Perchè nessuno parla più dell’Islanda e di come si è liberata del governo che la gente non voleva e del debito creato dalle banche??

 

 

 

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Perchè nessuno parla più dell’Islanda e di come si è liberata del governo che la gente non voleva e del debito creato dalle banche??

di M. Pala (alias ‘marcpoling’)
Qualcuno crede ancora che non vi sia censura al giorno d’oggi? Allora perché, se da un lato siamo stati informati su tutto quello che sta succedendo in Egitto, dall’altro i media non hanno sprecato una sola parola su ciò che sta accadendo in Islanda?
Il popolo islandese è riuscito a far dimettere un governo al completo; sono state nazionalizzate le principali banche commerciali; i cittadini hanno deciso all’unanimità di dichiarare l’insolvenza del debito che le stesse banche avevano sottoscritto con la Gran Bretagna e con l’Olanda, forti dell’inadeguatezza della loro politica finanziaria; infine, è stata creata un’assemblea popolare per riscrivere l’intera Costituzione. Il tutto in maniera pacifica. Una vera e propria Rivoluzione contro il potere che aveva condotto l’Islanda verso il recente collasso economico.
Sicuramente vi starete chiedendo perché questi eventi non siano stati resi pubblici durante gli ultimi due anni. La risposta ci conduce verso un’altra domanda, ancora più mortificante: cosa accadrebbe se il resto dei cittadini europei prendessero esempio dai “concittadini” islandesi?
Ecco brevemente la cronologia dei fatti:
2008 – A Settembre viene nazionalizzata la più importante banca dell’Islanda, la Glitnir Bank. La moneta crolla e la Borsa sospende tutte le attività: il paese viene dichiarato in bancarotta.
2009 – A Gennaio le proteste dei cittadini di fronte al Parlamento provocano le dimissioni del Primo Ministro Geir Haarde e di tutto il Governo – la Alleanza Social-Democratica (Samfylkingin) – costringendo il Paese alle elezioni anticipate.La situazione economica resta precaria. Il Parlamento propone una legge che prevede il risanamento del debito nei confronti di Gran Bretagna e Olanda, attraverso il pagamento di 3,5 MILIARDI di Euro che avrebbe gravato su ogni famiglia islandese, mensilmente, per la durata di 15 anni e con un tasso di interesse del 5,5%.
2010 – I cittadini ritornano a occupare le piazze e chiedono a gran voce di sottoporre a Referendum il provvedimento sopracitato.
2011 – A Febbraio il Presidente Olafur Grimsson pone il veto alla ratifica della legge e annuncia il Referendum consultivo popolare. Le votazioni si tengono a Marzo ed i NO al pagamento del debito stravincono con il 93% dei voti.Nel frattempo, il Governo ha disposto le inchieste per determinare giuridicamente le responsabilità civili e penali della crisi. Vengono emessi i primi mandati di arresto per diversi banchieri e membri dell’esecutivo.L’Interpol si incarica di ricercare e catturare i condannati: tutti i banchieri implicati abbandonano l’Islanda.In questo contesto di crisi, viene eletta un’Assemblea per redigere una Nuova Costituzione che possa incorporare le lezioni apprese durante la crisi e che sostituisca l’attuale Costituzione (basata sul modello di quella Danese). Per lo scopo, ci si rivolge direttamente al Popolo Sovrano: vengono eletti legalmente 25 cittadini, liberi da affiliazione politica, tra i 522 che si sono presentati alle votazioni. Gli unici due vincoli per la candidatura, a parte quello di essere liberi dalla tessera di qualsiasi partito, erano quelli di essere maggiorenni e di disporre delle firme di almeno 30 sostenitori.

La nuova Assemblea Costituzionale inizia il suo lavoro in Febbraio e presenta un progetto chiamato Magna Carta in cui confluisce la maggior parte delle “linee guida” prodotte in modo consensuale nel corso delle diverse assemblee popolari che hanno avuto luogo in tutto il Paese. La Magna Carta dovrà essere sottoposta all’approvazione del Parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni legislative.

Questa è stata, in sintesi, la breve storia della Ri-evoluzione democratica islandese.
Abbiamo forse sentito parlare di tutto ciò nei mezzi di comunicazione europei?
Abbiamo ricevuto un qualsiasi commento su questi avvenimenti nei noiosissimi salotti politici televisivi o nelle tribune elettorali radiofoniche?
Abbiamo visto nella nostra beneamata Televisione anche un solo fotogramma che raccontasse qualcuno di questi momenti?
SINCERAMENTE NO.
I cittadini islandesi sono riusciti a dare una lezione di Democrazia Diretta e di Sovranità Popolare e Monetaria a tutta l’Europa, opponendosi pacificamente al Sistema ed esaltando il potere della cittadinanza di fronte agli occhi indifferenti del mondo.
Siamo davvero sicuri che non ci sia “censura” o manipolazione nei mass-media? Il minimo che possiamo fare è prendere coscienza di questa romantica storia di piazza e farla diventare leggenda, divulgandola tra i nostri contatti. Per farlo possiamo usare i mezzi che più ci aggradano: i “nostalgici” potranno usare il telefono, gli “appassionati” potranno parlarne davanti a una birra al Bar dello Sport o subito dopo un caffè al Corso.I più “tecnologicamente avanzati” potranno fare un copia/incolla e spammare questo racconto via e-mail oppure, con un semplice click sui pulsanti di condivisione dei Social Network in fondo all’articolo, lanciare una salvifica catena di Sant’Antonio su Facebook, Twitter, Digg o GoogleBuzz.

I “guru del web” si sentiranno in dovere di riportare, a modo loro, questa fantastica lezione di civiltà, montando un video su YouTube, postando un articolo ad effetto sui loro blog personali o iniziando un nuovo thread nei loro forum preferiti.

L’importante è che, finalmente, abbiamo la possibilità di bypassare la manipolazione mediatica della informazione ed abbattere così il castello di carte di questa politica bipartitica, sempre più servile agli interessi economici delle banche d’affari e delle corporazioni multinazionali e sempre più lontana dal nostro Bene Comune.

In fede, il cittadino sovrano Marco Pala (alias “marcpoling”).

Fonte: nexusedizioni

tratto da: http://siamolagente2.altervista.org/un-esempio-di-censura-perche-nessuno-parla-piu-dellislanda-e-di-come-si-e-liberata-del-governo-che-la-gente-non-voleva-e-del-debito-creato-dalle-banche/

Islanda: Come un popolo rivoluzionario ha sconfitto la finanza internazionale

 

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Islanda: Come un popolo rivoluzionario ha sconfitto la finanza internazionale

Nazionalizzazione delle banche e democrazia diretta e partecipata: la “rivoluzione silenziosa” dell’ Islanda che ha permesso agli islandesi di riappropriarsi dei propri diritti.

Di Andrea Degl’Innocenti per ilcambiamento.it :

L’hanno definita una ‘rivoluzione silenziosa’ quella che ha portato l’Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell’intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.

Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.

Una nazione ricca

L’Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un’eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un’esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.

Ma procediamo con ordine. L’Islanda è un’isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell’intera Italia, situato un poco a sud dell’immensa Groenlandia.

15 anni di crescita economica avevano fatto dell’Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di ‘neoliberismo puro’ applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente.

L’ inizio della disfatta

Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.
Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall’altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008.

Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull’euro – che perse in breve l’85 per cento – non fece altro che decuplicare l’entità del loro debito insoluto. Alla fine dell’anno il paese venne dichiarato in bancarotta.

L’aiuto del FMI (fondo monetario internazionale)

Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all’Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.

A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo.

Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l’unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.

Il governo servo delle banche

Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.

Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d’Islanda era decisamente troppo.

Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos’altro invece si riaggiustò. Si ruppe l’idea che il debito fosse un’entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un’intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d’un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.

Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.

Le minacce

La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l’isolamento dell’Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare.

Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l’Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell’intervista – ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.

La “rivoluzione silenziosa” dell’ Islanda

A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò.

Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L’Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l’Islanda.

In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l’indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola ‘presidente’ al posto di ‘re’).

La nuova costituzione

Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un’assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.

Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. “Io credo – ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente – che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet”.

Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte.

Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.

La ripresa

Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l’Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.

Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l’unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?

Di Andrea Degl’Innocenti

Fonte: ilcambiamento.it

Laura Boldrini senza vergogna: “sono una donna che viene dal popolo” …perchè, sapete, è prerogativa del popolo essere nipoti di petrolieri, vivere in una famiglia che dire ricca è poco e soprattutto ben ammanicata nelle stanze del potere, laurearsi in università privata e subito lavorare in ENI, RAI e FAO con compensi da capogiro !!

Laura Boldrini

 

 

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Laura Boldrini senza vergogna: “sono una donna che viene dal popolo” …perchè, sapete, è prerogativa del popolo essere nipoti di petrolieri, vivere in una famiglia che dire ricca è poco e soprattutto ben ammanicata nelle stanze del potere, laurearsi in università privata e subito lavorare in ENI, RAI e FAO con compensi da capogiro !!

 

Laura Boldrini lo ha detto di nuovo: “sono una donna che viene dal popolo”

 

La prima volta che disse ‘sta cazzata, all’indomani del suo insediamento alla Camera, scrisse Siamo La Gente:

Un po’ sul serio, un po’ con ironia fioccano i paragoni tra Laura Boldrini e Papa Francesco. Già si preparano quelli con la missionaria madre Teresa di Calcutta, ma forse sarebbe meglio con qualche «pasionaria» rossa della guerriglia sudamericana.

E si presenta l’ex portavoce dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite come la nuova presidente della «Camera della carità», quella rivolta agli ultimi della terra, ai poveri, ai diseredati, alle donne maltrattate, ai profughi della terra.

Manca solo l’aureola. E la sua provenienza dalle fila del Sel di Nichi Vendola dà all’impegno umanitario quella luce di ideologia politica facile da enfatizzare. Ma troppo entusiasmo può riservare anche amare delusioni. Perché chi conosce bene Laura Boldrini e la sua folgorante carriera sotto i riflettori internazionali assicura che è figlia di una casta radical snob ben ammanicata nelle stanze del potere e il suo percorso è stato, per così dire, preferenziale. Tanto che il suo ruolo all’Unhcr scompare con lei, perché le è stato tagliato addosso come un vestito d’alta moda. Alla faccia di tanti che avrebbero voluto subentrare in quella posizione, così ricca di soddisfazioni e così libera del ferreo controllo riservato ad altri ruoli. La maceratese Laura viene da quella società marchigiana fatta di famiglie tradizionali e un po’ bucoliche, colte e all’antica, molte di riservata nobiltà altre di solidi patrimoni, che spesso avviano i rampolli ad un futuro in diplomazia o comunque in organismi internazionali. È sempre stato uno dei giardini più ambiti dall’alta società e con quell’obiettivo si fanno studiare i giovani nei migliori collegi, d’estate si iscrivono ai corsi di lingue e si organizzano viaggi per conoscere il mondo, li si iscrive a università di fama e si pagano stage e master all’estero dopo la laurea. Un’esperienza nel mondo del volontariato, in certi circoli radical-snob, è d’obbligo per far brillare il curriculum. Fa molto nobiltà d’animo e i genitori raccontano con orgoglio nei salotti le esperienze vissute lontano da casa dei figli. Se poi da grandi compiono il grande salto, certo è merito loro, ma il trampolino di lancio ad altri è precluso.

Laura, nipote di un petroliere, dopo la maturità vola nelle risaie del Venezuela e poi si regala un lungo viaggio in tutto il Centroamerica. Poi arriva la laurea. Ora che tutti si entusiasmano per il nuovo stile della presidente della Camera, che all’investitura si presenta con una giacchetta nera striminzita e sale a piedi al Quirinale per la prima visita al Capo dello Stato, bisognerà pur chiedersi se la Boldrini non abbia avuto la strada spianata come pochi. Visto che è entrata in Rai come giornalista negli anni Ottanta, ha fatto tappa all’agenzia giornalistica Agi di proprietà Eni, per poi dare un calcio ad un posto ambito e solido per tuffarsi nelle sue avventure nel mondo. Entrando, certo grazie alle sue doti e alla sua tenacia prima alla Fao, poi all’Onu nel 1989. Infine, l’approdo all’Alto commissariato per i rifugiati nel 1998. Medaglie e riconoscimenti si sprecano, compresa la nomina nel 2009 ad «Italiano dell’anno» di Famiglia Cristiana.

Laura, la francescana, ha lo stesso pedrigree sociale e castaiolo di una Melandri o di una Concita De Gregorio, solo che il suo orizzonte è più internazionale. Sa come incantare le masse e il potere. Su twitter ha raccontato il suo incontro con Napolitano. Il presidente l’ha salutata con queste parole: «Sangue freddo, fatica e successo». Nessuna paura: Laura Boldrini è una predestinata.

Ci hanno tolto dalle tasche 31 miliardi per salvare Mps & C. ed altri 17 per le banche venete… E siamo nella merda fino al collo. In Islanda, invece, dove hanno politici onesti e capaci, prima hanno sbattuto in galera i banchieri che hanno provocato la crisi, poi hanno rimborsano i cittadini con i soldi ricavati vendendo una banca !!

 

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Ci hanno tolto dalle tasche 31 miliardi per salvare Mps & C. ed altri 17 per le banche venete… E siamo nella merda fino al collo. In Islanda, invece, dove hanno politici onesti e capaci, prima hanno sbattuto in galera i banchieri che hanno provocato la crisi, poi hanno rimborsano i cittadini con i soldi ricavati vendendo una banca !!

 

Il conto del salvataggio “31 miliardi alle banche”

Il costo del salvatggio delle banche in crisi arriva a 31 miliardi di euro. E adesso anche quelle venete sono sull’orlo del fallimento

Come ricostruisce su LaStampa Stefano Caselli, docente di economia in Bocconi, sarebbe questo il conto monstre da pagare per eviatre un vero e proprio collasso. I numeri per il momento restano provvisori. Di fatto la valanga è cominciata nel 2015 con un intervento mirato per salvare 4 piccoli istituti del Centro Italia. Il primo caso riguarda però Mps. Il salvataggio è costato 8,8 miliardi, soldi questi pagati dai contribuenti e da alcuni investitori. Poi i 5,3 miliardi per salvare Banca Marche, Etruira, CariFerrara e CariChieti, poi acquistate da Ubi Banca e Bper. A questo caso si aggiunge anche la grande crisi delle banche venete. E anche lì il fondo statale ha aperto i rubinetti con 3,5 miliardi di euro. Fondo che però non è bastato e adesso gli istituti di fatto si trovano sull’orlo del fallimento. Adesso è facile da dire – dice Caselli a LaStampa-. Di certo il tema della vendita dei crediti non performanti è stato sottostimato. Forse la nostra presenza a Bruxelles non è stata così decisiva. Ma che si dovesse intervenire con soldi pubblici io come altri osservatori lo sosteniamo da anni”.

tratto da: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/conto-salvataggio-31-miliardi-banche-1412782.html

A questi si sono poi aggiunti 17 e forse più miliardi per salvare le banche venete….

E in Islanda, invece, come hanno fatto…?

DI CLAIRE BERNISH – theantimedia.org

Per cominciare l’Islanda ha sbattuto in galera i banchieri corrotti per il loro diretto coinvolgimento nella crisi finanziaria del 2008.

Ora tutti gli Islandesi riceveranno una rendita dalla vendita di una delle tre più grandi banche d’Islanda, Islandbanki.

Se il Ministro delle Finanze Bjarni Benediktsson riuscirà nel suo intento – e probabilmente ce la farà – gli Islandesi riceveranno 30.000 corone dopo che il governo prenderà possesso della banca. Islandbanki diventerà la seconda delle tre più grandi banche sotto il controllo dello stato.

“Sto semplicemente dicendo che il governo prenderà una data porzione, il 5%, e semplicemente la distribuirà alla gente di questa nazione”, ha affermato.

Dato che gli Islandesi hanno preso il controllo del loro Governo, effettivamente controllano le banche. Benediktsson crede che ciò porterà capitale straniero nella nazione e infine spingerà l’economia – la quale, tra l’altro, è l’unica ad essersi totalmente ripresa dalla crisi del 2008. L’Islanda è persino riuscita a ripagare in toto il suo enorme debito al FMI – in anticipo rispetto alla data prevista.

Guðlaugur Þór Þórðarson, vicecapo della Commissione sul Budget, ha spiegato che questa manovra faciliterà l’alleggerimento del controllo dei capitali, benché non fosse convinto che il controllo statale fosse la soluzione più ideale. L’ex Ministro delle Finanze Steingrìmur J. Sigfùsson è dalla parte di Þórðarson, sostenendo in uno show radio “non dovremmo lasciare le banche nelle mani di folli” e che l’Islanda beneficerà da un cambio di vedute separando “le banche commerciali da quelle d’investimento”.

I piani non sono ancora stati preparati con precisione per quando avverranno la presa di possesso e il conseguente pagamento a tutti i cittadini, ma l’approccio rivoluzionario dell’Islanda al crollo finanziario mondiale del 2008 di certo merita tutta l’attenzione che si è guadagnato.

L’Islanda ha di recente sbattuto in galera il suo ventiseiesimo banchiere – 74 anni di detenzione sommando tutte le pene comminate – per aver causato il caos finanziario. I banchieri criminali statunitensi sono stati ricompensati per le loro frodi e le manipolazioni del mercato con un enorme salvataggio a spese dei contribuenti.

Claire Bernish

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Fonte: http://theantimedia.org/