fisicamente abusati mentre altri due di aver assistito agli abusi, in cambio di cibo e altri regali.

La notizia, riportata da Reuters, e ancor prima dal New York Times, ricostruisce una vicenda inquietante, con tanto di commissioni d’indagine e informative passate da scrivania a scrivania, e tenute sotto il massimo riserbo. A portare alla luce il caso è stata l’associazione Aids Free World, che ha fornito al quotidiano britannico The Guardian copia di quei documenti nell’aprile del 2015.

I giudici hanno completato la loro revisione delle accuse lo scorso 20 dicembre e ora hanno ufficialmente annunciato che non porteranno avanti le accuse contro i soldati francesi perché «alcune testimonianze sono state giudicate incoerenti» e «non c’è modo per confermare le accuse», anche se «non si può escludere che gli abusi hanno avuto luogo».

Paula Donovan di Aids Free World ha reagito con rabbia alla notizia: «Questa è una farsa – riporta il Ny Times -. Se dei soldati africani avessero abusato sessualmente di ragazzini parigini l’indagine non si sarebbe conclusa sino a quando ogni autore non fosse stato messo dietro le sbarre». Intanto l’ong Ecpat ha detto a Reuters che non esclude la possibilità di fare appello alla decisione dei magistrati.

tratto da: http://www.lastampa.it/2018/01/15/esteri/sesso-con-bambini-in-cambio-di-cibo-nessun-processo-ai-soldati-francesi-in-missione-in-africa-hQvqQR2npUpKvakKuxBbZI/pagina.html

San Marino – Soccorsi negati a una ragazza ferita: “Prendono solo i sanmarinesi, gli altri possono anche morire!” …La strana indignazione di un popolo che dice “prima gli italiani”, facendo crepare gente in mare ed ha un vicepremier che plaude al medico che rifiuta le cure ad un negro…

 

San Marino

 

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San Marino – Soccorsi negati a una ragazza ferita: “Prendono solo i sanmarinesi, gli altri possono anche morire!” …La strana indignazione di un popolo che dice “prima gli italiani”, facendo crepare gente in mare ed ha un vicepremier che plaude al medico che rifiuta le cure ad un negro…

 

Da Repubblica.it:

Scoppia un caso: l’Ospedale di San Marino rifiuta le prime cure agli italiani

La denuncia di un medico del 118 dopo i soccorsi negati a una ragazza ferita in un incidente stradale vicino al confine: “Prendono solo i sanmarinesi, gli altri possono anche morire. Respingono perfino gli infarti”. La replica dell’Iss del Titano: “Mai respinto alcun paziente. Quella giovane non è transitata dal nostro Pronto soccorso”

RIMINI – Un incidente di moto al confine, una ragazza gravemente ferita e l’ospedale di San Marino, il più vicino, che non la accoglie perché non è sanmarinese.  E’ quanto accaduto sabato, secondo la cronaca locale del Resto del Carlino, a una diciassettene che in una frazione di Monte Grimano, Montellicciano, nella provincia di Pesaro e Urbino a pochi passi dal confine con la Repubblica di San Marino, è caduta in moto.

Il 118 ha inviato sul posto un’ambulanza da Sassocorvaro, a 22 chilometri di curve in montagna. Il medico Michele Nardella, dopo aver constatato possibili fratture (gamba, anca, ginocchia)  e possibili problemi interni da verificare fa chiedere alla centrale operativa di contattare l’Ospedale di San Marino, il più vicino, a soli tre minuti e mezzo di strada.

Ma si sente rispondere di no.

“La segreteria dell’ospedale di San Marino – riferisce il dottore al Carlino –  ha chiesto alla nostra centrale operativa se la ragazza fosse sanmarinese. Alla risposta che era italiana ci hanno immediatamente negato l’ingresso in ospedale della nostra ambulanza. Così  siamo stati costretti a portare la ragazza all’ospedale di Urbino, distante 25 chilometri di strada tortuosa impiegandoci quasi un’ora prima di arrivare, condannando la giovane a piangere per i sobbalzi che è stata costretta a subire dovendo percorrere strade tortuose e piene di buche.

E’ un comportamento indegno – accusa infine – siamo di fronte all’apartheid sanitaria e umanitaria da parte di uno Stato. Per le autorità di San Marino, un ferito italiano può anche morire al confine ma loro non vanno ad aiutarlo perché non è un loro cittadino. Allora se è grave lo portiamo a Rimini. E non è certo la prima volta che accade. A Montelicciano c’è una casa di riposo Serenity house, a 200 metri dal confine, e spesso anche in presenza di degenti gravi, in codice rosso, ci dicono di no, non accettano di aprire il loro ospedale nemmeno per infarti o per qualunque patologia gravissima. A meno che sia un cittadino di San Marino. Allora lo prendono subito. Questo è disumano”.

Una giustissima indignazione… Se non venisse da gente che al grido di “Prima gli Italiani” lasciano crepare gente in mare e da il voto ad uno che plaude al medico che rifiuta le cure ad un immigrato…

Mi ricorda tanto una citazione attribuita a Cassius Clay “È dura essere negro. A me è capitato di esserlo, una volta, quando ero povero”…

E c’è chi si indigna, quando i negri siamo noi…

By Eles

 

Ed ora viene fuori che quelli che qualche mese fa definivano noi Italiani “VOMITEVOLI” a Claviere hanno respinto anche bambini… E qualcuno mi chiede pure perché i francesi mi stanno sulle palle….

 

Claviere

 

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Ed ora viene fuori che quelli che qualche mese fa definivano noi Italiani “VOMITEVOLI” a Claviere hanno respinto anche bambini… E qualcuno mi chiede pure perché i francesi mi stanno sulle palle…

È di qualche mese fa la presa di posizione di Macron nei nostri confronti. “Italia Vomitevole” è forse uno degli appellativi più simpatici che ci sono stati rivolti…

E ora leggiamo delle schifezze di  Claviele… E scopriamo che hanno ricacciato in Italia anche bambini…

Leggiamo dalle fonti di stampa:

“La Francia ha cercato di respingere in Italia anche dei minorenni: è successo il 18 ottobre, dopo le 22,30, ma le autorità italiane avevano bloccato la procedura. È uno degli elementi emersi nel corso della visita di lunedì degli esperti inviati dal Viminale a Claviere, dopo alcuni episodi di sconfinamento”.

E qualcuno mi chiede pure perché i francesi mi stanno sulle palle….

By Eles

Ricapitoliamo: Tiziano Renzi querela Il Fatto Quotidiano per 4 articoli ritenuti diffamatori. Il giudice dà ragione al Fatto (gli articoli “diffamatori” sono VERI), ma lo condanna solo per il tenore di un titolo e 2 commenti. E c’è perfino un deficiente che festeggia…

 

Tiziano Renzi

 

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Ricapitoliamo: Tiziano Renzi querela Il Fatto Quotidiano per 4 articoli ritenuti diffamatori. Il giudice dà ragione al Fatto (gli articoli “diffamatori” sono VERI), ma lo condanna solo per il tenore di un titolo e 2 commenti. E c’è perfino un deficiente che festeggia…

 

Tiziano Renzi, il Fatto assolto per quattro articoli d’inchiesta e condannato per due commenti e un titolo

Il giudice Lucia Schiaretti, nel dispositivo della sentenza, ha anche condannato il padre dell’ex segretario del Pd a pagare 13mila euro di spese processuali al direttore Peter Gomez e al cronista Pierluigi Giordano Cardone, i cui articoli – firmati con Gaia Scacciavillani – sono stati ritenuti perfettamente veri.

Assoluzione per i quattro articoli di inchiesta, condanna per il titolo a uno di essi e per due commenti. Il Tribunale di Firenze ha condannato il Fatto Quotidiano a risarcire Tiziano Renzi con 95mila euro. Il padre dell’ex premier, a leggere la sentenza del giudice Lucia Schiaretti, è stato diffamato da due commenti del direttore Marco Travaglio (60mila euro) e da un titolo di un articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano e da ilfattoquotidiano.it agli inizi di gennaio 2016. Nell’annunciare la notizia via social, l’ex segretario del Pd ha parlato di “enorme mole di fango buttata addosso alla mia famiglia, a mio padre, alla sua salute. Una campagna di odio senza precedenti”. Ciò che Matteo Renzi omette è che sul contenuto dei quattro articoli contestati, il giudice ha assolto il Fatto Quotidiano. Nella richiesta di risarcimento danni per 300mila euro, infatti, Tiziano Renzi aveva definito le nostre inchieste giornalistiche una campagna di stampa contro di lui. Secondo la sentenza, però, i fatti riportati sono veri e di interesse pubblico, quindi non diffamatori. Gli interessi, i legami imprenditoriali e i movimenti di Tiziano Renzi nel mondo degli outlet del lusso erano e restano un fatto conclamato. Il giudice Lucia Schiaretti, nel dispositivo della sentenza, ha condannato il padre dell’ex segretario del Pd a pagare 13mila euro di spese processuali al direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez e al cronista Pierluigi Giordano Cardone, i cui articoli – firmati con Gaia Scacciavillani – sono stati ritenuti perfettamente veri.

“In linea generale può senz’altro ritenersi che le attività economiche e politiche (quale esponente locale del Pd) del padre del Presidente del Consiglio in carica possano rivestire un pubblico interesse” ha scritto il giudice Schiaretti nella sentenza. I quattro articoli del Fatto Quotidiano contestati da Tiziano Renzi parlavano proprio di questo: dei rapporti (anche economici) del padre dell’allora presidente del Consiglio con gli ideatori e gli sviluppatori degli outlet del lusso targati The Mall. Nella fattispecie, si tratta di tre centri commerciali: quello di Leccio Reggello in provincia di Firenze e dei progetti per realizzare altrettanti mall a Sanremo e a Fasano, in provincia di Brindisi. Il Fatto ha analizzato i ruoli e gli intrecci societari tra tutti i protagonisti dei progetti, la maggior parte dei quali legati a Tiziano Renzi. Che si è sentito diffamato dal contenuto dell’inchiesta e da due commenti del direttore e ha chiesto 300mila euro di risarcimento a Marco Travaglio e Peter Gomez (direttori responsabili del giornale e del sito) e a Gaia Scacciavillani e Pierluigi Giordano Cardone, gli autori dell’inchiesta.

Nella sentenza, il giudice Lucia Schiaretti ha analizzato i sei articoli incriminati e ha deciso che quello in cui si parla dei legami tra Tiziano Renzi e gli imprenditori dell’outlet di Reggello “non contiene informazioni lesive della reputazione di Tiziano Renzi“. Il motivo? “L’articolo evidenzia in primis la partecipazione di personaggi del mondo toscano e vicini al Partito democraticoquali Rosi, di Banca Etruria, Bacci, finanziatore della Fondazione Big Bang, Sergio Benedetti, Sindaco di Reggello, Niccolai, con il quale Tiziano Renzi costituirà la Party s.r.l. e che erano già in precedenza conosciuti dall’attore, che a Rignano vive da sempre e dove ha sempre svolto la sua attività politica”. Non è lesivo neanche l’articolo che ricostruiva un processo all’epoca in corso ad Arezzosulla famiglia Moretti. Scive il giudice: “Né si può ritenere lesivo della reputazione del Renzi l’accostamento a personaggi indagati, vicini a lui e al figlio. La rilevanza del fatto narrato si desume dal fatto che il figlio di Tiziano Renzi, Matteo Renzi, era all’epoca Presidente del Consiglio dei Ministri e, dunque, da ciò deriva l’interesse del lettore a conoscere il comportamento della di lui famiglia e di coloro che, come amici o imprenditori, si muovono intorno alla politica del Pd”.

Simile il ragionamento che porta il giudice a ritenere non diffamatorio il terzo articolo della serie, che dà conto di alcune perquisizioni ai danni di società che fanno parte del settoreoutlet. “Nel corpo dell’articolo – si legge nella sentenza di Lucia Schiaretti – si specifica che tra le società perquisite c’è anche la Nikila Invest, che controlla il 40% della Party, di cui è socio Tiziano Renzi, padre del Presidente del Consiglio, e amministratore unico la madre del premier Laura Bovoli. L’articolo si colloca, insieme agli altri di cui è causa – prosegue il giudice – nell’ottica di evidenziare i collegamenti di Tiziano Renzi a imprenditori sottoposti a indagini e a Lorenzo Rosi di Banca Etruria; tuttavia, nessuna informazione falsa o lesiva della reputazione dell’attore risulta ivi riportata. L’essere in affari, infatti, è circostanza oggettivamente neutra e nulla ha fatto l’autore dell’articolo per indurre a ritenere che Tiziano Renzi fosse responsabile di alcunché. Deve, dunque, escludersi la natura diffamatoria dell’articolo in oggetto”. Il Fatto Quotidiano, come detto, è stato invece condannato a pagare 95mila euro per due singole parole contenute in altrettanti editoriali del direttore Marco Travaglio (“bancarotta” e “affarucci”) e per un titolo (“Banca Etruria, papà Renzi e Rosi. La coop degli affari adesso è nel mirino dei pm”) ritenuto non sufficientemente chiaro su un pezzo giudicato invece veritiero. Tradotto: il contenuto degli articoli è vero, corretto, di interesse pubblico e non diffamatorio.

 

tratto da: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/22/tiziano-renzi-il-fatto-assolto-per-quattro-articoli-dinchiesta-e-condannato-per-due-commenti-e-un-titolo/4711490/

Non solo Stefano – I tanti casi Cucchi di cui non sappiamo nulla

 

Cucchi

 

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Non solo Stefano – I tanti casi Cucchi di cui non sappiamo nulla

 

«In sezione un detenuto non si massacra, si massacra sotto… Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto». È il 2 novembre 2009 quando una conversazione tra due guardie penitenziarie del carcere di Castrogno (Teramo), registrata illegalmente, diventa un caso nazionale. Il caso, però, finirà con un’archiviazione per l’impossibilità di dimostrare il fatto, e anche per l’omertà registrata proprio nell’ambiente carcerario.

Pochi giorni prima, il 22 ottobre, in un letto dell’Ospedale Pertini di Roma, muore Stefano Cucchi, mentre si trova sotto custodia cautelare. Grazie alla ferma determinazione della famiglia a far luce sull’accaduto, il suo caso è noto a tutti e ha portato al rinvio a giudizio di cinque carabinieri per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità. Uno degli imputati, nove anni dopo, durante il processo Cucchi bis, ha confessato il pestaggio accusando due colleghi. Il 24 ottobre ci sarà la prossima udienza per l’audizione di ulteriori testimoni.

Ma quanti Stefano Cucchi ci sono in Italia? In quali condizioni vivono i detenuti, di cui un terzo sono in custodia cautelare, dunque in attesa di una sentenza definitiva?

Giuseppe Uva, 43 anni, in custodia cautelare non c’è mai nemmeno arrivato. Il 14 giugno 2008 l’uomo viene fermato a Varese mentre con un amico sposta delle transenne nel quartiere di Biumo, dopo aver guardato una partita e bevuto del vino. Uva viene prima portato alla caserma dei carabinieri di via Saffi, poi finisce all’Ospedale di Circolo per un Trattamento sanitario obbligatorio. Nel frattempo, mentre si trovava anche lui in caserma, l’amico chiamava il 118, sussurrando: “Venite, stanno massacrando di botte un ragazzo”. Uva muore la mattina successiva in ospedale, dopo tre iniezioni, per un arresto cardiaco dovuto a una patologia di cui soffriva. Il caso giudiziario è controverso. Finisce il 31 maggio 2018 con i 2 carabinieri e i 6 poliziotti imputati assolti dall’accusa di omicidio e sequestro di persona con formula piena dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano. Ora resta la Cassazione.

«Il punto di questa vicenda è anche che non c’è stato nessun titolo di trattenimento, non c’è stato un arresto, a Uva non è stato fatto alcun tipo di verbale», spiega Valentina Calderone, direttrice dell’associazione A buon diritto. «Dalla Caserma nessuno ha contattato un pm e nessuno ha giustificato il trattenimento. Ci sono state più di due ore di totale vuoto di legalità che secondo la parte civile configurano un sequestro di persona».

I casi seguiti dall’associazione, che fa un lavoro di “accompagnamento istituzionale alle famiglie e advocacy”, in questi anni, dall’omicidio Aldrovandi in poi, non sono meno di cinquanta. Non esiste peraltro una statistica di casi come questi, gli elementi in gioco sono troppi: dove avviene il fatto, l’omertà dei coinvolti, la situazione personale della vittima, quali strumenti economici e culturali ha per poter affrontare un percorso che dopo la denuncia è faticosissimo.

Un altro dei casi seguiti da A buon diritto è quello di Stefano Gugliotta, picchiato durante un fermo da parte di un agente in tenuta antisommossa avvenuto la sera del 5 maggio 2010, in occasione di una finale di Coppa Italia, a Roma. Il ragazzo, senza casco alla guida del motorino, stava andando con un amico ad una festa. Dopo il pestaggio viene prima trasferito in Questura, poi a Regina Coeli dove resta una settimana con le accuse di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Stefano viene prosciolto grazie a un video girato col cellulare da un abitante del palazzo di fronte al luogo dell’accaduto. I medici refertano le ferite riportate dal giovane: lividi, lesioni alla testa, un dente rotto. Il risarcimento ammonta a 40mila euro. E i 9 agenti coinvolti sono stati condannati anche in Appello per lesioni gravi e falso, a seconda delle singole posizioni.

La Casa Circondariale di Regina Coeli (Roma), quella in cui Gugliotta ha trascorso una settimana, è uno degli Istituti visitati da Antigone nel 2017. L’associazione ha visitato 86 delle 190 carceri presenti in giro per l’italia e sono ormai vent’anni che si occupa di monitorare e verificare se i diritti dei detenuti vengono assicurati e ne rende conto in un Rapporto dettagliato, arrivato alla sua 14esima edizione. Gli Istituti oggi collaborano con più trasparenza. Regina Coeli ha un tasso di sovraffollamento del 156,1 per cento. E spesso proprio il problema del sovraffollamento nelle carceri dà il via a tutta una serie di problematiche (sanitarie, igieniche, trattamentali, educative) che abbassano la soglia di garanzia dei diritti dei detenuti. A Como, nel profondo nord, il tasso è del 200 per cento, a Taranto del 190 per cento. La crescita di quasi 2.000 detenuti nel corso dell’ultimo anno, che sono passati dai 56.289 del marzo 2017 ai 58.223 del marzo 2018 in alcune carceri ha reso la situazione sempre più invivibile e tesa. Il tasso di suicidi dietro le sbarre (numero dei morti ogni 10 mila persone) è salito dall’8,3 del 2008 al 9,1 del 2017: in numeri assoluti significa passare da 46 morti del 2008 a 52 morti del 2017.

Le botte e la malasanità spesso possono incontrarsi. Il diritto alla salute, peraltro è centrale in regime penitenziario. La storia del Signor Felice (nome di fantasia) è forse la storia di molti. L’uomo affetto da gravi problemi cardiaci e di deambulazione non ha visite mediche garantite e neanche la possibilità di svolgere la fisioterapia di cui avrebbe bisogno e racconta episodi di violenza a cui avrebbe assistito nel precedente penitenziario e che hanno fortemente inciso sulla sua condizione psicologica e fisica. L’art. 1 della Legge sull’Ordinamento Penitenziario impone che il trattamento penitenziario debba essere conforme ad umanità e assicurare il rispetto della dignità della persona. Una disposizione che risulta essere violata ogni volta che le necessarie cure vengano negate o ritardate, e questo purtroppo succede, come testimoniano le diverse segnalazioni ricevute da Antigone, dai detenuti e dalle loro famiglie.

La prima volta che Antigone si costituisce parte civile in un processo penale che vede imputati cinque agenti di polizia penitenziaria per violenze commesse a danno di due detenuti, Renne e Cirino, è il 27 ottobre del 2011. La Corte europea dei diritti dell’uomo, il 26 ottobre 2017, ha riconosciuto che Renne e Cirino furono vittime di torture e di trattamenti inumani e degradanti condannando lo Stato italiano a risarcire i due ex reclusi con 80 mila euro ciascuno. Da questa esperienza, Antigone, oltre ad offrire supporto, ha iniziato ad essere presente nei processi penali accanto alle persone detenute.

«Dimostrare in udienza fatti come questi è sempre molto complicato» – spiega Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio Antigone. «Lo era ancora di più quando non c’era il reato di tortura e i tempi di prescrizione erano piuttosto rapidi. Il reato introdotto non è quello che avevamo disegnato noi ma pensiamo sia comunque una risorsa importante». Peraltro, il detenuto che denuncia una violenza o una negligenza è spesso esposto a rischio di ritorsioni.

C’è poi un ulteriore elemento da tenere in considerazione. Le denunce che arrivano ad Antigone sono situazioni che si protraggono per tempo. «Anche se è sbagliato – spiega Scandurra – purtroppo dai detenuti un certo livello di violenza è tollerato. Ci dicono “Sono stato picchiato ingiustamente, in maniera sproporzionata”. Mai affermano “sono stato picchiato”».

Di azione punitiva di inaudita violenza parla Giuseppe Rotundo che il 13 gennaio 2011 riesce a far uscire una lettera dal carcere indirizzata al suo avvocato in cui denuncia di essere stato vittima di un pestaggio da parte di tre agenti di polizia penitenziaria.  «Carissimo avvocato, – scrive Rotundo – ciò che legge è sicuramente una sporca faccenda. La prego vivamente di provvedere ad inviare qui il più presto possibile un suo collaboratore (meglio se con la macchina fotografica) affinché possa documentare le mie condizioni di salute, sono stato ridotto in uno stato pietoso, il mio volto al momento in cui le scrivo è irriconoscibile, gambe e braccia sono contuse e gonfie, ho tutto il corpo dolorante e pieno di ematomi. Sono stato ridotto in questo stato da un gruppetto di agenti di custodia (…) Il medico interno si è limitato al minimo indispensabile, è comprensibile poiché sono coscienti che hanno commesso una vera e propria spedizione punitiva di inaudita violenza (…) n.b. Metto il mittente di altro detenuto poiché ho seri motivi per ritenere che col mio nome e cognome questa lettera non giungesse a destinazione cioè a lei». Il processo si trova attualmente in fase dibattimentale davanti al Tribunale di Foggia e nasce da una riunione di due procedimenti in quanto anche i tre agenti di polizia hanno a loro volta denunciato di essere stati assaliti dal detenuto. La prossima udienza è fissata per il 25 ottobre 2018 e la prescrizione è oramai sempre più vicina.

«Gli agenti dicono di averlo portato in una cella di isolamento in seguito ad un litigio verbale e che stava benissimo, tesi che però cozza con quanto detto da testimoni importanti, che confermano di averlo visto in quelle condizioni, quasi non riconoscendolo», commenta Simona Filippi, legale di Antigone. «Inoltre, in carcere quello che denuncia in generale è l’infame. La cosa molta è molto seria, basti pensare al fatto che ci sono dei reparti specifici in cui stanno i detenuti che denunciano. Esistono ancora delle regole non scritte che tutti rispettano e che lo stesso Rotundo ha rispettato, denunciando superando quella soglia di tolleranza».

Il Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa alla fine dell’anno scorso ha reso pubblico il rapporto della sua visita compiuta in Italia ad aprile 2016. Il Cpt ha raccolto denunce di maltrattamenti, tra cui l’uso non necessario ed eccessivo della forza da parte di carabinieri, agenti di polizia, e di custodia, in praticamente tutte le strutture detentive visitate. Inoltre, secondo il Cpt, le persone in custodia cautelare non sempre beneficiano delle garanzie offerte dalla legge.

«Oggi i detenuti sono più propensi a raccontare. Noi abbiamo avuto un aumento notevole delle segnalazioni in questi anni» – spiega Scandurra. Ma questo non vuol dire per forza che ci sia stato un aumento dei casi ma «che sembra più normale denunciare e lamentarsi». Inoltre, l’istituzione del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute ha aiutato.

E proprio il Garante dei detenuti di Lazio e Umbria, Stefano Anastasia, nel mese di agosto ha presentato un esposto alla Procura di Viterbo per la morte di un 21enne, Hassan Sharaf. Il detenuto avrebbe finito di scontare la pena il 9 settembre, all’interno del carcere punitivo di Viterbo, ma il 23 luglio scorso è stato trovato impiccato nella cella di isolamento dove era stato trasferito da appena due ore. Entrato in coma, è morto il 30 luglio nell’ospedale locale di Belcolle. Suicida, secondo le autorità penitenziarie. Il terzo dall’inizio dell’anno. Il Garante, in occasione di una visita, avrebbe ascoltato quel ragazzo  che aveva denunciato violenze e lesioni da parte degli agenti di Penitenziaria mostrandone i segni, tanto da chiederne un trasferimento mai arrivato. Secondo Anastasia sono almeno dieci i detenuti che hanno denunciato violenze subite in quell’Istituto.

«Questo problema in Italia esiste»,  conclude Scandurra. «Prova ne siano quei pochi casi che conosciamo e che generalmente riguardano abusi e violenze nei confronti di italiani, con una famiglia alle spalle. Di Stefano Cucchi ce ne sono tanti, di famiglie Cucchi purtroppo ce ne sono poche. Per ogni Stefano Cucchi ce ne sono molti che non riescono a ottenere quel livello di attenzione. Tra gli stranieri si può immaginare ce ne siano anche di più».

Oggi, 22 ottobre, ricorre l’anniversario dell’assassinio di STAFANO CUCCHI. Ma gli Italiani già da giorni ne stanno onorando la memoria con insulti, minacce e auguri di morte alla sorella Ilaria “Spero ti facciano fare la stessa fine di tuo fratello” …Quanto facciamo schifo?

 

STAFANO CUCCHI

 

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Oggi, 22 ottobre, ricorre l’anniversario dell’assassinio di STAFANO CUCCHI. Ma gli Italiani già da giorni ne stanno onorando la memoria con insulti, minacce e auguri di morte alla sorella Ilaria “Spero ti facciano fare la stessa fine di tuo fratello” …Quanto facciamo schifo?

 

Ilaria Cucchi:

Stiamo ricevendo una serie impressionante di insulti, minacce ed auguri di morte da profili di simpatizzanti della Lega, che è partito di Governo, e da (mi auguro) sedicenti appartenenti a polizia e carabinieri come quello il cui profilo pubblico ora. Confesso che ho paura, per me, per la mia famiglia e per Fabio poiché nessuno persegue queste persone ma pare ci si debba preoccupare solo di Casamassima, Rosati e Tedesco.
Io e Fabio non sappiamo più cosa pensare

Minacce di morte sui social a Ilaria Cucchi. “Spero ti facciano fare la stessa fine di tuo fratello”

“Confesso che ho paura, per me, per la mia famiglia e per Fabio poiché nessuno persegue queste persone”

“Stiamo ricevendo una serie impressionante di insulti, minacce ed auguri di morte da profili di simpatizzanti della Lega, che è partito di governo, e da (mi auguro) sedicenti appartenenti a polizia e carabinieri. Confesso che ho paura, per me, per la mia famiglia e per Fabio (Anselmo, il legale della famiglia Cucchi – ndr) poiché nessuno persegue queste persone ma pare ci si debba preoccupare solo di Casamassima, Rosati e Tedesco. Io e Fabio non sappiamo più cosa pensare”. Lo scrive Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, in un post su Facebook, allegando il profilo di una delle persone dalle quali dice di aver ricevuto minacce e che, da quanto si legge, lavorerebbe “presso la Polizia di Stato”.

Ha postato Ilaria Cucchi ha anche allegato un commento dallo stesso profilo che sarebbe indirizzato a lei: “Spero che ti facciano fare la stessa f…”.

Oltre ad una serie di post segnalati da Ilaria Cucchi,  le è stata recapitata all’abitazione una lettera anonima scritta a mano con insulti e minacce. “Dovreste essere voi, e non Salvini, a scusarvi per tutte le persone che suo figlio ha rovinato con la droga. Mi spiace abbia pagato con la vita, ma se l’è cercata”, si legge in un parte del testo della missiva, indirizzata a Giovanni Cucchi, il padre di Stefano.

Allora, che dite? Come popolo, noi Italiani, facciamo schifo o no?

By Eles

 

P.s.

Una curiosità… Come mai nella pagina degli eventi di Wikipedia del 22 ottobre non si parla si Stefano Cucchi?

E ancora, nella pagina di Wikipedia morti il 22 ottobre all’anno 2009 di Stefano Cucchi neanche l’ombra… però ci sono una compositrice e artista statunitense, un pugile sudafricano, uno storico francese, un naturalista italiano, cestista jugoslavo, un vescovo italiano ed uno statunitense…

Misteri Italiani…

La profezia di Bettino Craxi: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”

Craxi

 

 

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La profezia di Bettino Craxi: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”

Benedetto Craxi, detto Bettino (Milano, 24 febbraio 1934 – Hammamet, 19 gennaio 2000), è stato un politico italiano, Presidente del Consiglio dei Ministri dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987 e Segretario del Partito Socialista Italiano dal 1976 al 1993. È stato uno degli uomini politici più rilevanti della cosiddetta Prima Repubblica: intraprese un’azione di rinnovamento del PSI e della sinistra italiana che lo portò a scontrarsi, anche duramente, con le resistenze al cambiamento da parte del Partito Comunista Italiano e all’interno del suo stesso partito. È stato il primo socialista ad aver rivestito l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri: la sua attività di governo portò il Paese al di fuori della grave situazione economica e finanziaria dovuta alla “crisi del petrolio” e all’inserimento dell’Italia nel ristretto novero delle nazioni del G7.

“Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”.

“Il regime avanza inesorabilmente. Lo fa passo dopo passo, facendosi precedere dalle spedizioni militari del braccio armato. La giustizia politica è sopra ogni altra l’arma preferita. Il resto è affidato all’informazione, in gran parte controllata e condizionata, alla tattica ed alla conquista di aree di influenza. Il regime avanza con la conquista sistematica di cariche, sottocariche, minicariche, e con una invasione nel mondo della informazione, dello spettacolo, della cultura e della sottocultura che è ormai straripante.

Non contenti dei risultati disastrosi provocati dal maggioritario, si vorrebbe da qualche parte dare un ulteriore giro di vite, sopprimendo la quota proporzionale per giungere finalmente alla agognata meta di due blocchi disomogenei, multicolorati, forzati ed imposti. Partiti che sono ben lontani dalla maggioranza assoluta pensano in questo modo di potersi imporre con una sorta di violenta normalizzazione. Sono oggi evidentissime le influenze determinanti di alcune lobbies economiche e finanziarie e di gruppi di potere oligarchici.

A ciò si aggiunga la presenza sempre più pressante della finanza internazionale, il pericolo della svendita del patrimonio pubblico, mentre peraltro continua la quotidiana, demagogica esaltazione della privatizzazione. La privatizzazione è presentata come una sorta di liberazione dal male, come un passaggio da una sfera infernale ad una sfera paradisiaca. Una falsità che i fatti si sono già incaricati di illustrare, mettendo in luce il contrasto che talvolta si apre non solo con gli interessi del mondo del lavoro ma anche con i più generali interessi della collettività nazionale. La “globalizzazione” non viene affrontata dall’Italia con la forza, la consapevolezza, l’autorità di una vera e grande nazione, ma piuttosto viene subìta in forma subalterna in un contesto di cui è sempre più difficile intravedere un avvenire, che non sia quello di un degrado continuo, di un impoverimento della società, di una sostanziale perdita di indipendenza.
I partiti dipinti come congreghe parassitarie divoratrici del danaro pubblico, sono una caricatura falsa e spregevole di chi ha della democrazia un’idea tutta sua, fatta di sé, del suo clan, dei suoi interessi e della sua ideologia illiberale.

George Soros, ebreo ungherese nato il 12 agosto 1930, denominato lo squalo da Bettino Craxi, nel 1992 si pappò da solo più di 15mila miliardi di debito pubblico italiano.

Fa meraviglia, invece, come negli anni più recenti ci siano state grandi ruberie sulle quali nessuno ha indagato. Basti pensare che solo in occasione di una svalutazione della lira, dopo una dissennata difesa del livello di cambio compiuta con uno sperpero di risorse enorme ed assurdo dalle autorità competenti, gruppi finanziari collegati alla finanza internazionale, diversi gruppi, speculando sulla lira (Soros) evidentemente sulla base di informazioni certe, che un’indagine tempestiva e penetrante avrebbe potuto facilmente individuare, hanno guadagnato in pochi giorni un numero di miliardi pari alle entrate straordinarie della politica di alcuni anni. Per non dire di tante inchieste finite letteralmente nel nulla.

D’Alema ha detto che con la caduta del Muro di Berlino si aprirono le porte ad un nuovo sistema politico. Noi non abbiamo la memoria corta. Nell’anno della caduta del Muro, nel 1989, venne varata dal Parlamento italiano una amnistia con la quale si cancellavano i reati di finanziamento illegale commessi sino ad allora. La legge venne approvata in tutta fretta e alla chetichella. Non fu neppure richiesta la discussione in aula. Le Commissioni, in sede legislativa, evidentemente senza opposizioni o comunque senza opposizioni rumorose, diedero vita, maggioranza e comunisti d’amore e d’accordo, a un vero e proprio colpo di spugna. La caduta del Muro di Berlino aveva posto l’esigenza di un urgente “colpo di spugna”. Sul sistema di finanziamento illegale dei partiti e delle attività politiche, in funzione dal dopoguerra, e adottato da tutti anche in violazione della legge sul finanziamento dei partiti entrata in vigore nel 1974, veniva posto un coperchio.

La montagna ha partorito il topolino. Anzi il topaccio. Se la Prima Repubblica era una fogna, è in questa fogna che, come amministratore pubblico, il signor Prodi si è fatto le ossa. I parametri di Maastricht non si compongono di regole divine. Non stanno scritti nella Bibbia. Non sono un’appendice ai dieci comandamenti. I criteri con i quali si è oggi alle prese furono adottati in una situazione data, con calcoli e previsioni date. L’andamento di questi anni non ha corrisposto alle previsioni dei sottoscrittori. La situazione odierna è diversa da quella sperata. Più complessa, più spinosa, più difficile da inquadrare se si vogliono evitare fratture e inaccettabili scompensi sociali. Poiché si tratta di un Trattato, la cui applicazione e portata è di grande importanza per il futuro dell’Europa Comunitaria, come tutti i Trattati può essere rinegoziato, aggiornato, adattato alle condizioni reali ed alle nuove esigenze di un gran numero ormai di paesi aderenti.

Questa è la regola del buon senso, dell’equilibrio politico, della gestione concreta e pratica della realtà. Su di un altro piano stanno i declamatori retorici dell’Europa, il delirio europeistico che non tiene contro della realtà, la scelta della crisi, della stagnazione e della conseguente disoccupazione.
Affidare effetti taumaturgici e miracolose resurrezioni alla moneta unica europea, dopo aver provveduto a isterilire, rinunciare, accrescere i conflitti sociali, è una fantastica illusione che i fatti e le realtà economiche e finanziarie del mondo non tarderanno a mettere in chiaro.

La pace si organizza con la cooperazione, la collaborazione, il negoziato, e non con la spericolata globalizzazione forzata. Ogni nazione ha una sua identità, una sua storia, un ruolo geopolitico cui non può rinunciare. Più nazioni possono associarsi, mediante trattati per perseguire fini comuni, economici, sociali, culturali, politici, ambientali. Cancellare il ruolo delle nazioni significa offendere un diritto dei popoli e creare le basi per lo svuotamento, la disintegrazione, secondo processi imprevedibili, delle più ampie unità che si vogliono costruire. Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare.”

(Bettino Craxi, estratti dal libro “Io parlo, e continuerò a parlare”, ripresi da “Il Blog di Lameduck” il 19 maggio 2015. Il libro, edito da Mondadori nel 2014, cioè 14 anni dopo la morte di Craxi, raccoglie scritti del leader socialista risalenti alla seconda metà degli anni ‘90. Scritti che oggi appaiono assolutamente profetici).

Ecco le dieci Multinazionali che aiutano Israele a massacrare i manifestanti di Gaza

 

Gaza

 

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Ecco le dieci Multinazionali che aiutano Israele a massacrare i manifestanti di Gaza

 

Le dieci grandi società internazionali che aiutano Israele a massacrare i manifestanti di Gaza

“L’esercito israeliano fa affidamento su una rete di compagnie internazionali che forniscono di  tutto, dai fucili di precisione ai gas lacrimogeni, per portare a termine il massacro dei manifestanti a Gaza. Queste compagnie stanno consapevolmente sostenendo crimini di guerra e sono complici di omicidi orchestrati dallo Stato “. Tom Anderson, ricercatore per Corporate Occupation

by Joe Catron – 12 ottobre 2018

Foto di copertina: i parenti del Palestinese Muhammed al-Sadiq, 21 anni, piangono nella casa di famiglia durante i suoi funerali a Gaza City, il 25 settembre 2018. Al-sadiq è stato ucciso e almeno altri 10 feriti dai soldati israeliani durante una protesta nei pressi di Gaza. Khalil Hamra | AP

NEW YORK – Mentre nella Grande Marcia del Ritorno i soldati israeliani uccidono manifestanti palestinesi disarmati, le loro operazioni letali dipendono da una schiera di appaltatori e fornitori, molti dei quali con sede al di fuori di  Israele.

“L’esercito israeliano fa affidamento su una rete di compagnie internazionali che forniscono di  tutto, dai fucili di precisione ai gas lacrimogeni, per portare a termine il massacro dei manifestanti a Gaza”, ha detto a MintPress News Tom Anderson, ricercatore per Corporate Occupation. “Queste compagnie stanno consapevolmente sostenendo crimini di guerra e sono complici di omicidi orchestrati dallo Stato ”

Come affermato il 4 ottobre dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori palestinesi Occupati, da quando la mobilitazione è iniziata, il 30 marzo 2018,  nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso 205 Palestinesi.

Ci sono stati 21.288 feriti, tra cui 5.345 da proiettili, con conseguenti 11.180 ricoveri. Trentotto dei morti e 4.250 dei feriti  sono bambini.

Un comunicato stampa che accompagna un rapporto del 25 settembre della Banca Mondiale ha avvertito: “L’economia a Gaza sta collassando”, aggiungendo che “il   problema principale è il blocco decennale “.

Corporate Occupation  e  l’American Friends Service Committee, il movimento  di Boicottaggo, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), e  Who Profits  hanno stilato elenchi completi di società che consentono i crimini di Israele contro i Palestinesi.

Eccone alcune:

Caterpillar, Inc.

Caterpillar è noto a livello internazionale per l’uso da parte di Israele dei suoi bulldozer per demolire le case palestinesi nella West Bank occupata e all’interno dello stesso Israele, così come per il suo ruolo nell’uccisione di Rachel Corrie, un’attivista dell’International Solidarity Movement  degli Stati Uniti, schiacciata a morte da una delle ruspe utilizzate da Israele nella parte meridionale della Striscia di Gaza il 16 marzo 2003. A Gaza, Caterpillar è noto per l’utilizzo delle sue attrezzature per rafforzare  la barriera militare attorno alla Striscia, oltre che per livellare i terreni agricoli palestinesi al suo interno. Queste operazioni di livellamento distruggono l’agricoltura palestinese, mantenendo Gaza come mercato vincolato per i produttori israeliani  oltre che mantenere  una linea di tiro libera per i soldati israeliani per sparare ai Palestinesi.

 


Bambini corrono ai ripari mentre i bulldozer Caterpillar dell’esercito israeliano D-9 demoliscono le case nel campo profughi di Rafah nel sud di Gaza, il 23 maggio 2004. Lefteris Pitarakis | AP

Combined Systems, Inc.

Industria di Jamestown, in Pennsylvania, di proprietà di Point Lookout Capital e Carlyle Group. Fornisce armi leggere e attrezzature di sicurezza, come gas lacrimogeni e granate flash, ai governi repressivi di tutto il mondo. A maggio, i ricercatori della Corporate Occupation hanno avvistato accanto alla barriera di Gaza un veicolo israeliano, con scritte della polizia ma ovviamente destinato all’uso militare, equipaggiato con il lanciatore di gas lacrimogeno “Venom” prodotto da questa  società.

 Ford Motor Company

Mentre anche altri produttori, come la General Motors, forniscono veicoli usati dall’esercito israeliano per schierare i propri soldati lungo la barriera di Gaza, quelli della Ford si distinguono per il loro uso creativo. Nel 2003, il costruttore israeliano di veicoli Hatehof iniziò a modificare gli autocarri Ford F550 come autoblindo. Nel 2016, Israele è passato allo F350, modificato dalla società di elettronica militare israeliana Elbit Systems come veicolo autonomo senza pilota in grado di controllare a distanza il fuoco.


Un veicolo Ford modificato appartenente alla polizia israeliana impedisce a pastori palestinesi di accedere alla loro terra vicino a un insediamento ebraico a Hebron. Foto | Ta’ayush

Monsanto

Insieme agli erbicidi della Dow Chemical Company e di ADAMA Agricultural Solutions, il settore israeliano della National Chemical Corporation (ChemChina) di proprietà statale della Cina, Israele spruzza diverse volte all’anno il famigerato glifosato della Bayer, sussidiaria di Monsanto (prodotto commercializzato come Roundup), sui campi palestinesi attraverso la barriera militare di  Gaza. Così come per l’utilizzo dei bulldozer Caterpillar per livellare i campi, lo spargimento aereo di queste sostanze, effettuatoda due compagnie civili israeliane sotto contratto con l’esercito, serve gli interessi sia economici che militari di Israele, impedendo l’autosufficienza palestinese in agricoltura e consentendo al contempo alle sue forze di individuare facilmente e di sparare ai contadini palestinesi e agli  altri civili che  utilizzano la propria terra.

G4S plc

Precedentemente uno dei più grandi contractors dell’ occupazione israeliana, G4S ha venduto la sua principale consociata, G4S Israel, nel 2016, ma ha mantenuto una partecipazione azionaria nella costruzione e nella gestione di Policity, l’accademia nazionale  di polizia israeliana, ora privatizzata. Israele afferma che la sua polizia gode di uno status civile, ma la utilizza abitualmente in operazioni militari contro i Palestinesi sia nella West Bank che nella Striscia di Gaza, compreso nell’uso combinato del lancio del  gas lacrimogeno “Venon” e dei droni armati per reprimere la Grande Marcia del Ritorno.


Protesta contro il sostegno di G4S alle violazioni dei diritti umani di Israele. Foto | Hilary Aked

Hewlett Packard

Composta da tre società che si intrecciano- HP Inc., Hewlett Packard Enterprise (HPE) e DXC Technology – HP fornisce i computer all’esercito israeliano e dal 2007 ha intrapreso contratti per “virtualizzare” le operazioni dell’IDF con un programma pilota per la marina Israeliana che mantiene il blocco di Gaza.

HSBC Bank plc

HSBC fornisce consistenti finanziamenti ad alcuni dei più famosi produttori di armi militari del mondo, molti dei quali Israeliani.

“HSBC detiene oltre £ 800 milioni di azioni, ed è coinvolta in prestiti sindacati del valore di oltre £ 19b a società che vendono armi e attrezzature militari al governo israeliano”, ha detto a MintPress Huda Ammori, responsabile delle campagne di Palestine Solidarity Campaign. “Questi investimenti includono Elbit Systems, la più grande società israeliana di sicurezza privata, che commercializza le sue armi come ” testate sul campo” in quanto  sperimentate sui civili palestinesi a Gaza”.

Importante produttore di droni, Elbit ha svolto un ruolo chiave negli attacchi aerei alla Grande Marcia del Ritorno.

Motorola Solutions Inc.

Motorola fornisce gli smartphone crittografati utilizzati dall’esercito israeliano per schierare i soldati, oltre a servizi di radio e di comunicazione per la polizia israeliana.

Remington

Tra le vittime della Grande Marcia del Ritorno, dichiara Amnesty International, alcune “ferite portano i segni distintivi dei fucili da cecchino M12 Remington fabbricati negli Stati Uniti che sparano munizioni da caccia da 7.62mm, che penetrano e si espandono all’interno del corpo”, così come i segni del fucile Tavor della Israel Weapon Industries. “Negli Stati Uniti questo fucile è venduto come arma da caccia per uccidere i cervi”, ha detto in aprile Brian Castner, uno specialista di armi per conto dell’organizzazione.


I manifestanti sventolano bandiere palestinesi davanti ai soldati israeliani ai confini di Gaza con Israele, a est di Beit Lahiya, striscia di Gaza, mercoledì 4 aprile 2018. (AP Photo / Adel Hana)

Sabra Dipping Company, LLC

White Plains, produttore alimentare di New York, comproprietà di PepsiCo e del foodmaker israeliano Strauss, ha donato pacchetti alimentari alla Brigata Golani dell’esercito israeliano, nota per le sue violazioni dei diritti umani a Gaza e in Cisgiordania.

 “Dobbiamo incanalare la nostra rabbia “

Mentre prosegue la Grande Marcia del Ritorno, giunta alla 29ª settimana, i partecipanti e i sostenitori affermano che prendere di mira le imprese complici della sua repressione è uno dei mezzi più efficaci per esprimere solidarietà.

“Dobbiamo incanalare la nostra rabbia contro le atrocità di Israele in azioni efficaci per  denunciare le sue responsabilità “, ha affermato il comitato nazionale BDS in una dichiarazione del 12 aprile. “Insieme, possiamo intensificare le campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS)”.

“Israele sta affrontando i manifestanti palestinesi con le armi, massacrando oltre 190 palestinesi fino ad oggi”, ha detto Ammori a MintPress. “La discriminazione razzista di Israele e la sua brutale violenza sono evidenti e la campagna per porre fine alle complicità è vitale.”

Joe Catron è un giornalista di MintPress News che si occupa di Palestina e Israele. È anche un attivista e giornalista freelance, recentemente tornato a New York da Gaza, dove ha vissuto per tre anni e mezzo. Ha scritto spesso per Electronic Intifada e Middle East Eye e ha co-editato “The Prisoners ‘Diaries: Palestinian Voices from the Israeli Gulag” , un’antologia di resoconti di detenuti liberati nello scambio di prigionieri del 2011.

 

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org

Fonte: https://www.mintpressnews.com/meet-ten-corporate-giants-helping-israel-massacre-gaza-protesters/250617/?fbclid=IwAR12MgkzvruashEykYvU-g_-yfexgTCJQgoLOr_36-tM_yg1uhbsdWTi1KA

tratto da: https://www.invictapalestina.org/archives/34357

Chissà perché nessuno parla di questa colossale truffa tedesca da 55 miliardi di Euro

 

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Chissà perché nessuno parla di questa colossale truffa tedesca da 55 miliardi di Euro

 

(Dov’era  la vigilanza BCE?  Ah sì, deve dare ordini alle banche italiane. Deve far mancare i fondi alle banche nostre. . E la Bundesbank? Deve condannare il maggior debito italiano di 13 miliardi – e ne “perde” 55. Inpiena omertà – e complicità)

La mega truffa sui dividendi tocca Deutsche Bank e Santander

CumEx-Files è stata definita la più imponente investigazione in Germania dal secondo Dopoguerra: vede al centro la transazione di azioni tedesche, ma anche italiane. Secondo le tre procure è costata solo al fisco tedesco oltre 55 mld di euro. HVB (Unicredit) ha chiuso le pendenze con la magistratura e presentato ricorso per risarcimento nei confronti di tre ex dipendenti

Rischia di diventare la più importante inchiesta per frode in Germania dal Dopoguerra a oggi, giocata attorno a quella che le autorità hanno definito una truffa sui dividendi. E che pare sia già costata ai contribuenti tedeschi oltre 55 miliardi di euro. Ma il timore è che l’effetto dirompente si estenda a mezza Europa, Italia compresa.

Il fascicolo prende il nome di CumEx-Files e su questo vi stanno lavorando dall’aprile del 2013 (con una forte accelerazione negli ultimi mesi) tre procure su fatti avvenuti fra il 2006 e il 2009. Si tratta di Francoforte, Monaco e Colonia. Quest’ultima è fra l’altro specializzata in crimini fiscali internazionali. Nelle ultime ore stanno emergendo dai media tedeschi diversi particolari sulle indagini, grazie al lungo lavoro svolto in 12 nazioni da 19 gruppi editoriali riuniti nella newsroom Correctiv.

Secondo l’accusa, le banche coinvolte nella truffa avrebbero fuorviato lo Stato tedesco su due livelli: il primo accreditando il dividendo nella giornata di stacco a più soggetti, che risultavano tutti titolari dell’azione, e il secondo perché questi ultimi maturavano un credito fiscale dalla cedola. Oggi il Tagesschau scrive che alla fine dei conti si è trattato di danni per 55,2 miliardi nei confronti del Fisco di Berlino.

Ma non riguarderebbe solo la Germania, anzi.

Sempre il Tagesschau oggi riporta alcune rivelazioni fatte alla magistratura tedesca da alcune persone coinvolte nella truffa. “Abbiamo creato una macchina del demonio”, ha detto una fonte a conoscenza dei fatti agli investigatori. “Non abbiano transato solo azioni tedesche, ma anche di altre nazioni quali Francia, Spagna, Italia, Austria, Belgio, Danimarca”.

Come ha funzionato, di fatto, lo schema secondo le procure? Una banca accetta di vendere il titolo di una società quotata, per esempio a un fondo pensione, prima dello stacco della cedola e glielo consegna dopo che il dividendo viene pagato. Sia la banca che il fondo pensione fanno richiesta della ritenuta sui dividendi (witholding tax).

In alcuni casi le banche vendono azioni che non posseggono e concordano di acquistarle più avanti nel tempo secondo il metodo dello short selling. Il titolo viene rapidamente trattato all’interno di un gruppo sindacato di istituti di credito, investitori ed hedge fund per creare l’impressione che vi siano molti possessori (ma l’azione è una solo). I profitti da questa operazione (illegale) vengono poi divisi fra i soggetti.

Secondo l’agenzia Reuters, i nomi degli istituti coinvolti nell’operazione sono diversi: in primis lo spagnolo Santander, ma anche Deutsche Bank  e l’australiana Macquarie Bank. Quanto ad HVB, la controllata di Unicredit , il gruppo guidato dall’ad Jean Pierre Mustier ha chiuso le pendenze con la magistratura e presentato ricorso per risarcimento nei confronti di tre ex dipendenti. La specifica è contenuta nel bilancio semestrale della banca al 30 giugno 2018.

Secondo il documento, il Supervisory Board del gruppo ha concluso le indagini interne scoprendo che la controllata tedesca, Ucb AG, “ha subito perdite a causa di passate azioni/omissioni attribuibili a singole persone. A tal proposito, il Supervisory Board ha presentato un ricorso per risarcimento danni nei confronti di tre singoli ex componenti del consiglio di gestione non ritenendo opportuno intraprendere alcuna azione nei confronti dei componenti dello stesso attualmente in carica”. Sono state poi condotte “indagini penali nei confronti di attuali o ex dipendenti in Germania da parte delle Procure di Francoforte, Colonia e Monaco con lo scopo di verificare presunti reati di evasione fiscale da parte loro”. La banca ha collaborato e sta collaborando con i magistrati.

Il procedimento di Colonia si è chiuso nel novembre 2015 con il pagamento di una sanzione di 9,8 milioni di euro. Le indagini della Procura di Francoforte sono state invece chiuse a febbraio 2016 con una sanzione di 5 milioni. L’indagine del procuratore di Monaco è stata a sua volta chiusa ad aprile 2017, con il versamento di 5 milioni di euro. “Allo stato, tutti i procedimenti contro Ucb AG sono stati definiti”, si legge in bilancio.

Sempre la semestrale aggiunge che “le autorità fiscali di Monaco stanno regolarmente effettuando verifiche fiscali nei confronti di Ucb AG, in relazione agli anni dal 2009 al 2012, che inter alia, includono l’analisi di altre operazioni di negoziazione di azioni in prossimità delle date di pagamento dei dividendi… Non è ancora chiaro se, e a quali condizioni, crediti fiscali o rimborsi di imposte possano essere applicati ai diversi tipi di operazioni concluse in prossimità della data di distribuzione dei dividendi”. Non è poi possibile “stabilire se Ucb AG possa essere esposta a pretese fiscali da parte dei competenti uffici oppure a pretese da parte di terzi in base alle norme civilistiche”. La controllata tedesca “ha predisposto accantonamenti ritenuti dalla stessa congrui a coprire il rischio di causa”.

Il Fisco tedesco ha scritto agli inquirenti di Colonia che ci sono “concrete indicazioni” che, per esempio, il Santander abbia operato nel ruolo di short seller, venditore allo scoperto. Tre fondi pensione hanno invece usato linee di credito da Macquarie, aggiunge poi Reuters. La banca australiana ha spiegato “che continuerà a cooperare con le autorità tedesche”. Macquarie ha calcolato che dovrà sborsare 100 milioni di euro in dispute legali, metà dei quali già pagati.

Quanto al Santander, gli inquirenti hanno scritto agli avvocati della banca spagnola dicendo che l’istituto e la sua controllata inglese Abbey National Treasury Services, sono state coinvolte “in un ampio numero” di operazioni che riguardano lo short selling, una fase importante della truffa che riguarda il possesso di una singola azione da parte di più soggetti. Il gruppo spagnolo ha ribattuto che “alla data di oggi non abbiamo identificato alcuna evidenza che le attività sotto investigazione abbiano coinvolto manager senior, la banca o sue controllate”.

In relazione a Deutsche Bank , un portavoce del gruppo tedesco ha riferito a Reuters che la banca non ha partecipato “al mercato cum-ex organizzato”, ma che è stata “coinvolta in alcune transazioni di tipo cum-ex riguardanti taluni clienti”. Ha poi aggiunto di stare cooperando con le autorità inquirenti.

(Grazie, Milano Finanza!)

https://www.milanofinanza.it/news/la-mega-truffa-sui-dividendi-tocca-deutsche-bank-e-santander-201810180905037836

https://cumex-files.com/en/

Tratto da maurizioblondet.it

Alessandra Mussolini minaccia querele per chi offende il Duce? Forse è il caso che legga questo: ecco i telegrammi con cui Benito Mussolini (criminale, assassino e vigliacco) ordina le stragi in Etiopia

 

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Alessandra Mussolini minaccia querele per chi offende il Duce? Forse è il caso che legga questo: ecco i telegrammi con cui Benito Mussolini (criminale, assassino e vigliacco) ordina le stragi in Etiopia

 

Mussolini il criminale assassino: i telegrammi del Duce in cui si ordinano le stragi in Etiopia

Raccolti nel volume “I gas di Mussolini”, sono la perfetta risposta ad Alessandra Mussolini che minaccia la denuncia per chiunque parli male del nonno

Al di là del nostro attuale Governo simpatizzante del fascismo, la storia di Alessandra Mussolini che si è permessa di avallare la denuncia per tutti coloro che insultano il nonno fascista è davvero un sintomo dei nostri tempi. Perché se è vero che la signora Mussolini, che di certo non ha colpe del cognome che porta – così come Alexander Stuart-Houston, ultimo nipote vivente di Adolf Hitler, che vive in America e vota contro Donald Trump -, è anche vero però che si è sentita in dovere di difendere la memoria del nonno e legittimata a proporre il castigo penale per chi, a ragione, sostiene che Benito Mussolini altro non fosse che un volgare criminale. E questo vuol dire che ovunque fosse un ragionevole limite, ovunque si trovasse una linea, seppure immaginaria, che separasse la nostalgia da bar dall’insulto alla memoria di tutti coloro che il Duce ha sterminato nel suo ventennio di terrore, l’Italia l’ha ampiamente e impunemente superata.

Per questo la memoria è importante. È importante non dimenticare neanche per un istante che Mussolini non era un uomo forte come lo descrive la letteratura anche antifascista, ma un vigliacco assassino, colpevole di innumerevoli morti italiane e non. E per questo che vale la pena dare una lettura ai telegrammi che il Duce in persona inviava ai suoi gerarchi, tra cui il macabro Badoglio, raccolti dal volume di Angelo Del Boca, “I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia” (Roma, Editori Riuniti, 2007).

MINISTERO DELLE COLONIE

TELEGRAMMA  IN  PARTENZA

Roma, li 28 dicembre 1935-XIV

Segreto M.P.A.

S. E. Maresciallo BADOGLIO

MACALLE’

15081 –  Dati sistemi nemico di cui a suo dispaccio n. 630 autorizzo V. E. all’impiego anche su vasta scala di qualunque gas et dei lanciafiamme (.)

Mussolini

 

MINISTERO DELLE COLONIE

TELEGRAMMA  IN  PARTENZA

Roma, li  2  gennaio  1936

Segreto

S. E. GRAZIANI

MOGADISCIO

029 -Approvo pienamente bombardamento rappresaglia et approvo sin da questo momento i successivi. Bisogna soltanto cercare di evitare le istituzioni internazionali croce rossa.

Mussolini

 

MINISTERO DELLE COLONIE

TELEGRAMMA  IN  PARTENZA

Roma, li 19 gennaio 1936-XIV

M.P.A. su tutte le MM. PP. AA.

Maresciallo BADOGLIO

MACALLE’

790 – Manovra est ben ideata et riuscirà sicuramente stop Autorizzo V. E. a impiegare tutti i mezzi di guerra – dico tutti – sia dall’alto come da terra stop. Massima decisione (.)

Mussolini

 

MINISTERO DELLE COLONIE

TELEGRAMMA  IN  PARTENZA

Roma, li  3/5/1936-XIV

Segreto

S. E. BADOGLIO

DESSIE’

Occupata Addis Abeba V. E. dara’ ordini perche’: 1°siano fucilati sommariamente tutti coloro che in citta’ aut dintorni siano sorpresi colle armi alla mano 2° siano fucilati sommariamente tutti i cosiddetti giovani etiopi, barbari crudeli e pretenziosi, autori morali dei saccheggi  3° siano fucilati quanti abbiano partecipato a violenze, saccheggi incendi  4° siano sommariamente fucilati quanti trascorse 24 ore non abbiano consegnato armi da fuoco e munizioni. Attendo una parola che confermi che questi ordini saranno – come sempre – eseguiti.

Mussolini

 

MINISTERO DELLE COLONIE

TELEGRAMMA  IN  PARTENZA

Roma, li 29 marzo 1936-XIV

Segreto

M.P.A. su tutte le MM. PP. AA.

S. E. BADOGLIO

MACALLE’

3652 Segreto. Dati metodi guerra nemico le rinnovo autorizzazione impiego gas qualunque specie et su qualunque scala.

Mussolini

MINISTERO DELLE COLONIE

TELEGRAMMA  IN  PARTENZA

Roma, li  5 giugno 1936

Segreto

S. E. GRAZIANI

ADDIS ABEBA

Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi.

Mussolini

 

MINISTERO DELLE COLONIE

TELEGRAMMA  IN  PARTENZA

Roma, li  8  giugno  1936

Segreto

S. E. BADOGLIO

ABA

6595 – Segreto. Per finirla con i ribelli come nel caso Ancober, impieghi i gas.

Mussolini

 

MINISTERO DELLE COLONIE

TELEGRAMMA  IN  PARTENZA

Roma, li  8 luglio 1936

Segreto

S. E. GRAZIANI

ABA

Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare e condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici stop. Senza la legge del taglione ad decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma.

Mussolini

 

 

tratto da: https://www.globalist.it/culture/2018/10/19/mussolini-il-criminale-assassino-i-telegrammi-del-duce-in-cui-si-ordinano-le-stragi-in-etiopia-2032523.html