Un intervento epico di Marco Travaglio: “Cos’è la politica? È celebrare Falcone e Borsellino e poi trattare con la mafia”.

Marco Travaglio

 

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Un intervento epico di Marco Travaglio: “Cos’è la politica? È celebrare Falcone e Borsellino e poi trattare con la mafia”.

Un discorso epico di Marco travaglio da condividere assolutamente! Parole che rimarranno nella storia pronunciate nel corso di un duello con Gad Lerner su politica e antipolitica, durante la trasmissione “Quello che non ho” su La7.

Queste le sue parole:
Oggi la VERA anti-politica è quella che noi chiamiamo politica:
E’ scendere in campo anzichè salire;
E’ fondare un partito per non andare in galera e per non fallire per debiti;
E’ far eleggere gli avvocati e i coimputati per non farli parlare;
E’ stare in parlamento 30 o 40 anni pensando che il rinnovamento consista nel cambiare continuamente il nome al partito;
E’ usare le Camere come alternative al carcere, alla latitanza e alla comunità di recupero;
E’ usare come ufficio di collocamento per amici, parenti e amanti, il Parlamento, la Rai, i giornali, asl, ospedali, aziende pubbliche, banche, istituti culturali, cinema;
E’ andare solo a “Porta a Porta” per non rispondere mai a domande;
E’ celebrare Falcone e Borsellino e  poi trattare con la mafia, o chiederle i voti, o stringere la mano ad Andreotti, Cuffaro, Cosentino, Dell’ Utri;
E’ sfilare al family day e poi andare a puttane;
E’ fare il presidente della Repubblica a 84 anni e lanciare moniti per la politica e per i giovani;
E’ fare il presidente del Senato essendo indagato per mafia;
E’ chiamare le guerre “missioni di pace”, l’impunità “garantismo”, la legalità “giustizialismo”, la prescrizione “assoluzione”, l’inciucio “dialogo”, i fischi “terrorismo”, i bordelli “cene eleganti”, le orge “gare di burlesque”;
E’ chiamare i caduti sul lavoro “morti bianche”, per far sembrare meno morti i morti e meno assassini gli assassini;
E’ dire che è sempre colpa del governo precedente, della crisi mondiale, dello tsunami, delle toghe rosse, dell’ euro, della Merkel e di Adamo ed Eva;
E’ promettere tagli alla casta e poi non farli;
E’ rapinare i pensionati e i lavoratori perchè i banchieri, i miliardari e gli evasori fiscali corrono troppo veloci;
E’ dire “ce lo chiede l’ Europa”, ma quando l’ Europa ci chiede una legge anti-corruzione si faccia i cavoli suoi;
L’ intervento integrale
Questo ed altro nell’epico intervento integrale di Marco Travaglio, seguito da Gad Lerner che potete vedere QUI
fonte: http://siamolagente2016.blogspot.it/2017/05/marco-travaglio-cose-la-politica-e.html

Travaglio distrugge il duo Renzi & Boschi: proprio loro che per le crisi bancarie non hanno mosso un dito, contribuendo ad un crac da 60 miliardi, ora chiedono la testa di Visco. Sarebbe una barzelletta se non fosse uno scandalo!

Travaglio

 

 

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Travaglio distrugge il duo Renzi & Boschi: proprio loro che per le crisi bancarie non hanno mosso un dito, contribuendo ad un crac da 60 miliardi, ora chiedono la testa di Visco. Sarebbe una barzelletta se non fosse uno scandalo!

Durissimo editoriale di Marco Travaglio contro Matteo Renzi e Maria Elena Boschi sulla vicenda banche.

L’ex premier nei giorni scorsi ha chiesto la testa del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco in quanto giudicato responsabile del disastro bancario. Marco Travaglio, nonostante concordi sulla responsabilità di Visco, definisce una “barzelletta”, se non uno “scandalo”, il fatto che a richiedere la rimozione di Visco siano i due rappresentanti del governo Renzi, che sulle banche ne ha combinato di tutti i colori.

Scrive Travaglio:

“Di Boschi e di riviera”

Che la Vigilanza di Bankitalia non abbia vigilato sui crac bancari, lo sanno anche i bancomat. Che Ignazio Visco, detto Tutto-va-ben-madama-la-marchesa, in un Paese serio non sarebbe più governatore da un pezzo, non ci sono dubbi (chi ne avesse ancora si legga Giorgio Meletti a pag. 2). Ma che a chiedere la sua testa sia il duo Renzi&Boschi, sarebbe una barzelletta se non fosse uno scandalo. Chi ha lasciato marcire per anni le crisi bancarie senza muovere un dito, per non turbare l’ottimismo obbligatorio fino al referendum del 4 dicembre 2016, contribuendo a far lievitare il conto di quei crac fino a 60 e passa miliardi a carico dello Stato? Il governo Renzi-Boschi. Ora, in linea con la regola aurea dei governi italiani – il bue che dà del cornuto al bue – siamo alla guerra per banche: ciascuno cerca un capro espiatorio da immolare sull’altare delle urne. E vedremo chi resterà col cerino in mano. Ma sarebbe paradossale se fosse il solo Visco, senza portarsi dietro il resto della compagnia. Se salta lui, non si vede come possa restare la sottosegretaria Boschi, favoritissima al premio Conflitto d’Interessi 2014-2017 (prima l’ambito riconoscimento era esclusiva di B.): una preziosa scultura di una faccia di bronzo.

Il 18.12.2015, prima che la Camera respinga la mozione di sfiducia M5S-Sel sul suo conflitto d’interessi di ministra e di azionista e figlia del vicepresidente di Banca Etruria, la statista di Arezzo giura: “Non c’è alcun conflitto d’interessi né favoritismo né corsia preferenziale: non ho tutelato la mia famiglia, ma solo le istituzioni… Si dimostri che ho favorito mio padre o che son venuta meno ai miei doveri istituzionali e sarò la prima a lasciare l’incarico”. E la sfanga.

Il 10.1.2016 torna sull’argomento in un’intervista al Corriere: “L’ipotesi di un mio conflitto di interessi è a dir poco fantasiosa… Se la cosa non fosse così seria, mi farebbe anche sorridere il fatto che alcuni autorevoli esponenti oggi prendano determinate posizioni, pur sapendo che sono le stesse persone che un anno fa suggerivano a Banca Etruria un’operazione di aggregazione con la Banca Popolare di Vicenza. Se fosse stata fatta quell’operazione, oggi avrebbero avuto un danno enorme i correntisti veneti e quelli toscani”. Un attacco alzo zero a Visco che aveva caldeggiato la fusione Etruria-Vicenza. Poi purtroppo si scopre che la ministra ha mentito. Non una, ma più volte.

1) Nel marzo 2014, un mese dopo la nascita del governo Renzi, Maria Elena e Pier Luigi Boschi (membro del Cda di Etruria) ricevono nella loro villa di Laterina tre banchieri.

Sono – come rivela, mai smentito, Meletti – il presidente e l’ad di Veneto Banca, Flavio Trinca e Vincenzo Consoli, e il presidente di Etruria Giuseppe Fornasari. Tema del vertice segreto: come resistere, con l’appoggio del nuovo governo, alle richieste di Bankitalia per fondere Etruria e Veneto Banca con Pop Vicenza. A maggio il papà della neoministra diventa vicepresidente di Etruria col neopresidente Lorenzo Rosi. I due bussano a tutte le porte, anche a quella del bancarottiere Carboni. Ma invano.

2) Nel gennaio 2015 – rivela Ferruccio de Bortoli – un mese prima del commissariamento di Etruria chiesto da Bankitalia al governo, la Boschi chiama l’Ad di Unicredit Federico Ghizzoni e gli chiede di rilevare una a caso delle varie banche decotte: Etruria. Ghizzoni inoltra la richiesta alla manager Marina Natale, che dà parere negativo. La Boschi smentisce e annuncia querela a De Bortoli (mai fatta). Renzi, nel suo libro Avanti, scriverà che “chiedere a Ghizzoni di studiare il dossier Etruria sarebbe stato come minimo ridondante visto che era un dossier che stavano studiando tutti”. E così sembra confermare lo scoop di De Bortoli, senza spiegare a che titolo la Boschi avrebbe chiamato il banchiere (non è il ministro del Tesoro e i ministri economici erano ignari dell’iniziativa).

3) Il 3.2.2015 manca una settimana al commissariamento di Etruria. Il governo Renzi ha appena varato il decreto che riforma le banche popolari (Etruria inclusa), imponendo loro di trasformarsi in Spa più grandi (qualcuno l’ha saputo in anticipo, ha fatto incetta di azioni Etruria e ci fa un sacco di soldi visto che il titolo si gonfia in pochi giorni fino al 60%). Quel giorno Consoli fa due telefonate (intercettate dai pm che indagano su Veneto Banca). Una al capo della sede di Bankitalia a Firenze: “Io chiamo Pier Luigi e vedo se mi fissa un incontro, anziché con la figlia, direttamente col premier”. L’altra a Pier Luigi Boschi, che promette: “Io ne parlo con mia figlia, col presidente (Renzi, ndr) domani e ci si sente in serata”.

4) L’altroieri, dal treno, Renzi ordina la dichiarazione di guerra a Visco: la scrive il capogruppo Rosato col contributo della Boschi e della sua fedelissima Silvia Fregolent. La sottosegretaria, che segue come una badante il premier Gentiloni, si dimentica di avvertirlo del blitz, lasciando all’oscuro anche i ministri e soprattutto il presidente Mattarella. I quattro non la prendono bene. Parlano di “tradimento”. I cronisti descrivono la sottosegretaria al Quirinale “appartata, abbacchiata e silenziosa”. Manca solo che i corazzieri le passino spazzola e strofinaccio per farsi lustrare le sciabole e spolverare i pennacchi. Lei non parla con nessuno, anche perché nessuno parla con lei (ma Gentiloni, cornuto felice, è costretto a difenderla, almeno in pubblico). Però qualcuno dovrebbe dirglielo: cara, hai mentito al Parlamento, hai interferito nell’affare Etruria, continui a impicciarti di banche mentre, alla sola parola, dovresti nasconderti sotto la scrivania: ora basta. Tòrnatene a Laterina e non farti più vedere, men che meno accompagnata dai genitori.

L’articolo su Il Fatto Quotidiano.

 

Il fantastico editoriale di Marco Travaglio: Benvenuti in Culonia

Marco Travaglio

 

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Il fantastico editoriale di Marco Travaglio: Benvenuti in Culonia

Ci sono giornate che cominciano uggiose e non inducono proprio al buonumore. Poi giunge notizia che Antonio Tajani, a nome di FI e dunque di B., si è molto congratulato con la Merkel per il suo quarto cancellierato e ha rivelato che lei e Silvio hanno appena avuto “due lunghi e approfonditi incontri, non sono mai stati così vicini”, e uno subito si rianima. Siccome siamo un Paese senza memoria che confida nella smemoratezza altrui, ecco un breve riepilogo dei rapporti bilaterali Berlino-Arcore.

Quand’era premier, sinceramente offeso dall’intollerabile serietà della Cancelliera, B. le provò tutte per sbeffeggiarla e umiliarla: una volta le fece il cucù, un’altra la lasciò per mezz’ora sotto il sole mentre lui era al telefono (“con Erdogan”, disse poi, essendo un madrelingua turco) e così via. Lei lo ripagò il 23 ottobre 2011 con la famosa risata in duo con Sarkozy, e chissà se sapeva che un anno prima il Fatto aveva riferito una voce ricorrente in Transatlantico: i fedelissimi di B. erano terrorizzati che uscissero, dalle procure di Milano o Napoli o Bari, intercettazioni compromettenti fra lui, i suoi papponi e le sue escort. Compromettenti non per l’attività di puttaniere, che anzi faceva punteggio. Ma per l’abitudine a catechizzare, nelle cene eleganti pre-bungabunga, le papigirl sulle sue mosse diplomatiche ai vertici internazionali, e a condire il tutto con sapidi aneddoti e soprannomi. Purtroppo quello della Merkel era “culona inchiavabile”.

Le intercettazioni poi non uscirono (o non c’erano, o furono stralciate per irrilevanza penale), ma chi lo conosceva giurava che il Gran Simpatico la chiamava così, amichevolmente, con tutti. Infatti la stessa voce fu raccolta da Selvaggia Lucarelli nel suo blog. L’indiscrezione, rimbalzata sui giornali tedeschi, da Bild a Die Welt, cadde nel più impenetrabile silenzio dell’entourage berlusconiano: nessun commento né smentita. Poi, un anno più tardi, subito dopo la risata Merkel-Sarkozy, B. perse la maggioranza e si dimise. Poi prese ad accusare apertamente la Merkel, in combutta con Sarkò, Obama, Napolitano e il mago Otelma, di aver congiurato contro il suo governo, in quello che doveva essere, se non andiamo errati, il quarto o il quinto “golpe” ai suoi danni dal ’94. Lo ribadì papale papale nel gennaio 2013 a Servizio Pubblico, accusando il governo tedesco di aver aizzato la Deutsche Bank a vendere titoli di Stato italiani per far schizzare lo spread. La Costamagna gli mostrò una lettera di smentita della banca tedesca, ma lui rispose che allora sarà stata la Bundesbank (finiva sempre per bank).

Intanto i suoi giornali, parlando con cognizione di causa e sapendo di far cosa gradita al Capo, avevano iniziato a chiamare la Merkel con quel grazioso vezzeggiativo. Cominciò Libero di Belpietro: “Angela è davvero una culona. Il primo a dirlo fu Kohl” (27.11.2011). Proseguì il Giornale di Sallusti: “La caduta di Berlusconi: è stata la culona” (31.12.2011). E così via, anche a sproposito, persino negli eventi sportivi. Tipo quando la nostra Nazionale eliminò la Germania agli Europei 2012: “Ciao ciao culona” (il Giornale, 29.6.12). “Vaffanmerkel”, “Due calci nel culone” (Libero, 29.6.12). Angela perdeva 10 chili? “Merkel a dieta: anche lei si vede culona” (Libero, 7.5.2014). Così, dando ormai la cosa per fatto notorio, un giornalista della Bbc, Jeremy Paxman, pose a B. la domanda che nessun collega italiano aveva mai osato fare: “Scusi, è vero che ha definito Angela Merkel ‘culona inchiavabile’?”. L’interrogativo sortì sul Lord Brummel brianzolo l’effetto del gas paralizzante: una lunga, interminabile paresi, tipo fermo-immagine (il tempo per l’interprete di riaversi dallo choc e trovare le parole per tradurre un’espressione non proprio tipica del linguaggio politico diplomatico), seguita dal moto ondulatorio e sussultorio della mano destra che faceva cenno di passare alla domanda successiva. Deborah Bergamini, la sventurata portavoce, dovette vergare una nota ufficiale per smentire qualsivoglia imbarazzo, incolpare la Bbc di un taglio politico, precisare che nella versione integrale B. smentiva di aver mai insultato Merkel o altri, spiegare l’apparente paralisi con la vigile attesa della traduzione.

Da: Il Fatto Quotidiano del 28/09/2017.

 

“Silvio Prescrizioni”: di Marco Travaglio

 

Silvio

 

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“Silvio Prescrizioni”: di Marco Travaglio

 

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Ieri Silvio Berlusconi ha collezionato la nona prescrizione della sua brillante carriera di imputato nel processo d’appello per la corruzione del senatore Sergio De Gregorio, passato nel 2006 dall’Idv a Forza Italia per la modica cifra di 3 milioni di euro, di cui almeno 1 in nero. In primo grado era stato condannato a 3 anni di reclusione. La prescrizione, specie quando scatta dopo la condanna in primo o secondo grado, non significa assoluzione, ma il contrario: l’imputato è colpevole, però la fa franca perché è trascorso troppo tempo. Se fosse innocente, il giudice dovrebbe assolverlo – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 21 aprile 2017, dal titolo “Silvio Prescrizioni ”.Del resto gli innocenti che vogliono essere assolti nel merito da un reato infamante, rinunciano alla prescrizione per farsi giudicare oltre i termini: B. se n’è sempre guardato bene. Anzi nel 2005 impose la legge ex-Cirielli (il proponente di An se ne dissociò) che di fatto ne dimezzava i termini, raddoppiando i processi destinati al macero e i colpevoli all’impunità. Il tutto in un Paese già affetto da regole processuali demenziali (almeno per gli onesti): mentre in tutti gli altri Stati la prescrizione decorre da quando il reato viene commesso oppure si interrompe alla richiesta di rinvio a giudizio o al rinvio a giudizio o alla condanna di primo grado, qui parte quando il reato viene commesso e non finisce mai, infatti può scattare persino alla vigilia della condanna in Cassazione. Una pacchia che i politici hanno disegnato su misura di sé medesimi e degli altri colletti bianchi, salvo fingere sdegno se ad approfittarne sono gli altri criminali, quelli fuori dal giro.

Ovviamente, il fatto che ieri anche la Corte d’appello di Napoli abbia ritenuto B. colpevole di aver corrotto un senatore della maggioranza per annetterlo all’opposizione, agevolando la caduta del governo Prodi nel 2008, cioè per il reato grave che possa commettere un politico ne ll ’esercizio perché ribalta le regole più elementari della democrazia, nei tg e sui giornaloni finirà tra le brevi di cronaca: B. è il più grande prescritto della storia non solo per la giustizia, ma anche per l’“informazione”, dunque per la memoria degli italiani. Tant’è che Forza Italia – fondata da un pregiudicato pluriprescritto e ideata da un attuale detenuto per associazione mafiosa – continua a raccogliere il 12-13% dei consensi e si accinge a correre per il primo posto alle elezioni con Lega e FdI. E viene indicata dal capogruppo Pd Luigi Zanda e dal ministro Carlo Calenda come il principale interlocutore del centrosinistra per una grande coalizione democratica che, al prossimo giro, salverà l’Italia e l’EurC hi si azzarda a ricordare i precedenti penali del Caimano e della sua ghenga viene sommerso da fischi e pernacchie: “Ancora i processi a B.? Ma è un’ossessione!”. Ebbene sì: ecco, in sintesi, quello che i giudici hanno finora accertato su questo recordman mondiale di delitti senza castigo. Facile immaginare quanti anni di galera (non di servizi sociali) avrebbe collezionato in un altro Paese: uno a caso fra quelli (tutti) che non conoscono strane usanze tribali come la prescrizione eterna e le amnistie e gl’indulti à gogo.

Mettiamo da parte i processi vinti: 4 assoluzioni (3 dubitative per corruzione della Guardia di Finanza, corruzione Sme-Ariosto-1 e fondi neri Medusa; una piena nel caso Ruby), 2 proscioglimenti (Mediatrade) e 18 archiviazioni (4 a Milano per traffico di droga, Progetto Botticelli, Telepiù, Edilnord commerciale; una a Caltanissetta per le stragi del ’92; una a Firenze per le stragi del ’93; 6 a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio; 5 a Roma per i voli di Stato, la compravendita di altri senatori, il caso Saccà, il caso Sanjust e il caso Agcom-Annozero; una a Madrid per Telecinco). Sospendiamo il giudizio sui due processi in corso (corruzione di testimoni nel Ruby-ter a Milano; induzione a mentire del teste Gianpaolo Tarantini a Bari).

E concentriamoci su quelli che hanno accertato o dichiarato altamente probabile la sua colpevolezza. B. ha frodato 7,3 milioni al fisco col trucco dei diritti Mediaset (condanna definitiva a 3 anni). Ha giurato il falso sull’iscrizione alla P2 (amnistia n.1). Ha pagato in nero i terreni della villa di Macherio (amnistia n.2). Ha frodato il fisco col trucco dei diritti Mediaset per circa 350 milioni di dollari (prescrizione n.1 di tutte le appropriazioni indebite e gran parte delle frodi fiscali durante il processo approdato alla condanna). Ha fatto corrompere dai suoi avvocati Previti&C. il giudice Vittorio Metta per scippare la Mondadori a De Benedetti (prescrizione n.2 in appello). Ha pagato 21 miliardi in nero a Bettino Craxi (prescrizione n.3 in appello al processo All Iberian-1 dopo la condanna in tribunale a 2 anni e 4 mesi) e falsificato i bilanci per stornare i relativi fondi neri in Svizzera (proscioglimento al processo All Iberian-2 perché il fatto non è più reato n.1, avendolo lui stesso depenalizzato). Ha falsificato i bilanci delle sue aziende, come accertato nei processi Milan-Lentini (prescrizione n. 4), contabilità Fininvest 1988-’92 (prescrizione n.5), consolidato Fininvest (prescrizione n.6), Sme-Ariosto-2 (proscioglimento perché il fatto non è più reato n.2, avendolo lui stesso depenalizzato). Ha ricevuto e girato al suo Giornale il file rubato della telefonata segreta Fassino-Consorte su Unipol (prescrizione n.7 in appello dopo la condanna a 1 anno in tribunale). Ha fatto pagare 600 mila dollari a David Mills perché non testimoniasse contro di lui (prescrizione n.8). E ha comprato un senatore (prescrizione n.9 in appello dopo la condanna in tribunale a 3 anni). Alla prescrizione n.10, vince una bambolina. O un posto d’onore nel prossimo governo per salvare l’Italia.

Da Il Fatto Quotidiano.

Fantastico Marco Travaglio: ECCE BOMBA

 

Marco Travaglio

 

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Fantastico Marco Travaglio: ECCE BOMBA

 

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Laura Boldrini è tanto una cara persona, ma forse qualcuno dovrebbe spiegarle che non è sola al mondo. Dunque non esistono solo le fake news contro di lei: ci sono pure quelle (che noi preferiamo chiamare balle) contro gli altri. E purtroppo c’è poco da fare, nel villaggio globalissimo della Rete, se non cercare di identificare i falsari e, se diffamano, denunciarli alla magistratura. Noi per esempio, nel nostro piccolo, non più tardi di tre giorni fa, siamo stati bersagliati dalle balle di quel teppistello detto il Bomba che lei senz’altro ricorderà, perché per tre anni fino al 4 dicembre sedeva al banco del governo a Montecitorio senza che nessuno l’avesse mai eletto. E pazienza: gli abbiamo risposto, lo denunceremo e intanto ce ne siamo fatta una ragione. Ieri intanto il Quotidiano Nazionale ha pubblicato, in un pezzo dedicato ai presunti stipendi dei dipendenti dei gruppi parlamentari 5 Stelle, la foto del fratello di uno di essi, che purtroppo non percepisce alcuno stipendio perché è morto due anni fa per un terribile male. E, siccome non si chiamava Boldrini, non se l’è filato nessuno. Ma la lista è lunga – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale del 16 aprile 2017, dal titolo “Ecce Bomba”.

Il 31 marzo la Procura di Genova iscrive nel registro degli indagati Beppe Grillo e Alessandro Di Battista per diffamazione su querela di Marika Cassimatis, la candidata sindaco 5Stelle che ha vinto le “comunarie” online ed è stata poi esclusa dal nuovo voto con l’accusa di essersi schierata contro il movimento. Tutti i siti dei giornaloni sparano la notizia “Grillo e Di Battista indagati” (il presunto reato è ben nascosto negli articoli per evitare le risate omeriche dei lettori), e tutti i tg Rai e la grande stampa in prima pagina. Tutte testate che, come pure la nostra, sono dirette da giornalisti letteralmente sommersi da querele per diffamazione e cause civili per danni. Per Repubblica l’indagine di Genova è addirittura la notizia del giorno. Pagina 1: “M5S, scoppia il caso Genova: indagati Grillo e Di Battista”. Pagina 2: “Genova, Grillo e Di Battista indagati: a rischio il sistema delle comunarie”. Pagina 3: “L’asse tra forzisti e 5Stelle: la svolta anti-toghe che sconcerta i magistrati”. Cioè: il crimine contestato a Grillo e Dibba è talmente grave da indurli ad allearsi con Forza Italia contro i giudici, anche se di quest’alleanza purtroppo nell’articolo non si trova traccia, e neppure dello sconcerto delle toghe. Anche il Corriere dedica due pagine alla clamorosa inchiesta, con sapidi retroscena del tipo: “I leader minimizzano: ‘Ma in questo clima prepariamoci a tutto’”. Processo per mafia? Strage? Narcotraffico? Stupro? Chissà.

Grillo, secondo il retroscenista (forse ignaro di tutte le querele e cause subite da Beppe quando faceva il comico e attaccava tutti, dalla Telecom a Craxi alla Montalcini), è in preda alla “rabbia”. E Di Battista è “molto irritato”, anche perché “i suoi si chiedono se il fascicolo aperto dal pm Cotugno possa indebolire la leadership del deputato romano”. Una carriera stroncata sul nascere.

Su La Stampa un noto giallista politico, già celebre per aver scambiato la moglie di Brunetta per una blogger grillin-putiniana (nome di battaglia: Beatrice Di Maio) specializzata in fake news contro il povero Lotti, unisce l’utile al dilettevole, cioè ai fantomatici annunci del Pd su imminenti accuse di evasione fiscale (“presto sorprese sul fisco”). E chiude in bellezza: “Il paradosso di questa storia è che la forza politica che più ha coccolato e invita i magistrati a sé, potrebbe esser sommersa, e infine illuminata, da una valanga di cause, penali e civili” (come può una valanga illuminare una forza politica? Ah saperlo: più o meno come può uno scoglio arginare il mare).

Purtroppo l’altroieri, com’era ampiamente prevedibile trattandosi di critiche politiche mosse da due politici a un politico, la Procura di Genova chiede l’archiviazione per Grillo e Di Battista: niente diffamazione, solo legittima critica politica. La notizia è molto attesa sulle copertine dei tg e sulle prime pagine dei giornaloni che l’avevano sparata come se fosse un’inchiesta per mafia, anche perché, in caso contrario, c’è da aspettarsi il solito stracciar di vesti dei “garantisti” contro il giornalismo giustizialista e manettaro, anzi il circuito mediatico giudiziario imbeccato dai pm politicizzati che scambia gli avvisi di garanzia per sentenze di condanna e prima sbatte in prima pagina le indagini sui politici per metterli alla gogna, poi le nasconde quando finiscono nel nulla.

Invece niente di tutto questo: zero tituli sulla richiesta di archiviazione nei tg e nelle prime pagine dei giornaloni, zero sdegno per la censura. E un solo commento sui 5Stelle: quello a pagina 6 de La Stampa, firmato dal giallista dadaista della valanga che illumina. Un commento di scuse (peraltro tardive) al M5S e a Putin per l’accostamento alla moglie di Brunetta, o per la panna montata sulla querela della Cassimatis? Nossignori. La richiesta di archiviazione è confinata in 10 righe al fondo di un articolo sulle firme false a Palermo, mentre il commento riguarda l’italiano malfermo di Di Maio (Luigi, non Beatrice). In basso, un altro titolo: “Corruzione, nuovi indagati per il maxi appalto Consip”. Che strano: solo due giorni fa, in prima pagina su La Stampa, un altro immaginifico giallista decretava che “l’inchiesta su Consip, sul padre di Renzi e sul ministro Lotti, è in buona parte un’invenzione… L’inchiesta è morta… Un corpo dello Stato fabbrica e manipola e occulta prove contro lo Stato medesimo, contro il presidente del Consiglio, contro un suo ministro e strettissimo collaboratore. Ed è su un episodio di tale portata eversiva che si è condotta battaglia politica. Se non ci fermiamo, siamo perduti”. Ora, nel breve volgere di tre giorni, lo stesso giornale non si ferma ed è perduto: annuncia che l’inchiesta morta, inventata, manipolata, eversiva è viva e lotta insieme a noi, tant’è che produce addirittura “nuovi indagati”. Una delle due dev’essere una fake news: chissà quale.

Ma su La Stampa, almeno, la schizofrenia è a giorni alterni. Su la Repubblica, invece, lo stesso giorno (ieri) e nella stessa prima pagina. A sinistra, il commento di Roberto Perotti che definisce la manovra finanziaria del governo “una finzione”, “fumo negli occhi”, “una presa in giro”: “tutti lo sanno, eppure tutti perdono tempo a discutere e commentare numeri puramente fittizi” (compresa Repubblica, che da giorni magnifica i balsamici effetti della manovra). Perbacco: una fake news diffusa da Palazzo Chigi, rilanciata dai giornaloni e spedita a Bruxelles nella speranza che ci caschi pure l’Europa, mentre “tutti vedono che il re è nudo, e nessuno osa dirlo”.

A destra, in lievissima controtendenza, il commento di Stefano Cappellini contro i populisti e le loro fake news: “Il nuovo mantra dei complottisti web: ‘Nessuno ne parla’”, “L’effetto è un’inversione dell’onere della prova che oltraggia impunemente la logica. ‘Siccome nessuno ne parla, è vero’… Additandone la presunta censura, qualsiasi bestialità può essere inoculata nel dibattito politico e avvelenarlo in modo spesso irreversibile… Una paranoica cultura del sospetto travestita da emancipazione e da ribellione sociale”, dagli “spettacoli di Beppe Grillo e le dichiarazioni dei suoi adepti” in giù. Chi non viene assalito dalla da labirintite è colto da un atroce sospetto: oddio, il Cappellini a destra non ce l’avrà mica col Perotti a sinistra (“il re è nudo ma nessuno osa dirlo”)? Chi invece ha buona memoria non ha dubbi: Cappellini ce l’ha proprio con il suo giornale, che quando uscì nel 1976 si presentò così ai suoi futuri lettori: “La Repubblica, quello che gli altri non ti dicono” (e che oggi, 41 anni dopo, non ti dice neanche la Repubblica). Ps . Viva sempre la libera informazione e abbasso sempre le fake news (degli altri).

Da Il Fatto Quotidiano.