Forse non sapete che l’alta velocità tra Torino e Lione già esiste da tempo. E funzionava benissimo. Almeno finché qualcuno, in Italia, ha capito che una nuova tratta avrebbe portato (a loro) una valanga di soldi…!

 

alta velocità

 

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Forse non sapete che l’alta velocità tra Torino e Lione già esiste da tempo. E funzionava benissimo. Almeno finché qualcuno, in Italia, ha capito che una nuova tratta avrebbe portato (a loro) una valanga di soldi…!

Forse non tutti lo sanno, anche perché i nostri media di regime non hanno alcun motivo per farlo sapere, che l’alta velocità tra Torino e Lione c’è da tempo. Ed ha sempre funzionato benissimo. Ha smesso di funzionare bene solo quando alcuni hanno visto la possibilità di fare tanti, ma proprio tanti soldi.

Leggete quest’articolo del 2012…

IL TGV TRA TORINO LIONE C’E’ GIA’ E FUNZIONA BENE? MA DAI?

Sui quotidiani Repubblica e Stampa nelle edizioni locali oggi spadroneggia la notizia che il nuovo servizio offerto dalle ferrovie francesi funziona e anche bene, per numero di utenti e bilancio econimico attivo. Cerchiamo di partire però con ordine nell’analizzare questa notizia. Il tgv Torino Lione o meglio Milano-Torino-Lione-Parigi funziona ormai da anni, è molto comodo, veloce e copre una utenza passeggeri stabile nel tempo. Dallo scorso inverno trenitalia ha abbandonato questo servizio che riteneva in perdita chiudendo le sue tratte. SNCF con una intelligente analisi di mercato ha deciso di investire invece su questo servizio proponendo da dicembre tre treni al giorno in entrambe le direzioni della tratta. Per promuovere questo servizio ha offerto ai passeggeri dei biglietti a prezzo agevolato fino alla fine del mese al prezzo di 25 euro. Trenitalia per non smentirsi ha deciso di boicottare con ogni mezzo il concorrente francese eliminando dalle sue biglietterie la possibilità di acquisto. Spieghiamoci meglio, i treni partono da Milano, fermano a Torino, arrivano a Parigi tre volte al giorno ma un passeggero che sale nelle stazioni italiane non trova i biglietti e deve acquistarli in rete. In più questi treni non sono segnalati sugli orari di trenitalia (provare per credere, troverete assurde combinazioni di regionali e solo dalla frontiera il tgv). Per bocca di Barbara Dalibard, esecutive manager della business unit di Sncf apprendiamo che i treni sono stati riempiti al 90% e che l’obiettivo del gestore è di arrivare a portare a quota 500000 i passeggeri entro dicembre (la quasi totalità della domanda di mercato). Sempre secondo il manager i passeggeri interpellati sono molto soddisfatti del servizio e soprettutto del costo. Un pesante imbarazzo cade quindi nelle fila sia di trenitalia che dei vari delegati istituzionali ai trasporti, dal ministro fino ad arrivare all’assessore regionale piemontese Bonino che non solo incassano una pesante sconfitta ma vengono di fatto smentiti anche nella loro convizioni riguardo alla costruzione di una nuova linea ferroviaria per le merci tra Torino e Lione. Da anni il bacino di passeggeri tra queste due macro aree è stabile, il bacino di merci invece è in drastico calo. I treni e le linee ferroviarie funzionano molto bene e sono veloci, all’altezza delle omologhe tratte europee. I treni subiscono  una spietata concorrenza dai voli e dagli autobus per una mera questione di costi che dirotta i passeggeri dagli uni agli altri. In tempo di crisi economica chi si deve spostare fa i conti molto bene e sceglie con accuratezza il mezzo, se da Milano a Parigi puo’ spendere soli 25 euro in treno non sceglierà per la medesima distanza es. Milano-Napoli l’opzione treno che costa con trenitalia 4 volte tanto. I trasporti e i servizi pubblici in generale funzionano quindi se vengono proposti e incentivato con intelligenza, le strutture esistono ma vanno fatte funzionare con senso e soprattutto facendo l’intersse ultimo, quello del servizio e non l’interesse di chi vuole solamente lucrare o peggio ancora rubare del denaro pubblico costruendone di nuove. Questa piccola ma significativa lezione che arriva dalle ferrovie francesi dimostra come sia possibile spostare oggi senza spese ulteriori i trasporti dalla gomma alla rotaia. L’utente oggi ha solo bisogno di ferrovie che funzionano, pulite e che costano il giusto, velocità, nuove gallerie oltre a quelle che già ci sono non rientrano nelle priorità né del mercato né dei passeggeri. La lezione ultima è che la classe dirigente che oggi gestisce questo paese non solo è incapace di leggerne le esigenze ma è la causa stessa di molti se non tutti i problemi italiani. Per questo motivo il movimento no tav da anni si oppone alla costruzione di una nuova linea ferroviaria tra Torino e Lione, inutile e devastante. Un progetto voluto da chi non è in grado neanche di gestire le linee ferroviarie esistenti e per chi le infrastrutture le vuole costruire solo per rubare denaro pubblico.

 

 

fonte: http://www.notav.info/top/il-tgv-tra-torino-lione-ce-gia-e-funziona-bene-ma-dai/

Perché l’attentato a Maduro? Gianni Minà cercò di spiegarcelo già un anno fa: “Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela che gli Usa vogliono”

 

Maduro

 

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Perché l’attentato a Maduro? Gianni Minà cercò di spiegarcelo già un anno fa: “Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela che gli Usa vogliono”

 

Un attentato realizzato con droni usati come bombardieri è fallito contro il presidente Maduro.

Un gruppo di fascisti pare rivendichi l’azione, ma dietro di essi ci sono le forze interne ed internazionali che vogliono rovesciare il governo bolivariano e socialista del Venezuela. È un salto di qualità eversivo della cosiddetta opposizione, che dopo aver perso sia le battaglie di strada sia quelle elettorali ora tenta la via del terrorismo.

Via che prepara la guerra d’invasione, quella sulla quale sta lavorando l’amministrazione Trump usando la Colombia. Con il vergognoso appoggio della UE e dei suoi principali governi, che come sempre coprono con l’ipocrisia dei diritti democratici le più sporche operazioni contro la libertà e l’indipendenza dei popoli.

È chiaro che i fascisti venezuelani, le multinazionali del petrolio, i governi reazionari dell’America Latina, il governo USA, non accettano che il Venezuela voglia proseguire sulla via dell’indipendenza nazionale e del socialismo. Dopo il blocco economico, che continua ma che non ha sconfitto la rivoluzione bolivariana , dopo le guarimbas eversive, ora si passa alle bombe coi droni.

Ovviamente il motivo principale è il petrolio come già un anno fa ci ricordava Gianni Minà:

Agosto 2017:

Gianni Minà: “Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela che gli Usa vogliono”

Il più grande conoscitore dell’America Latina in Italia: “Io ce li ho questi dati e dicono che di morti ammazzati l’opposizione ne ha fatti molti più del governo. Intellettuali e combattenti come l’argentino Adolfo Pèrez Esquivel (premio Nobel per la Pace nel 1980) o il brasiliano Frei Beto hanno espresso solidarietà a Maduro: sono forse amici dei criminali? C’è un bel pezzo di propaganda”.

 
Chi oggi con il massacro mediatico in corso contro il Venezuela non vorrebbe intervistare l’indiscusso massimo conoscitore dell’America Latina in Italia? Tutti, chiaramente.

Succede che il Corriere della Sera abbia lo scoop. E Fabrizio Caccia intervista Gianni Minà.

Voi, a questo punto, direte: darà il Caccia il massimo risalto alle parole di chi come nessuno conosce quelle terre, la loro storia politica, le loro popolazioni?

Non proprio. L’operazione è questa. Nel titolo e nel sottotitolo neanche si capisce che sia un’intervista a Minà e continua l’operazione di propaganda oltre la vergogna di questi giorni.

Invece di dare risalto alle parole di Gianni Minà e alla sua intervista, il Caccia preferisce dare massimo riferimento ad un appello lanciato pensate da niente meno che…. Rossana Miranda. Vi domanderete chi è Rossana Miranda per finire citata nel Corriere della Sera? Non riusciamo neanche noi a sciogliervi questo dubbio amletico, possiamo solo segnalarvi che da mesi fa propaganda contro il governo venezuelano attraverso un portale italiano, Formiche, e un giornale della destra venezuelana, El Universal.

Siamo arrivati al punto che il Corriere della Sera debba fare propaganda attraverso Formiche?

Si, signori miei, siamo proprio arrivati a questo punto.

Ma torniamo a Gianni Minà. Lo scoop di Caccia viene presentato senza un’introduzione, senza niente, addirittura si ha oggettiva difficoltà a capire che sia un’intervista sui fatti di adesso.

Abbiamo ascoltato telefonicamente Minà che ci ha confermato che si tratta solo di una minima parte delle sue parole. Ma non importa tanto questo, quel che rileva è riportare per intero le parole riprese da Caccia: «Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela, che gli Stati Uniti vogliono”. E ancora: «Bisogna avere in mano i dati dei morti, prima di parlare. Io ce li ho questi dati e dicono che di morti ammazzati l’opposizione ne ha fatti molti più del governo. Intellettuali e combattenti come l’argentino Adolfo Pèrez Esquivel (premio Nobel per la Pace nel 1980) o il brasiliano Frei Beto hanno espresso solidarietà a Maduro: sono forse amici dei criminali? C’è un bel pezzo di propaganda dietro alla storia che Maduro affami il popolo. Il chavismo ha vinto, altroché! Oggi l’esperienza bolivariana ha pure un canale televisivo (TeleSur) e una banca intercontinentale…».

Parole che si perdono nel testo del Caccia tra l’appello di Rossanda, la solita propaganda interna e Paolo Cento. Si avete capito bene. Paolo Cento. Ora mettere nella stessa intervista sull’America Latina Gianni Minà e Paolo Cento, è come mettere nello stesso campo di calcio Diego Armando Maradona e Egidio Calloni o Van Basten e Luther Blissett.

Miracoli della propaganda.

E poi mentre Gianni Minà cita un Premio Nobel del calibro di Esquivel e un gigante come Frei Betto – torturati e arrestati dalle vere dittature dell’America Latina che piacevano tanto a quello stesso occidente che oggi non a caso combatte il governo venezuelano – Paolo Cento invita a fare chiarezza sui fatti di Caracas «già quest’estate nelle feste dell’Unità, di Sinistra Italiana, Articolo 1».  Ora mettere insieme nella stessa intervista Esquivel e Betto con le attuali feste dell’Unità è più o meno come mettere sullo stesso palco i Pink Floyd con Giggione.

Ma per fortuna vostra in questo disastrato mondo dell’informazione italiana avete l’AntiDiplomatico che, nel titolo, nel sottotitolo e nella foto, rende giustizia ad un gigante tra lillipuziani della professione, Gianni Minà.

P.s. Il Frei Beto citato dal Caccia in realtà è Frei Betto,  Teologo della liberazione brasiliano, imprigionato e torturato nel 1969 dalla dittatura militare brasiliana per il suo impegno politico. Ma questo, probabilmente, il Caccia non lo sa.

Alessandro Bianchi

QUI L’aricolo completo dell’anno scorso

Amarcord – 8 agosto del 1956, la tragedia di Marcinelle – Anche per non dimenticare che una volta a partire e crepare per un tozzo di pane, eravamo noi!

 

Marcinelle

 

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Amarcord – 8 agosto del 1956, la tragedia di Marcinelle – Anche per non dimenticare che una volta a partire e crepare per un tozzo di pane, eravamo noi!

 

Marcinelle, partiti e mai più tornati. Il sacrificio degli emigrati italiani

Manoppello è un nome che dice poco alla memoria collettiva degli Italiani. È un comune in provincia di Pescara (circa 7mila abitanti) che da una quindicina d’anni ha ottenuto il titolo di Città. Custodisce il Volto Santo nell’omonima Basilica, un velo su cui è impressa un’immagine che richiama il Cristo, visibile allo stesso modo da entrambi i lati. Manoppello è però, purtroppo, salita alla ribalta delle cronache l’8 agosto del 1956, quando ventitré minatori originari del borgo abruzzese (addirittura sessanta se si considerano gli altri centri abruzzesi di Lettomanoppello, Farindola e Turrivalignani) morirono nella miniera di carbone del Bois du Cazier a Marcinelle, sobborgo operaio di Charleroi in Belgio.

La tragedia e il ricordo. L’incendio di olio ad alta pressione vicino al condotto principale dell’aria (forse per l’errato carico di un vagone in un ascensore) trasformò il pozzo minerario in una camera a gas. A 1035 metri di profondità morirono 262 lavoratori, di cui 136 erano italiani. Vi furono negligenze, ritardi e sufficienza nei soccorsi. Fu una tragedia immane, divenuta simbolo del “Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo” attraverso una Giornata Nazionale che ricorre l’8 agosto di ogni anno, istituita ufficialmente nel 2001, grazie al caparbio impegno dell’allora ministro bergamasco Mirko Tremaglia. Fra le vittime di Marcinelle vi era anche il bergamasco Assunto Benzoni di Cerete, la cui secondogenita nacque pochi giorni dopo la tragedia. A Benzoni e a tutte le vittime di Marcinelle, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferì la medaglia d’oro al valor civile, «luminosa testimonianza del lavoro e del sacrificio degli italiani all’estero, meritevoli del ricordo e dell’unanime riconoscenza della Nazione tutta».

Le tragedie dell’emigrazione italiana. Quelli che i belgi chiamavano “musi neri” erano emigranti partiti con veri e propri reclutamenti per dar man forte (sostituendo di fatto la manodopera locale trasferitasi progressivamente in fabbrica) alle miniere di carbone, utili a garantire energie al boom industriale post bellico. Le tragedie legate all’emigrazione italiana sono innumerevoli, specie considerando gli incidenti singoli, purtroppo all’ordine del giorno per le precarie condizioni di sicurezza. All’inzio del secolo scorso, quando il bisogno portava al di là dell’oceano, furono gli Stati Uniti ad essere teatro di spaventose tragedie. Il 6 dicembre 1907 fu la miniera di Monongah in Virginia a provocare un numero di vittime a oggi imprecisato, forse vicino alle 1000 unità, con oltre 170 italiani. Sei anni dopo, nel Nuovo Messico, fu la miniera di carbone di Dawson ad esplodere, provocando la morte di 250 minatori, fra cui 146 italiani. Una seconda esplosione si verificò nel 1923, con la morte di una ventina di connazionali.

Il disastro di Marcinelle, segna invece l’emigrazione in Europa, all’indomani della grande guerra. Anche la Svizzera fu luogo di morte per tanti lavoratori. Il 30 agosto 1965 fu una valanga a travolgere il cantiere della diga di Mattmark, nel Canton Vallese. ottantotto le vittime, di cui 56 italiani, mentre nel febbraio del 1966 (a meno di dieci anni dalla tragedia di Marcinelle) vi fu un’altra tragedia nel cuore del Monte Basondino, nel Canton Ticino. Le esalazioni di gas all’interno di un tunnel idroelettrico in fase di perforazione uccisero 19 persone: due tecnici svizzeri e diciassette operai italiani. Cinque di loro erano bergamaschi: il capocantiere Remo Romualdo Falconi, 32 anni originario di Foresto Sparso, Pietro Bonetti, 31 anni di Sovere, Giovanni Pasinetti, 28 anni di Bratto, Giovanni Pietro Domenghini, 25 anni di Riva di Solto e Luigi Ranza, 40 anni di Onore.

Tristi pagine di storia e di lavoro troppo spesso dimenticate, che restano di estrema attualità. Meno di un anno fa, il 2 ottobre 2017, ad Oberwald in Svizzera morì un minatore bergamasco di 58 anni, Severo Riccardi di Gromo, con moglie e due figli.

In Bergamasca un ricordo particolare agli emigranti morti sul lavoro viene dedicato dall’associazione «Nembresi nel mondo», guidata da Lino Rota e Mariuccia Abondio. Alle 11 dell’8 agosto, nel Santuario dello Zuccarello viene celebrata la Messa dell’emigrante, seguita dal pranzo conviviale a Ranica. Nembro ospita fra l’altro il Museo della Miniera, con attrezzi d’epoca e raccolta di documenti. Per non dimenticare.

 

tratto da: http://www.bergamopost.it/senza-categoria/marcinelle-partiti-mai-piu-tornati-sacrificio-degli-emigrati-italiani/

Un grande editoriale di Marco Travaglio: ‘Ma questi signori l’hanno capito perché hanno perso le elezioni?’

 

Marco Travaglio

 

 

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Un grande editoriale di Marco Travaglio: ‘Ma questi signori l’hanno capito perché hanno perso le elezioni?’

 

“Chi riesce a seguire le cronache sulle mosse di quel che resta del centrosinistra, e a rimanere sveglio, non può non domandarsi: ma questi signori l’hanno capito perché hanno perso le elezioni?”

Se lo chiede Marco Travaglio nel suo editoriale di oggi, nel quale passa in rassegna tutti gli errori del Pd e del centrosinistra degli ultimi anni.

La risposta a questa domanda, secondo il direttore del Fatto Quotidiano, è no. “Anzi, – aggiunge – l’impressione è che non si siano neppure posti la domanda”.

Travaglio osserva che il centrosinistra seguita “a comportarsi come dinanzi non a una catastrofe epocale, ma a un incidente di percorso”. E dunque aspetta la fine del governo giallo-verde in attesa del rilancio.

Il loro errore però, secondo il giornalista, è che “non fanno nulla per capire chi sia e perché continui a guadagnare consensi”. E infatti “un premier semisconosciuto come Conte, stando ai sondaggi, gode del 69% di popolarità”.

Ciononostante, secondo Travaglio la maggioranza M5S-Lega “passa gran parte del suo tempo a litigare, a commettere errori puerili e gaffe plateali, ad annunciare cose che non potrà mai fare, a smentire le voci dal sen fuggite a questo o quel ministro”.

Tuttavia questo, invece di “gonfiare le vele alle opposizioni” continua Travaglio “porta altro fieno in cascina ai governativi”.

Il motivo di questo rifiuto verso il centrosinistra sarebbe “che il ricordo dei disastrosi governi precedenti è talmente vicino, vivido, incombente che nessun errore dei nuovi arrivati può suscitare un rimpianto per i partiti sconfitti alle elezioni”.

tratto da: https://www.silenziefalsita.it/2018/08/05/pd-travaglio-ma-questi-signori-lhanno-capito-perche-hanno-perso-le-elezioni/

Leggi l’editoriale di Marco Travaglio:

Ma la sinistra l’ha capito perché ha perso le elezioni?

Chi riesce a seguire le cronache sulle mosse di quel che resta del centrosinistra, e a rimanere sveglio, non può non domandarsi: ma questi signori l’hanno capito perché hanno perso le elezioni? A cinque mesi dalla disfatta del 4 marzo, la risposta è no. Anzi, l’impressione è che non si siano neppure posti la domanda. Continuano a comportarsi come dinanzi non a una catastrofe epocale, ma a un incidente di percorso, a un’afflizioncella passeggera: aspettano fischiettando che passi la nuttata, o il cadavere del nemico giallo-verde, che peraltro non fanno nulla per capire chi sia e perché continui a guadagnare consensi. Un premier semisconosciuto come Conte, stando ai sondaggi, gode del 69% di popolarità, di poco superiore a quella del suo governo e dei dioscuri Di Maio e Salvini. Eppure la maggioranza Frankenstein nata due mesi fa passa gran parte del suo tempo a litigare, a commettere errori puerili e gaffe plateali, ad annunciare cose che non potrà mai fare, a smentire le voci dal sen fuggite a questo o quel ministro, in una cacofonia incoerente e pasticciona che dovrebbe gonfiare le vele delle opposizioni. E invece porta altro fieno in cascina ai governativi. Possibile che a sinistra, fra una maglietta rossa e un appello antifascista, nessuno capisca quel che sta accadendo?

Eppure è tutto molto chiaro: il ricordo dei disastrosi governi precedenti è talmente vicino, vivido, incombente che nessun errore dei nuovi arrivati può suscitare un rimpianto per i partiti sconfitti alle elezioni. Ci si accontenta che i nuovi arrivati facciano ogni tanto il contrario dei vecchi: qualche freno al precariato, qualche nomina per merito e non per tessera (dall’ad Rai ai nuovi vertici Fs), lo stop all’ultima svuotacarceri e al bavaglio sulle intercettazioni, la rimessa in discussione di grandi opere assurde come il Tav Torino-Lione. Anche perché né il Pd, né Leu (o come diavolo si chiama ora) né tantomeno FI fanno assolutamente nulla per distaccarsi da quel passato e poter dire agli italiani: “Ora siamo un’altra cosa, voltiamo pagina e ripartiamo da zero”. FI non può per una dannazione genetica: è nata con B. e morirà con B. Ma il Pd e la sinistra non dovrebbero avere problemi a trovare nuovi leader: oltretutto ci sono abituati, avendone cambiati una trentina in vent’anni. Però un conto sono i nuovi leader, un altro sono i leader nuovi. Gente, cioè, capace di parlare un linguaggio diverso, portare contenuti diversi e raggiungere elettori diversi: perduti e mai avuti. Finora, invece, lo scouting pidino si è concentrato su leader nuovi, o seminuovi, o di seconda mano, o di seconda fila.

Dirigenti che stavano al governo e vorrebbero dirigere il partito, come se il partito non avesse perso proprio per i disastri fatti al governo. Martina e Gentiloni sono brave persone, ma chi li ha mai sentiti prendere le distanze da Renzi su questioni sostanziali come lavoro, povertà, precariato, nomine, casta, corruzione, tasse? Le ultime cartine al tornasole sono due casi all’apparenza minori, almeno per l’impatto sui conti pubblici (non sull’immaginario collettivo): i vitalizi e l’Air Force Renzi (gemello dei Rolex d’Arabia). Per farla finita con i privilegi pensionistici dei parlamentari bastava – come scrisse il Fatto due anni fa in un appello con centinaia di migliaia di firme – una delibera degli uffici di presidenza di Camera e Senato. I 5Stelle, appena Fico s’è seduto a Palazzo Madama, hanno subito provveduto, trascinandosi dietro una Lega riottosa. La casta confidava nella rivincita al Senato grazie alla santa patrona Maria Elisabetta Casellati Alberti Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare. Che ha chiesto pareri a tutti nella speranza che qualcuno le rispondesse che no, tagliare i vitalizi non si può. Invece persino il Consiglio di Stato ha detto che sì, si può. Così ora anche il Senato sarà costretto a imitare la Camera. E chi se ne gioverà? Il M5S.

Sarebbe bastato che un anno fa il Pd facesse altrettanto, anziché presentare la legge Richetti e poi bocciarla, per poter vantare almeno quel successo. Ora, per cancellare quel pessimo ricordo, non basta piazzare Martina, o Gentiloni, o Calenda al posto di Renzi: ci vuole qualcuno che negli ultimi anni facesse altro. L’Air Force Renzi, monumento supremo al superego provincialotto del capo, fu svelato dal Fatto due anni fa: si sapeva fin da subito che era una boiata pazzesca. Ora che il nuovo governo disdice il contratto-capestro Alitalia-Etihad da 150 milioni (e per il leasing, mica per l’acquisto, che sarebbe costato meno; e per fortuna ci siamo risparmiati i 15 o 16 che sarebbe costato il nuovo arredamento sognato dal megalomane di Rignano), nessun pretendente al trono del Nazareno può dire alcunché. Erano tutti lì attorno a Renzi a fischiettare e a parlar d’altro, oppure a salire a bordo (da Gentiloni a Scalfarotto). Casi come questo ne verranno fuori molti altri, ora che i vincoli di solidarietà-omertà si allentano dopo l’uscita del Pd dalle stanze dei bottoni. Qualcuno lo svelerà la nuova maggioranza, aprendo i cassetti e gli armadi. Qualcuno altro magari lo scopriranno le procure. È così difficile capire che il Pd può avere un futuro solo facendo subito tabula rasa del passato e affidandosi a qualcuno che non c’era? Alla festa della Versiliana (30 agosto-2 settembre), abbiamo invitato alcuni esponenti della sinistra che rispondono all’identikit: amministratori di lungo corso, ma estranei alla stagione renziana, come Zingaretti; e giovani molto meno noti che meriterebbero la ribalta nazionale per essere messi alla prova. Se fossero già stati in pista dopo il 4 marzo, avrebbero evitato il capolavoro di un partito che si dice di sinistra e prima spinge i 5Stelle tra le braccia di Salvini, poi comincia a strillare al governo fascista.

tratto da: https://infosannio.wordpress.com/2018/08/05/ma-la-sinistra-lha-capito-perche-ha-perso-le-elezioni/

 

6 agosto 1945, Hiroshima – 73 anni fa uno dei più gravi e schifosi crimini contro l’umanità: gli Americani, quelli che oggi si ergono a giudici del mondo, lanciarono l’attacco atomico contro i civili di un paese che si era gia arreso!

 

Hiroshima

 

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6 agosto 1945, Hiroshima – 73 anni fa uno dei più gravi e schifosi crimini contro l’umanità: gli Americani, quelli che oggi si ergono a giudici del mondo, lanciarono l’attacco atomico contro i civili di un paese che si era gia arreso!

 

Il 6 agosto 1945 alle ore 8:15, un aereo statunitense sganciò la bomba all’uranio Little Boy sulla città giapponese di Hiroshima. Quella mattina, uomini, donne e bambini si apprestavano a vivere una nuova giornata, del tutto ignari dell’orrore che stava per abbattersi su di loro. A Hiroshima, l’esplosione della bomba generò in dieci secondi un’onda d’urto che rase al suolo la città per un raggio di due chilometri, uccidendo all’istante 70mila persone. In seguito, 70mila persone transitarono dalla vita alla morte senza rendersene conto, travolti da una vera e propria tempesta rovente che avanzò a 800 km all’ora.

Forse, in quel giorno, i primi morti furono i più fortunati. Dei privilegiati rispetto alle tante migliaia di civili che morirono in un secondo momento. È davvero difficile pensare cosa abbiano provato quegli uomini e quelle donne che si accingevano ad andare a lavorare o ad accompagnare i bambini a scuola. Non esistevano neppure le immagini di esplosioni atomiche, nessuno dei cittadini di Hiroshima aveva visto una tale luce o udito un tale suono così improvviso e devastante. Senza più la città intorno, senza punti di riferimento in un caldo torrido e colpiti da una forte pioggia radioattiva nera, i sopravvissuti vagarono senza meta, poi molti, sperando di fermare le terribili scottature, si gettarono nel fiume che però in alcuni punti ribolliva e ben presto si riempì dicadaveri che galleggiavano.

Tre giorni dopo, gli americani attaccano un’altra città giapponese, quella di Nagasaki: sganciano una bomba al plutonio, Fat man. Lo sgancio però non fu preciso e la bomba brillò in una zona della città difesa dai monti. Nonostante ciò, morirono subito 40mila persone e molte altre migliaia rimasero ustionate. Molte altre morirono in seguito.

Oltre 70 anni dopo, è risaputo che questi crimini contro l’umanità furono del tutto inutili al fine della vittoria statunitense. Hitler e Mussolini erano già morti, il Giappone era sul punto di arrendersi. Lo stesso Winston Churchill, primo ministro britannico, affermò: “Sarebbe un errore supporre che il destino del Giappone fu suggellato dalla bomba atomica. La sua sconfitta era certa prima che fosse sganciata la prima bomba”. In realtà, quelle bombe furono sganciate per due ragioni. La prima era di mandare un messaggio a Mosca; già durante il secondo conflitto mondiale si comprese che l’antagonismo futuro sarebbe stato tra le due potenze vincitrice della guerra, Usa e Urss. Secondo motivo era giustificare l’immensa spesa del progetto Manhattan, da cui scaturì la bomba atomica.

Dopo quelle due esplosioni (le uniche vere armi di distruzione di massa mai usate dall’uomo) gli Usa, sostituendo quello britannico, divennero un nuovo, tracotante, impero che in 70 anni ha sottomesso con la violenza militare ed economica quasi l’intero pianeta. Corea, Nicaragua, Congo, Vietnam, Laos, Cambogia, Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria sono soltanto alcune guerre dirette o per procura che hanno imposto il dominio a stelle e strisce. A partire da quel 6 agosto, gli Usa sono diventati un’economia di guerra, un keynesismo militarista difficile da disinnescare per l’immensa rete di interessi che ha svuotato del significato etimologico i termini come pace e democrazia.

Se proprio dovevano manifestare la loro potenza malefica, quei due ordigni atomici potevano essere fatti brillare in zone disabitate del Giappone, il mondo intero comunque avrebbe saputo di tale nuova arma. Invece, si sono colpiti i civili prima a Hiroshima replicando poi, pur avendo visto gli effetti di tale mostruosità, a Nagasaki. Circa 300mila civili furono uccisi, molti sono sopravvissuti tra immense sofferenze fisiche e psicologiche.

Il presidente Obama, addirittura premio Nobel per la pace (anche se nei suoi otto anni di mandato gli Usa sono sempre stati in guerra), è stato il primo presidente a visitare Hiroshima. Egli, ai superstiti presenti, non ebbe l’umanità non dico di chiedere perdono, ma nemmeno scusa. Non l’ha fatto lui e non lo faranno altri presidenti, perché gli Stati Uniti, come tutti gli imperi, si basano sulla guerra rendendo di conseguenza le cerimonie di questi giorni inutili parate che non rendono il nostro futuro più sicuro da probabili nuove esplosioni.

Il TAV in Francia costa 90 milioni al km, in Spagna 10, in Giappone, zona altamente sismica, 9 milioni al km, in Italia invece arriva a costare fino a 450 milioni al km… Capirete perché, utile o no, a qualcuno sicuramente conviene farlo!

 

TAV

 

 

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Il TAV in Francia costa 90 milioni al km, in Spagna 10, in Giappone, zona altamente sismica, 9 milioni al km, in Italia invece arriva a costare fino a 450 milioni al km… Capirete perché, utile o no, a qualcuno sicuramente conviene farlo!

 

Lo sottolinea il rapporto sulla corruzione della Commissione europea: il prezzo “potrebbe essere una spia di cattiva gestione o irregolarità”

Tav: in Italia costa 61 milioni al chilometro, in Spagna 10, e in Giappone 9

Lo sottolinea il rapporto sulla corruzione della Commissione europea: il prezzo “potrebbe essere una spia di cattiva gestione o irregolarità”

Lo sottolinea il rapporto sulla corruzione della Commissione europea: il prezzo “potrebbe essere una spia di cattiva gestione o irregolarità”

Ci spiegheranno che è per via degli Appennini (famosi quelli tra Roma e Napoli) o per ragioni sismiche (quelle purtroppo ci sono sempre, mentre in Giappone il fenomeno è sconosciuto). Ci saranno ragioni tutte italiane mentre in Francia, in Spagna, o in Giappone si costruisce su vie ferroviarie naturali, tutte piatte e senza alcuna difficoltà. Ma il risultato da spiegare è come mai in Italia le ferrovie ad Alta velocità costano 61 (sessantuno) milioni al chilometro e in Giappone costa solo 9,8 milioni, in Spagna 9, 3 e in Francia 10,2.

Lo rileva un paragrafo del primo Rapporto della Commissione europea sulla corruzione nell’Unione, che vale la pena riportare integralmente: “L’alta velocità è tra le opere infrastrutturali più costose e criticate per gli elevati costi unitari rispetto a opere simili. Secondo gli studi, l’alta velocità in Italia è costata 47,3 milioni di euro al chilometro nel tratto Roma-Napoli, 74 milioni di euro tra Torino e Novara, 79,5 milioni di euro tra Novara e Milano e 96,4 milioni di euro tra Bologna e Firenze, contro gli appena 10,2 milioni di euro al chilometro della Parigi-Lione, i 9,8 milioni di euro della Madrid-Siviglia e i 9,3 milioni di euro della Tokyo-Osaka. In totale il costo medio dell’alta velocità in Italia è stimato a 61 milioni di euro al chilometro. Queste differenze di costo, di per sé poco probanti, possono rivelarsi però una spia, da verificare alla luce di altri indicatori, di un’eventuale cattiva gestione o di irregolarità delle gare per gli appalti pubblici”.

Da Eunews del 03.02.2014

 

Ma ecco la tabella aggiornata dei costo:

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L’ing. Ivan Cicconi nel 2012 aveva già fatto molto bene i conti e scriveva, tra l’altro: Torino-Lione: il primato del costo al chilometro”

“Non è inoltre da sottovalutare il fatto che il prevedibile aumento complessivo dei costi, stante la ripartizione percentuale pattuita, la diversa lunghezza delle tratte ed il contributo del 40% europeo necessariamente fisso, si rifletterebbe in modo decisamente negativo per l’Italia.

Ipotizzando un aumento del solo 100% dei costi della intera galleria di base, cinque volte inferiore a quello registrato per la Torino-Milano, il costo a chilometro per l’Italia salirebbe da 235 a 628 milioni di euro al km, circa il 200% in più.”

Una profezia che si sta avverando: per l’Italia il costo al chilometro del tunnel è già di 450,3 milioni. La Francia, sempre a corto di soldi, dovrà pagare solo 91,9  milioni di km.  (Importi escluso il contributo UE).

fonte dati: http://www.presidioeuropa.net/blog/torino-lione-costi-aggiornati-al-2017-%E2%80%93-l%E2%80%99italia-pagherebbe-il-tunnel-2935-milioni-di-euro-%E2%80%93-mappa-progetto/

Amarcord – il 4 agosto 1974 la strage del treno Italicus. Un’altra strage di Stato? Certo è che su quel treno c’era Aldo Moro, che però viene “salvato” facendolo scendere 2 minuti prima della partenza…!

 

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Amarcord – il 4 agosto 1974 la strage del treno Italicus. Un’altra strage di Stato? Certo è che su quel treno c’era Aldo Moro, che però viene “salvato” facendolo scendere 2 minuti prima della partenza…!

 

La rivelazione di Gero Grassi (PD): ‘Moro non fu fatto salire sul treno Italicus all’ultimo …

La rivelazione di Gero Grassi, esponente del Partito Democratico e promotore della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, secondo cui a Moro fu impedito di salire sul treno Italicus che sarebbe esploso come avvertimento da parte di parte dei servizi segreti collusi con organizzazioni terroristiche.

 

Bologna, 2 agosto 1980: quando uno Stato ammazza la sua Gente …e dopo 40 anni rema ancora contro la verità…!

 

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Bologna, 2 agosto 1980: quando uno Stato ammazza la sua Gente …e dopo 40 anni rema ancora contro la verità…!

 

Bologna 1980: la mano dei Servizi sulla strage

L’esplosivo del Sismi. Le mezze banconote. Il covo del terzo uomo. Nuovi elementi rivelano le complicità di Stato. I familiari delle vittime: «Ancora oggi esiste un pezzo delle istituzioni che rema  contro la verità»

 

Strage di Stato. È la definizione-shock che fu coniata, in origine, per piazza Fontana: la prima bomba nera, quella del 12 dicembre 1969 a Milano (17 morti). Significa che pezzi dello Stato sono stati complici degli stragisti. È la più tragica anomalia italiana. Il terrorismo colpisce in tutto il mondo, ma nei Paesi civili è contro lo Stato, che unisce le sue forze per combatterlo. In alcune nazioni, invece, è dentro lo Stato. Per anni la tesi della strage di Stato fu liquidata come “un’invenzione della sinistra”. Oggi è il marchio ufficiale del terrorismo di destra italiano, confermato già da quattro sentenze definitive. Ignorate o dimenticate. Anche se raccontano gli anni più neri della nostra democrazia. E offrono una chiave che potrebbe aprire l’armadio dei misteri anche delle stragi mafiose. Strategia della tensione. Dal passato al presente. Da Milano a Bologna. Da Palermo a Roma.
Per la bomba che nel 1969, l’anno delle lotte operaie e studentesche, devastò una banca di Milano precipitando l’Italia nel terrorismo politico, sono stati condannati in tutti i gradi di giudizio, per favoreggiamento, due ufficiali dei servizi segreti militari (l’allora Sid): il generale Gianadelio Maletti e il capitano Antonio La Bruna. Entrambi affiliati alla loggia massonica P2. Invece di aiutare la giustizia, distruggevano le prove e facevano scappare all’estero i ricercati per terrorismo, con documenti falsi e soldi dello Stato. Per l’eccidio in piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974, otto morti e 102 feriti) è stato dichiarato colpevole anche dalla Cassazione, nel giugno 2017, dopo decenni di depistaggi, un neofascista che era a libro paga dello stesso Sid, Maurizio Tramonte: un confidente nero che avvisò della bomba, ma i servizi non fecero nulla e poi bruciarono i verbali.
Anche per la strage di Peteano (31 maggio 1972, tre carabinieri dilaniati da un’autobomba) le indagini e i processi di Venezia hanno comprovato depistaggi gravissimi, orditi da altri ufficiali dei servizi, tutti militari, come le vittime. E poi c’è Bologna, la bomba del 2 agosto 1980 alla stazione dei treni, che ha ucciso 85 innocenti. Per questo attentato, il più sanguinario, c’è un processo in corso contro un terrorista di destra accusato di essere il quarto complice, dopo i tre stragisti già condannati. E c’è una nuova indagine, ancora aperta, sui mandanti occulti. L’Espresso ha recuperato tutte le sentenze e altri documenti, finora inediti, che disegnano la stessa trama nera: strage di Stato. Anche a Bologna.

Le linguette delle bombe a mano

Valerio Fioravanti è un terrorista di destra condannato in via definitiva come esecutore materiale dell’attentato alla stazione. La giustizia al suo massimo livello (Cassazione a sezioni unite) ha confermato che fu lui, con la sua complice e convivente Francesca Mambro, a portare il micidiale ordigno in stazione. Dopo l’arresto nel 1981, i due killer neri hanno confessato dieci omicidi. Ma per la strage si sono sempre proclamati innocenti. In un processo separato, altri giudici hanno riconfermato la loro colpevolezza condannando un terzo terrorista dei loro Nuclei armati rivoluzionari (Nar), Francesco Ciavardini, 17enne all’epoca della strage. Dopo l’arresto, nel tentativo di sminuire la gravità degli indizi, Fioravanti dichiarò che lui e la Mambro erano «vittime dei servizi». Ma le sentenze certificano il contrario: furono protetti dal Sismi (l’ex Sid). Dopo la carneficina di Bologna, con una serie di depistaggi esplosivi. Ma anche all’inizio della carriera criminale. Come se fossero sempre stati creature dei servizi.
Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti
Vito Zincani, il giudice istruttore della maxi-inchiesta sulla strage, ricorda bene le vecchie carte ora ritrovate da L’Espresso: «Fioravanti aveva rubato un’intera cassa di bombe a mano, modello Srcm, quando faceva il servizio militare a Pordenone. Era stato ammesso alla scuola ufficiali quando risultava già denunciato e implicato in gravi reati. Per capire come avesse fatto, abbiamo acquisito i suoi fascicoli. E negli archivi della divisione Ariete abbiamo trovato un documento dell’Ufficio I, cioè dei servizi militari: indicava proprio Fioravanti e Alessandro Alibrandi come responsabili del furto delle Srcm. Quelle bombe sono state poi utilizzate per commettere numerosi attentati. Sono fatti accertati, mai smentiti. Le Srcm hanno una linguetta metallica, con impresso un codice che identifica la partita. E noi abbiamo trovato le linguette, staccate dai terroristi, nei luoghi degli attentati. Quindi erano proprio quelle rubate da Fioravanti e Alibrandi. I servizi lo sapevano da anni. Ma non dissero niente ai magistrati che indagavano su quelle bombe».

Alessandro Alibrandi è un terrorista nero che fu ucciso in una sparatoria con la polizia nel 1981. È stato uno dei fondatori dei Nar con lo stesso Fioravanti e con Massimo Carminati, arrestato di nuovo nel 2014 come presunto capo di mafia Capitale, ma già condannato negli anni Ottanta come armiere della Banda della Magliana. Tra Nar e Magliana era nata un’alleanza criminale, cementata da un arsenale misto di armi ed esplosivi. Il patto tra terroristi neri e big della delinquenza romana permise di allacciare rapporti con boss di Cosa nostra, riciclatori di denaro sporco, complici piduisti e servizi segreti.

 

Le mille lire spezzate

L’imputato del nuovo processo di Bologna, Gilberto Cavallini, è al centro di un caso ancora più inquietante. Il mistero di una banconota spezzata. Il 12 settembre 1983 i carabinieri perquisiscono a Milano un covo di Cavallini. Tra le sue cose, elencate nel rapporto, il reperto numero 2/25 è una stranezza: una mezza banconota da mille lire, con il numero di serie che termina con la cifra 63. All’epoca nessuno vi diede peso. Oggi, tra migliaia di atti ufficiali dell’organizzazione Gladio, la famosa rete militare segreta anticomunista, spuntano foto di banconote da mille lire, tagliate a metà, e fogli protocollati che spiegano a cosa servivano: erano il segnale da utilizzare per accedere agli arsenali, per prelevare armi o esplosivi, in particolare, dalle caserme in Friuli. Su una foto si legge il numero di una mezza banconota: le ultime due cifre sono 63. Le stesse delle mille lire spezzate di Cavallini. A Bologna oggi emerge che pure un altro terrorista nero, legato a Cavallini, custodiva una banconota tagliata, questa volta da centomila lire, scoperta durante il suo arresto. «Su queste coincidenze bisogna riflettere», ha commentato in udienza il presidente della corte d’assise, il giudice Michele Leoni. I legali di parte civile hanno già chiesto di acquisire quelle carte di Gladio.

Per la strage di carabinieri a Peteano, le indagini del pm veneziano Felice Casson hanno già dimostrato (come si legge nella sentenza d’appello diventata definitiva) che il particolarissimo innesco dell’autobomba era uscito da un arsenale friulano di Gladio. Fu proprio quell’inchiesta a svelare l’esistenza dell’organizzazione segreta militari-civili, che il governo Andreotti presentò, nel 1990, come una struttura della Nato, destinata ad attivarsi solo in caso di invasione sovietica. In realtà quel deposito di Gladio, il cosiddetto “Nasco 203”, come ricorda oggi Casson, «fu trovato aperto: mancavano proprio due accenditori a strappo, registrati ma spariti, identici all’innesco di Peteano». Segno che, sotto l’ombrello di Gladio, operavano nuclei ristretti non militari, segretissimi, autorizzati a usare l’arsenale di Stato. Per finalità opposte alla difesa della patria.

I servizi manovrati dalla P2 hanno sicuramente usato esplosivo di Stato per inquinare le indagini di Bologna. I vertici del Sismi iniziano a depistare subito dopo la strage, inventando una lunga serie di false «piste internazionali», prima di sinistra, poi di destra, ma contro i nemici dei Nar. Il 13 gennaio 1981 i depistaggi raggiungono l’apice: il Sismi fa ritrovare, sul treno Taranto-Milano, una valigia con un mitra, un fucile a canne mozze e otto contenitori con due tipi di esplosivi, identici alla miscela utilizzata per la strage di Bologna. Nella valigia ci sono passaporti e biglietti aerei intestati a due inesistenti terroristi stranieri. Con un’inchiesta da manuale, i magistrati dimostrano che è un’altra montatura del Sismi: l’ennesima «pista estera», costruita per salvare Fioravanti e i suoi complici. Il processo si chiude con la condanna definitiva del generale Pietro Musumeci, del colonnello Giuseppe Belmonte e del faccendiere dei servizi Francesco Pazienza.

Due mesi dopo, il 17 marzo 1981, i magistrati di Milano, indagando su tutt’altro (il finto sequestro del banchiere Michele Sindona, organizzato da Cosa nostra) scoprono le liste degli affiliati alla P2: ci sono tutti i vertici dei servizi segreti, compresi Musumeci e il capo, il generale Santovito (morto prima del processo). Lo stesso Licio Gelli, da anni grande burattinaio dei servizi, viene condannato come regista del maxi-depistaggio di Bologna: un indizio decisivo è la scoperta che ha incontrato personalmente il capocentro di Roma del Sisde, il servizio segreto civile, e gli ha ordinato di smettere di indagare sui terroristi di destra per concentrarsi sulla (falsa) «pista internazionale». Una deviazione prontamente eseguita dal funzionario piduista. Nonostante le condanne definitive, alcuni politici della destra di oggi continuano a pubblicizzare fantomatiche «piste estere».

Finora si pensava che i capi del Sismi fedeli a Gelli, con la valigia sul treno, avessero potuto duplicare l’esplosivo della strage grazie a una soffiata, una fuga di notizie sugli accertamenti, ancora segreti, dei periti giudiziari. Ma l’origine della bomba resta un mistero: non si è mai saputo chi fornì il composto militare (T4) che moltiplicò la potenza dell’ordigno. Ora il caso delle mezze banconote solleva un interrogativo spaventoso: i servizi sapevano tutto dell’esplosivo perché erano stati loro a procurarlo? Nella strage di Bologna anche la bomba ha il marchio di Stato?

Di certo i legami con i servizi riguardano intere cordate di terroristi di destra. Fioravanti, nella gerarchia nera, è subentrato a Giuseppe Dimitri, arrestato nel 1979: nel suo covo furono sequestrate armi e 20 chili di esplosivo. E nell’agenda Dimitri aveva il numero riservato di Musumeci.

Sergio Picciafuoco è un ex delinquente comune, reclutato nei Nar, che rimase ferito nella strage di Bologna, facendosi curare sotto nome falso. Sospettato di essere il basista, è stato assolto. Anche lui ha beneficiato di coperture straordinarie. Prima della strage viene fermato dai carabinieri in Alto Adige: è latitante da anni, viaggia su un’auto rubata e ha un documento vistosamente falso. Eppure viene lasciato libero, come scoprono i magistrati di Bologna. E continua a girare l’Italia con lo stesso documento in teoria “bruciato”. Viene arrestato solo nell’aprile 1981, mentre rientra dall’Austria con un falso passaporto molto particolare: ha lo stesso numero del vero documento di Riccardo Brugia, un altro terrorista dei Nar; e fa parte di un pacchetto di sette documenti falsificati con lo stesso metodo. Brugia è stato riarrestato nel 2014 come braccio destro di Carminati in mafia Capitale. Era il presunto responsabile del reparto estorsioni e pestaggi. La grande criminalità che ha spadroneggiato impunita per anni a Roma, secondo l’accusa, nasce dall’eredità nera dei Nar. Ed è cresciuta grazie alle complicità create negli anni del terrorismo.

Nel nuovo processo di Bologna, ha dovuto testimoniare anche Luigi Ciavardini, il terzo condannato per la strage. E ha finito per confermare un fatto mai emerso prima: a Treviso, nei giorni della strage, i Nar non disponevano solo dell’appartamento dove viveva Cavallini, sotto falso nome. C’era un secondo covo, rimasto segreto. In aula, davanti alla corte, Ciavardini non ha difficoltà a ripercorrere le tappe della sua fuga da Roma dopo l’assalto armato al liceo Giulio Cesare, con l’assassinio dell’agente Francesco Evangelista e la sparatoria in cui restò ferito al volto, diventando riconoscibile. Così arrivò a Treviso, via Milano, per raggiungere Cavallini, che però non poteva ospitarlo. Di qui il rifugio segreto. Le parti civili gli chiedono l’indirizzo e chi lo ha ospitato. Ciavardini non risponde. Il presidente lo rassicura: qualunque ipotetica accusa per i suoi fiancheggiatori è ormai cancellata dalla prescrizione. Ciavardini ha ormai scontato la pena, è libero, per la giustizia non rischia nulla. Eppure lo stragista si trincera ancora nel silenzio. Perché tanto mistero? Le parti civili indagano ancora e hanno un’idea precisa: quel covo era vicino a una caserma e fu procurato dai servizi. Personaggi ancora in grado di impaurire un ex terrorista.

Nell’atto d’accusa finale sulla strage di Bologna, il giudice Vito Zincani ha riassunto così i risultati della maxi-istruttoria, che portò a inquisire, con accuse diverse, decine di terroristi neri: «Non c’è alcuna delle persone coinvolte nelle indagini che non risulti collegata ai servizi segreti».

Il documento “Bologna” e i soldi segreti

Licio Gelli è morto nel 2015, senza aver scontato neppure un giorno di carcere per il depistaggio ordito dopo la strage di Bologna. A suo carico, oggi, emergono nuovi fatti, su cui indaga la Procura generale. Tutto parte dal crack del Banco Ambrosiano. Il capo della P2 è stato condannato come responsabile e primo beneficiario della colossale bancarotta dell’istituto di Roberto Calvi (il banchiere ucciso nel 1982 a Londra). Sui conti svizzeri di Gelli sono stati sequestrati oltre 300 milioni di dollari, usciti dalle casse dell’Ambrosiano. Tra le sue carte dell’epoca ora emerge un documento classificato come «piano di distribuzione di somme di denaro»: svariati milioni di dollari usciti dalla Svizzera proprio nel periodo della strage e dei depistaggi, tra luglio 1980 e febbraio 1981. Il documento ha questa intestazione: «Bologna – 525779 XS». Numero e sigla corrispondono a un conto svizzero di Gelli con il tesoro rubato all’Ambrosiano. Altre note, scritte di pugno da Gelli, riguardano pacchi di contanti da portare in Italia: solo nel mese che precede la strage, almeno quattro milioni di dollari.

La commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, presieduta da Tina Anselmi, ha concluso che Gelli, già nei primi anni Settanta, aveva finanziato «gruppi terroristici toscani di ispirazione neofascista o neonazista», compresi i responsabili dei «primi attentati ferroviari». Ora si tratta di capire se il capo della P2, oltre a depistare, possa aver finanziato anche gli stragisti di Bologna.

Paolo Bolognesi è il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime del 2 agosto 1980. «A 38 anni dalla strage non conosciamo ancora i mandanti, ma sappiamo molte verità. Milano, Brescia, Bologna, le bombe sui treni, non sono attentati scollegati: sono stragi inserite in una più ampia strategia della tensione. Con mani esterne che hanno sempre lavorato contro la verità». L’associazione ha presentato i due esposti che hanno portato al processo contro Cavallini e alle nuove indagini sui mandanti. Bolognesi ha acquisito nuovi elementi anche come parlamentare della commissione Moro, nella scorsa legislatura: «Paolo Inzerilli, già capo di Gladio, ha ammesso che esisteva una “Gladio nera”, formata da ex fascisti e militari. Quindi abbiamo chiesto al ministero di fornirci gli elenchi di questi “nuclei neri”, ma il dirigente si è opposto con la scusa della privacy. Vista la reticenza, la commissione ha chiesto ai vertici dell’Aise, l’attuale servizio segreto militare, che ci ha mandato un plico di 600 pagine, ma senza alcun nome. Carta straccia, insomma. A questo punto ho chiesto alla commissione di indagare per depistaggio. E la procura di Roma ci ha chiesto gli atti e ha aperto un fascicolo. Questo dimostra che esiste ancora un pezzo delle nostre istituzioni che rema in direzione contraria alla verità».
Tra i pochi che conoscono i segreti del terrorismo nero c’è Roberto Fiore, oggi leader di Forza nuova, che verrà sentito come testimone nel processo a Cavallini, con l’obbligo di dire la verità. Fiore fu condannato per banda armata come capo di Terza Posizione, l’incubatore dei Nar. Il 4 agosto 1980, due giorni dopo la strage, era a Castelfranco Veneto, dove accolse Ciavardini, che lo chiamava «capo». In giugno era in Sicilia, a casa di Francesco Mangiameli, assassinato da Fioravanti e Mambro perché aveva parlato della strage ad Amos Spiazzi, un ex colonnello dei servizi. La Cassazione nella sentenza definitiva scrive che Fioravanti e Mambro, dopo la strage, volevano uccidere anche Fiore: anche lui sapeva troppo?

Poco prima della bomba, il 23 giugno 1980, l’attuale imputato Cavallini e il condannato Ciavardini avevano ammazzato, a Roma, il giudice Mario Amato. Come Vittorio Occorsio, ucciso quattro anni prima da Pierluigi Concutelli. Il giudice stava indagando sull’intreccio criminale fra terroristi di destra, banda della Magliana, servizi e loggia P2, che fu smascherata proprio dai due magistrati assassinati. Nel 1993, interrogato a Bologna, lo stesso Fioravanti, nel proclamarsi innocente, se ne uscì con una frase memorabile: «Siamo cresciuti col dubbio se le stragi siano opera di uno dei servizi infiltrato nell’estrema destra o se era uno di destra che tentava di infiltrarsi nei servizi». Luigi Ilardo, il boss di Cosa nostra che fu ucciso quando stava per pentirsi, confidò ai carabinieri che la mafia seguiva la stessa trama nera: «Per capire le stragi del 1992 e 1993 bisogna guardare agli anni della strategia della tensione. Cosa nostra le ha eseguite, ma quelle stragi sono state decise con settori deviati delle istituzioni, massoneria e servizi segreti». Di certo, anche nelle indagini sulla morte di Paolo Borsellino e della scorta, non sono mancati i depistaggi di Stato.

 

 

fonte: http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/07/30/news/bologna-1980-la-mano-dei-servizi-sulla-strage-1.325381