Rai – Milena Gabanelli tre anni fa, in una memorabile intervista, raccontava di lottizzazione, di sprechi e ruberie e dello sperpero dei nostri soldi del canone. Tre anni e tutto è ancora peggio di prima!

 

Milena Gabanelli

 

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Rai – Milena Gabanelli tre anni fa, in una memorabile intervista, raccontava di lottizzazione, di sprechi e ruberie e dello sperpero dei nostri soldi del canone. Tre anni e tutto è ancora peggio di prima!

Per tornare efficiente e competitiva, la Rai andrebbe “snellita”, ma modifiche radicali saranno possibili solo se si interviene sulla riforma del 1975, meglio nota come lottizzazione. Lo scrive in un lungo editoriale sul Corriere della Sera Milena Gabanelli, in cui fa la lista degli sprechi del servizio pubblico. Troppi telegiornali, reti e strutture inventate solo per accontentare politici, assessori e governatori di turno. Troppi incarichi dirigenziali e una proliferazione incredibile di sedi e strutture regionali. Nulla di più lontano dalla Bbc, “il miglior servizio pubblico al mondo” di cui tanto si parla ma che mai sarà avvicinato se non si mettono “competenza” e “merito” come criteri essenziali per la nomina della governance.

La Rai che verrà

Per rilanciare la Rai la politica deve scegliere uomini competenti e intervenire sulle leggi. Altrimenti sono chiacchiere.

Non si crescerà mai senza riforme, che vuol dire taglio agli sprechi e investimenti. Il tempo è poco e servono soldi subito. La strada più rapida sarebbe quella del rientro dei 300 miliardi depositati su conti esteri, con versamento delle relative somme evase. Però ci vuole la legge che sanziona pesantemente i grandi evasori, e che esiste in tutti i Paesi civili. Quella legge è pronta sul tavolo da due anni, ma ancora non vede la luce, per non aggredire troppo coloro che hanno impoverito il Paese e le loro aziende trasferendo gli utili su conti cifrati. E allora, oltre ai tagli giustissimi ai superstipendi, agli 80 euro in più per chi ha meno di 1.500 euro al mese, quali sono le idee concrete per evitare la chiusura di migliaia di aziende private, e quali le idee di rilancio delle aziende pubbliche sane?

Fra le tante dichiarazioni di Renzi su come uscire dalla depressione generale c’è anche quella di pensare a una Rai che contribuisca alla rinascita del Paese. Certamente avrà un piano, ma per ora si vuol prendere 150 milioni dal canone. La Rai ha 11.600 dipendenti, circa 4.000 collaboratori, un incalcolabile indotto, è il quinto gruppo culturale d’Europa, il tesoro è l’azionista. Dal canone incassa 1,7 miliardi (il 30% evade), 600 milioni dalla pubblicità, 20 milioni da altri servizi. I conti stanno così così. Tecnologicamente arretrata, mantiene un’infinità di strutture e canali, e nonostante i 1.700 giornalisti Rai News è fra gli ultimi siti web che vengono cliccati per informarsi. Il Direttore generale sta tentando di riorganizzare l’offerta, e intanto taglia su prodotto e stipendi: la falce si sta abbattendo con la stessa neutralità su meritevoli e fannulloni, incluse le partite Iva (cruciali in molti programmi) che si mettono in tasca poco più di 1.000 euro al mese. Tuttavia non basterà. Il premier ha suggerito di vendere qualcosa. L’unica «cosa»che si può collocare sul mercato senza tanto clamore è la società che possiede le torri di trasmissione, RaiWay, ma RaiWay è la Rai, ed ha un solo cliente, la Rai. Questo significa che il Direttore generale non può in autonomia decidere di quotare un pezzo di un’azienda pubblica (ovvero privatizzare) perché occorre seguire un iter parlamentare, e arrivare alla delibera del Consiglio dei ministri. Senza questo passaggio cosa si dovrà inventare sul prospetto informativo per avere l’ok della Consob?

Per tornare efficiente e competitiva, la Rai andrebbe «snellita», ma modifiche radicali saranno possibili solo se si interviene sulla riforma del 1975, meglio nota come lottizzazione. Ogni partito si è preso un canale, e poi ci ha infilato i suoi uomini scegliendo come unico criterio la «fedeltà», non all’azienda ma al partito. Risultato: proliferazione di strutture e incarichi dirigenziali che negli anni si sono stratificati. Non esiste nessuna tv pubblica al mondo dentro la quale convivono 3 telegiornali che hanno come referenti 3 diverse aree politiche; ognuno ha una sua struttura autonoma, i suoi direttori, i suoi inviati, il suo apparato tecnico, i suoi studi, il suo budget. Poi c’è Rai news 24, che non si può dire sia seguitissima, e le 26 sedi per l’informazione regionale. Bisogna «ottimizzare» si dice, ma da dove cominci se non metti mano al contratto di servizio con lo Stato? Le sedi regionali sono nate in funzione dei rapporti con le istituzioni locali. Un modello in crisi poiché le Regioni non rappresentano più il territorio, quindi bisognerà cambiare completamente la prospettiva in funzione delle macroaree. Si prende spesso a modello il miglior servizio pubblico al mondo, ovvero la Bbc, dove però i canali generalisti nazionali sono sostenuti solo dal canone: 174 euro, contro i nostri 113. Se tuttavia il modello a cui ispirarsi è Bbc, confrontiamoci. Le stazioni televisive locali inglesi sono 15, che interagiscono con quelle radiofoniche. I dipendenti sono circa 1.500 contro i nostri quasi 2.000. Le sedi occupano mediamente 2 piani (con una postazione fissa per il giornalista che si connette), la maggior parte sono in affitto. Noi occupiamo edifici giganteschi, quasi tutti di proprietà, con insostenibile spreco di spazi e costi. La loro sede più piccola è quella delle Channel Island: 2 dipendenti; da noi a Campobasso sono in 70. Nella sede di Cosenza lavorano 95 persone, ma il palazzo sembra quello di Viale Mazzini. Tutti i servizi finiscono dentro a Bbc One (la nostra Rai 1), con 4 brevi collegamenti al giorno. Inutile ribadire che la produzione locale del nostro servizio pubblico è perlopiù asservita ad assessori e governatori, che in caso di smantellamento di qualche sede si incateneranno pur di non vedere sottratta una telecamera a loro uso e consumo.

Gli «intrecci armoniosi» si metteranno di traverso anche in caso di accorpamento della lunga lista di strutture a cui hanno dato vita nel corso degli anni, e che pullulano di direttori e personale. Emblematica la genesi di Rai Vaticano. Nel ‘97 una decina di dipendenti occupavano due stanze per preparare gli eventi di Giubileo 2000. Senza budget, il team si relazionava con la Santa Sede per agevolare le reti nella produzione di programmi da trasmettere e vendere in tutto il mondo, e doveva essere operativo per 2 anni. Il Giubileo è finito da tempo, ma la piccola squadra si è trasformata in una struttura con i suoi funzionari e dirigenti per continuare a fare le stesse cose. Rai Expo è l’ultima creatura: una dirigenza, 45 dipendenti, una sede a Milano e una a Roma. Ma per raccontare il grande evento dell’alimentazione mondiale non bastano le sedi regionali e i programmi delle reti? A Expo finita (ottobre 2015) siamo sicuri che quella struttura non diventerà permanente? Anche Rai Quirinale, da postazione informativa è diventata nel tempo un elefantino, con un direttore e 35 dipendenti. Per fare cosa? Trasmettere il messaggio del presidente della Repubblica di fine anno e la cerimonia del 2 giugno.

Per «rinascere» sarà inevitabile eliminare sedi e strutture che non hanno nessun senso, ma non mandando a casa qualche migliaio di persone che hanno famiglia! L’azienda avrebbe bisogno di tutto il suo personale se venisse organizzata in modo produttivo; è pur sempre la più grande industria culturale del Paese! Ricordiamo inoltre che non ha ammortizzatori sociali, e sarebbe paradossale creare disoccupati per dare 80 euro in più a chi uno stipendio (anche se magro) ce l’ha. Certo occorrerà poi liberarsi dai burocrati e intervenire sui contratti collettivi di lavoro. Questo quadro però, determinato dalla politica e dalle sue scelte in 60 anni, non lo ribalta un Direttore generale da solo, senza il supporto del governo. Ricordiamo che la Bbc, così spesso invocata a chiacchiere, ha come unico criterio nella nomina della governance e della dirigenza la competenza e il merito. Anche in Gran Bretagna «il palazzo» interferisce e orienta, ma quando un dirigente sbaglia, va a casa senza tante storie. Per questo il mondo intero considera la Bbc la più autorevole tv pubblica del mondo.

tratto da: http://www.corriere.it/inchieste/reportime/economia/rai-che-verra/d489c2e4-121b-11e4-a6a9-5bc06a2e2d1a.shtml?refresh_ce-cp

Enti inutili: quel ‘pozzo’ che ingoia 12 miliardi l’anno!

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Enti inutili: quel ‘pozzo’ che ingoia 12 miliardi l’anno!

Sono la più grande fonte di spreco e potrebbero essere un importante serbatoio di risorse da impiegare per le priorità della politica economica. Non si sa esattamente quanti siano ma possono costare fino 12 mld l’anno. Sono gli enti inutili, che periodicamente finiscono nell’agenda di governo e puntualmente ne escono, quasi sempre senza conseguenze. Dal celebre caso del Cnel, abolito dal governo Renzi ma resuscitato dall’esito fallimentare del referendum costituzionale, fino alla miriade di micro enti che continuano a sopravvivere per inerzia. Un ginepraio fatto di sigle, sedi fantasma e mission improbabili, in cui è difficile muoversi, come testimonia la difficoltà di arrivare a un censimento ‘certificato’ delle strutture che andrebbero soppresse.

Il governo Monti ha elaborato una lista di 500 enti definiti con certezza ‘inutili’ e il Codacons, nel 2015, ha stimato che eliminandoli si otterrebbero 10 miliardi di euro di risparmi l’anno. Ma ad oggi, nonostante gli sforzi messi in campo, la situazione non è cambiata. E, anzi, le risorse da scongelare possono anche crescere. “Dipende dal perimetro che si sceglie e dal tipo di ente inutile che si intende sopprimere, con un intervento drastico si potrebbero liberare anche 12-13 miliardi l’anno”, spiegano all’Adnkronos fonti di governo.

Il problema, si segnala, è che “anche quando si arriva ad abolirne qualcuno, spesso il provvedimento si perde in una lunga sequenza di ricorsi e contro-ricorsi di fronte alla giustizia amministrativa”.

Eloquente anche la fotografia scattata dalla Corte dei Conti, che ha più volte evidenziato “l’ipertrofia di enti e strutture (comprese le autorità indipendenti)”. Si tratta di enti e strutture che, ha segnalato la magistratura contabile, “si reggono dal punto di vista finanziario esclusivamente grazie a contributi o partecipazioni pubbliche”.

Si parte dagli enti più conosciuti, la cui utilità è tutta da discutere, e si arriva a una ragnatela di consorzi, agenzie regionali, enti autonomi. Molti dei quali impiegano personale senza svolgere alcuna funzione, gestiscono sedi fantasma, ricevono finanziamenti per finalità che non svolgono più o non hanno mai svolto: dall’Unione italiana Tiro a Segno fino al Centro piemontese di studi africani, passando all’Istituto di sviluppo ippico per la Sicilia e a quello per la conservazione della gondola e la tutela del gondoliere a Venezia.

Emblematico anche il caso dell’Unione nazionale per la lotta analfabetismo. Nata nel 1947 per un fine evidentemente prioritario nell’Italia del secondo Dopoguerra, è ancora attiva. E, ovviamente, fa altro. Come recita la mission, tanto ambiziosa quanto linguisticamente ‘articolata’, in bella evidenza sul sito internet: l’Unla “si occupa principalmente della progettazione e della realizzazione di Progetti Speciali. Sono così chiamati perché caratterizzati da un insieme di iniziative tra loro articolate che si dipanano attorno ad un obiettivo comune con metodologia e mezzi specifici scelti oculatamente ed in relazione ai fini prefissati nonché agli ambiti di azione dei progetti stessi mirati alla tutela e recupero del territorio e dei beni culturali, alla realizzazione delle biblioteche, a corsi di aggiornamento rivolti ad operatori scolastici, all’educazione e formazione professionale specie nel campo dell’agricoltura”.

Fonte: http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2017/08/30/enti-inutili-pozzo-che-ingoia-miliardi-anno_Ec7qPZpKQAKukzV1dZxieL.html

La casta Europea ancora più viscida e schifosa di quella Italiana: per i commissari 250mila euro al mese solo di viaggi. Un volo per Roma di Juncker ci costa 25mila Euro!

 

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La casta Europea ancora più viscida e schifosa di quella Italiana: per i commissari 250mila euro al mese solo di viaggi. Un volo per Roma di Juncker ci costa 25mila Euro!

25.000 Euro per un volo per Roma. Andate sul sito Alitalia: un comune mortale, senza approfittare di particolari offerte, spenderebbe dai 300 ai 350 Euro…!

 

Da Il Fatto Quotidiano:

Unione europea, 250mila euro di viaggi al mese per i commissari. Juncker: biglietto per Roma da 25mila

Niente aerei di linea per i commissari. E i costi lievitano. Gli uffici di Bruxelles li difendono. La portavoce di Mogherini: “Colpa degli aerotaxi”. E la Commissione promuove se stessa: “Siamo trasparenti e controllati”. Ma la ong che ha chiesto i dati ha litigato per tre anni per averli. Ottenendo giusto due mesi di rendicontazione. Ecco la carica degli spendaccioni.

Viste le cifre c’è da temere a ogni decollo. Dopo le polemiche sul burka indossato dalla Mogherini in Iran il ministro degli Esteri della Ue è finita nell’elenco dei politici spendaccioni per via dei viaggi istituzionali. Mica tutti, perché gli unici dati disponibili sono riferiti a gennaio e febbraio del 2016, nonostante la Commissione investita dalle polemiche faccia sfoggio di trasparenza. Un viaggio in particolare, di soli tre giorni, è costato la bellezza di 75mila euro. Era proprio la trasferta di Federica Mogherini a Baku e Yerevan dal 29 febbraio al 2 gennaio e ha stabilito il primato assoluto nelle spese dei Commissari europei contribuendo a far lievitare il conto totale: mezzo milione di euro in due mesi. Un altro aiuto lo ha dato lo stesso presidente Juncker che per una trasferta a Roma ha speso 27mila euro di aerotaxi perché – è la versione degli uffuci di Bruxelles – un volo di linea non si trovava e la riunione era urgente.

Tutte cose che si apprendono ora grazie al lungo lavoro svolto dall’Ong spagnola Access Info, che ha speso 3 anni discutendo con la Commissione Europea su quali e quanti documenti andassero pubblicati. Il risultato è stato la diffusione di una parte delle spese relative a due mesi del 2016. La Commissione si è difesa per la lunga trattativa con la motivazione che “la pubblicazione di questi documenti richiede un carico eccessivo di lavoro” aggiungendo che questa è “l’istituzione più controllata al mondo”, dovendo i Commissari inviare le proprie spese al Parlamento Europeo e alla Corte dei Conti Europea.

Access Info lamenta, invece, che dopo la richiesta di 120 cittadini europei di rendere pubbliche le spese dei viaggi dei Commissari, la Commissione ha preso unilateralmente la decisione di pubblicare, dopo sei mesi, solo il primo bimestre del 2016. Sempre in seguito alla richiesta della Ong spagnola di pubblicare i dati proattivamente, la Commissione ha risposto che non vede “nessun valore aggiunto” dalla diffusione di questi dati che il costo sarebbe “sproporzionato”.

Mogherini a Baku: 77mila euro in 3 giorni
In assoluto la missione più dispendiosa di tutta la Commissione è stata quella di Federica Mogherini tra il 29 febbraio e il 2 marzo 2016. Il costo totale è di 77.118€ per l’Alto commissario e per il suo entourage. Raggiunta dal IlFattoQuotidiano.it, la portavoce di Mogherini, Sabrina Bellosi, ha dichiarato che il costo “è dovuto al noleggio di un aerotaxi”, quindi un volo charter, per effettuare le tratte Bruxelles-Baku, Baku-Yerevan e ritorno a Bruxelles, nonostante sulla nota della Commissione non appaia nessuna dicitura “Air Taxi” vicino alla voce di spesa. “I voli a noleggio vengono utilizzati solo nel caso in cui non ci siano voli di linea o per questioni di sicurezza e risparmio di giorni. Diversamente [Mogherini e il suo staff] avrebbero dovuto allungare la visita” ha continuato la portavoce dell’Alto Commissario, “inoltre il costo comprende anche i costi di tutta la delegazione che si aggirava tra le 6 e le 8 persone, a seconda delle tratte”. Lo stesso aerotaxi non è stato utilizzato per la visita ufficiale in Mozambico e Sudafrica, costo totale 9.265 € di cui 8.863 € di agenzia di viaggio, che denoterebbero, quindi, l’utilizzo di un volo commerciale.

Juncker e quei 27mila euro per un soggiorno a Roma
Per il presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, invece, il viaggio a Roma è stato particolarmente salato: 26.958 euro per due giorni, dal 25 al 26 febbraio 2016, di cui oltre 25.000 euro per l’utilizzo di un aereo charter, denominato “Air Taxi” nella nota spese. Anche qui, la portavoce della Commissione, Mina Andreeva, ha dichiarato che l’uso degli aerei charter “è ammesso solo nel caso in cui i voli commerciali non siano disponibili o gli orari non siano adatti all’agenda dei Commissari”, ma è in ogni caso vero che i voli tra la capitale italiana e quella belga sono piuttosto frequenti in qualsiasi periodo dell’anno con più di 8 voli al giorno. Secondo la portavoce “non ci sarebbero stati voli commerciali disponibili per quei giorni” e “il Presidente ha incontrato il Primo Ministro italiano oltre ad altri personaggi di rilievo.”

Gli altri commissari
Secondo i documenti relativi ai due mesi del 2016, i costi totali di viaggio e di alloggio per le visite dei commissari alle sessioni del Parlamento europeo a Strasburgo, il Forum economico mondiale a Davos e le missioni ufficiali ammontano a 492.249 euro, in media 17.589€ per commissario, con un costo medio per missione di 1886 euro. Le spese per il pernottamento si aggirano regolarmente intorno ai 200 a notte tranne in un caso dove hanno raggiunto i 629.

I Commissari si sono recati in visita 467 volte nel periodo preso in considerazione, pari a otto notti a persona al mese. Günther Oettinger, Commissario per il bilancio e le risorse umane, si è aggiudicato il premio del più viaggiatore con 35 notti trascorse all’estero durante 13 missioni. Proprio Öttinger, per una missione di 11 giorni in Germania e in Svizzera, ha presentato una nota spese di 6984,7€. Un altro spendaccione, se così si può dire, è il Commissario agli aiuti umanitari, Christos Stylianides, che per una visita in Somalia, Turchia e Kenya ha speso 11.030 € per otto giorni, di cui 8.270 di agenzia di viaggio. Circa la metà (5.014 euro), è stata spesa da Margrethe Vestager, Commissario alla concorrenza, per una visita di due giorni a Dubai. Da notare, infine, che molte delle spese fanno riferimento alle sessioni del Parlamento di Strasburgo, rimborsi che spesso si aggirano intorno ai 1.000 euro a Commissario e che, forse, contribuiranno a riaprire il dibattito sulle varie sedi delle istituzioni europee in un’ottica di spending review.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/11/unione-europea-250mila-euro-di-viaggi-al-mese-per-i-commissari-juncker-biglietto-per-roma-da-25mila/3787756/