Ricapitoliamo, povertà in Italia: oltre due milioni senza il cibo in tavola, ma per questa idiota la priorità è “Parificare gli stipendi tra calciatori e calciatrici” – E perchè non parificare gli stipendi della Casta a quelli della gente?

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Ricapitoliamo, povertà in Italia: oltre due milioni senza il cibo in tavola, ma per questa idiota la priorità è “Parificare gli stipendi tra calciatori e calciatrici” – E perchè non parificare gli stipendi della Casta a quelli della gente?

In un Paese dove 2 milioni di persone non possono mettere il piatto a tavola, chi ci governa ha la priorità è “Parificare gli stipendi tra calciatori e calciatrici” …e Voi ancora Vi chiedete perchè stiamo nella merda?

La sottosegretaria alla presidenza del Consiglio dei Ministri, Maria Elena Boschi, ha proposto sui suoi profili social di seguire l’esempio della Norvegia e parificare lo stipendio dei giocatori di calcio, siano essi donne o uomini. L’idea però non è piaciuta a gran parte degli utenti, che ne hanno sottolineato l’inutilità rispetto a ploblemi più urgenti.

La nostra cara “sottosegretaria alla presidenza del Consiglio dei Ministri”, prima di sparare puttanate, dovrebbe leggere questo:

Povertà in Italia: oltre due milioni senza il cibo in tavola

Dall’ultimo rapporto Gli italiani e il cibo. Un’eccellenza da condividere” del Censis, osservatorio indipendente sulle condizioni sociali in Italia, è emerso che sono oltre due milioni le persone nel nostro Paese che non hanno avuto soldi sufficienti per comprare il cibo necessario. Negli ultimi sette anni i numeri sono più che raddoppiati: nel 2007 erano un milione e ciò vuol dire che l’incremento da quando è iniziata la crisi è dell’84, 8%.

Il Rapporto ha evidenziato che Puglia (16,1%) Campania (14, 2%) e Sicilia (13,3 %) sono le prime tre regioni con la quota più alta di persone che vivono in condizioni di disagioalimentare. Il 9,2% delle famiglie italiane, di cui 830 mila con figli minori, non ha accesso al cibo in tavola.  Le spese alimentari sono calate in media del 12,9 % dal 2007 (17,3 % per le famiglie a carico di un operaio e 9,7% per quelle con capofamiglia dirigente o impiegato). Le famiglie con più figli sono quelle in maggiore difficoltà: – 15,6% le coppie con due figli, – 18,2% le coppie con tre o più bambini.

Dalla ricerca del Censis è emerso che gli italiani restano comunque grandi amanti del cibo: 29,4 milioni si definiscono appassionati, 12,6 milioni intenditori e 4,1 milione veri esperti. Per il 17, 9% la cucina made in Italy è motivo d’orgoglio nazionale. La crisi si fa sentire sono in famiglia: nel 2014 le esportazioni sono state di 28,4 miliardi con un 30,1% in più rispetto a cinque anni prima.

Per il presidente del Censis, Giuseppe De Rita “È  fondamentale esportare il modello italiano delle tipicità, non solo i prodotti. Solo così anche le esportazioni delle nostre nicchie saranno più facili. Nella battaglia fra biodiversità e industrializzazione di massa, bisogna puntare sulle scelte individuali: la voglia di diversità è una voglia di democrazia”.

Una situazione a doppia faccia: dal punto di vista culturale ed economico buona, ma scarsa da quello sociale. C’è da dire, inoltre, che i dati forniti sono da prendere con le pinze: qualcuno potrebbe vivere il dramma di non riuscire a sfamarsi, ma non averlo reso pubblico. Visti i dati altalenanti di disoccupazione, che non sembra fornire dinamiche positive, l’ipotesi è più che plausibile. Dal Rapporto del Censis emerge, quindi, che dal punto di vista sociale la strada è ancora tortuosa e che c’è ancora molto da lavorare in Parlamento.

Vincenzo Nicoletti

fonte: http://www.liberopensiero.eu/2017/10/14/poverta-in-italia-oltre-due-milioni-senza-il-cibo-in-tavola/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Vergognoso – Tanto “Gentiloni” coi consulenti. La legislatura sta per finire, ma a Palazzo Chigi ancora si “imbarcano” collaboratori… Amici loro che non servono a niente, non faranno niente, ma che paghiamo NOI!

Palazzo Chigi

 

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Vergognoso – Tanto “Gentiloni” coi consulenti. La legislatura sta per finire, ma a Palazzo Chigi ancora si “imbarcano” collaboratori… Amici loro che non servono a niente, non faranno niente, ma che paghiamo NOI!

Tanto Gentiloni coi consulenti. La legislatura sta finendo ma a Palazzo Chigi si imbarcano collaboratori

Mancano quattro mesi o poco più alla fine della legislatura. Ormai secondo molti resta da giocare soltanto la partita della Legge di Stabilità, dopodiché partiti e movimenti saranno tutti presi dalla corsa elettorale per cui i tanti provvedimenti rimasti in stand-by potranno dire addio ad una loro approvazione in questi ultimi scampoli di legislatura. Les jeux sont faits, dunque. Ma non per consulenti e collaboratori. Qui il capitolo resta  aperto. Esattamente come lo sono le porte di Palazzo Chigi. A scorrere l’ultimo aggiornamento del personale e dei dirigenti pubblicato in questi giorni dal Governo, infatti, ecco che ci si accorge di come il numero di consulenti sia cresciuto.  Per dire: i collaboratori che lavorano fianco a fianco di Paolo Gentiloni sono aumentati di tre unità, passando dai 12 che si contavano nell’aggiornamento precedente (maggio) agli attuali 15. I nomi, come spesso accade, non sono casuali. E così, accanto all’incarico di “esperto-consiglirere per le politiche industriali” affidato a titolo gratuito all’ex amministratore delegato di Poste, Francesco Caio, è curiosa la nomina di Andrea Lezzi ad “assistente del  capo dell’ufficio”. Cosa faceva Lezzi prima di approdare a Palazzo Chigi? Ce lo dice il suo profilo Linkedin: “produzione contenuti web e articoli presso Basta un Sì”. La campagna referendaria del Pd. C’è da sorprendersi? No, considerando che tra i tanti che hanno lavorato nel comitato Basta un Sì troviamo anche Rudy Francesco Calvo, oggi capo ufficio stampa della ministra per i rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, con una retribuzione, tra le varie indennità, di 80mila euro.

Ovviamente, però, ministri senza portafoglio e sottosegretari non sono da meno al premier. E così, ad esempio, il sottosegretario alle Politiche europee, Sandro Gozi, conta oggi cinque collaboratori in più rispetto al precedente aggiornamento di maggio (da 12 a 17). Ad accrescere il numero di suoi consulenti, poi, anche la sottosegretaria per i rapporti col Parlamento, Sesa Amici: nell’ultimo aggiornamento spunta il nome di Caterina Conti che oggi svolge “attività di supporto”. Bene, il nome della Conti è tra i venti millenials che Matteo Renzi ha scelto per la direzione del Pd. Ma d’altronde anche qui non è l’unico caso: stessa sorte è capitata anche ad un altro millenialDavide Ragone, che oggi lavora nel dipartimento di Maria Elena Boschi. Alla faccia di chi diceva che quella dei giovani in direzione fosse solo una mossa “strategica” di Renzi.

Esercito aureo – Infine il capitolo dirigenti. Anche qui l’ultimo aggiornamento regala sorprese. Sono i numeri a disegnare il quadro: appena insediato l’esecutivo diretto da Gentiloni, Palazzo Chigi contava 236 dirigenti; l’ultimo aggiornamento ne conta 259, con un “saldo” attivo di 23 unità. E qui non parliamo di stipendi di poco conto considerando che, nella maggior parte dei casi tra parte fissa, retribuzione di posizione e di risultato, i compensi sfiorano  (e a volta superano) i 100mila euro cadauno.

 

fonte: http://www.lanotiziagiornale.it/tanto-gentiloni-coi-consulenti-la-legislatura-sta-finendo-ma-a-palazzo-chigi-si-imbarcano-collaboratori-e-dirigenti/

Consob: 120 mila euro di multa per Pier Luigi Boschi. Ma lui, poverino, RISULTA NULLATENENTE. Non può pagare! ….IDEA, sig.ra Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, perchè non glie li presta lei al suo amato papino?

Pier Luigi Boschi

 

 

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Consob: 120 mila euro di multa per Pier Luigi Boschi. Ma lui, poverino, RISULTA NULLATENENTE. Non può pagare! ….IDEA, sig.ra Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, perchè non glie li presta lei al suo amato papino?

 

Consob infligge 120 mila euro di multa a Pier Luigi Boschi. Ma lui, la persona perbene, quello che faceva 5 km a piedi tutti i giorni, poverino, si dichiara nullatenente. NON PAGHERÀ…

Ma mica è una medaccia come Voi che se non pagate una multa per divieto di sosta Equitalia vi porta via pure le mutande!

Ma noi un’idea ce l’abbiamo:

Perché la sig.ra Maria Elena Boschi, illustrissima Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, non glie li presta lei al suo amato papino?

Eviterebbe al caro papino un’altra umiliante figuraccia. Poverino, già nullatenente, ora pure indebitato…

Che dice, illustrissima Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, glie li presta lei o dobbiamo organizzare noi una colletta?

Il vaffanculo non è obbligatorio, ma è gradito.

 

E tre! Il Babbo dell’ex Ministro si becca la terza multa dalla Consob. Il conto finale per Pier Luigi Boschi sarà di 390mila Euro. Alla faccia della persona perbene!

 

Pier Luigi Boschi

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E tre! Il Babbo dell’ex Ministro si becca la terza multa dalla Consob. Il conto finale per Pier Luigi Boschi sarà di 390mila Euro. Alla faccia della persona perbene!

È arrivata la conferma del Triplete realizzato da Pier Luigi Boschi, il babbo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Maria Elena.

Nei mesi scorsi aveva ricevuto due multe dalla Banca d’ Italia per le decisioni prese dalla Popolare dell’ Etruria quando era nel cda della stessa, prima come consigliere (agosto 2012- maggio 2014) e poi, tra il 4 maggio 2014 e il 31 dicembre 2014, in veste di vicepresidente. Ora gli sono state notificate le sanzioni, già ampiamente annunciate, della Consob in tre diversi procedimenti, per un totale di 120.000 euro.

La Commissione per la Borsa guidata da Giuseppe Vegas ha comminato a 33 ex dirigenti multe per 2,66 milioni di euro, confermando quasi alla virgola le richieste dell’ ufficio sanzioni amministrative. I multati hanno fatto le loro controdeduzioni, ma queste non hanno sortito effetto.

Ieri, dopo la prima pagina del quotidiano La Repubblica che annunciava sanzioni molto più ridotte (per fare un esempio a Boschi attribuiva una multa da 40.000 euro), qualcuno degli ex massimi dirigenti aveva tirato un sospiro di sollievo.

La realtà è che il quotidiano romano ha fatto riferimento solo a uno dei tre filoni avviati da Consob, quello riguardante le carenze informative sulla reale situazione della Banca nella documentazione d’ offerta delle emissioni obbligazionarie, pubblicata nel periodo 2012-2014.

Per la vendita al buio delle famigerate subordinate sono stati puniti 23 ex dirigenti: i più penalizzati sono stati l’ ex presidente Giuseppe Fornasari e l’ ex direttore generale Luca Bronchi (70.000 euro per entrambi), poi 15 multe da 40.000 euro, compresa quella a Boschi senior e altre sei sanzioni tra i 35.000 euro e i 20.000. In tutto un conto da 910.000 euro. Che ieri aveva fatto titolare a Repubblica: «Ammende ridotte». Purtroppo per i diretti interessati, nonostante la magnanimità dei giornalisti del quotidiano romano, le riduzioni non sono arrivate.

Le multe più pesanti sono state assegnate per il mancato aggiornamento del profilo di rischio dei prodotti emessi dalla Banca (le obbligazioni) nonostante il progressivo peggioramento dei conti di Bpel, un’ accusa che ha coinvolto 33 dirigenti e che ha portato a sanzioni per 1.120.000 euro. In questo caso Boschi ha preso la sberla più pesante (50.000 euro) tra i tre schiaffoni che gli sono toccati.

Per le omissioni nel prospetto di offerta di azioni collegata all’ aumento di capitale effettuato tra giugno e luglio 2013 sono stati puniti in 17, per un conto complessivo di 630.000 euro: Boschi dovrà versarne 30.000, contro, per esempio, gli 80.000 dei soliti Fornasari e Bronchi.

Boschi, insieme con altri 3 colleghi, compreso l’ ex presidente Lorenzo Rosi, ha provato a contenere l’ esborso: essendo coinvolti, a loro dire, in tre diversi procedimenti sanzionatori relativi alla «medesima condotta attiva o omissiva» hanno chiesto l’ applicazione del cosiddetto «cumulo giuridico» e quindi di essere puniti una volta anziché tre. La Consob ha risposto picche, ravvisando «distinte condotte materiali accertate, peraltro, a seguito di istruttorie anch’ esse distinte».

Nel procedimento per la mancata riprofilazione del rischio, la Consob ha scritto che Boschi e gli altri dirigenti sono stati puniti per «la gravità obiettiva della violazione accertata, in relazione () alla diffusione delle conseguenze dannose, anche potenziali»; per «la gravità soggettiva delle condotte poste in essere» e per «la dimensione e perduranza nel tempo delle condotte scorrette poste in essere».

Tra i 33 amministratori puniti (tra cui gli ultimi due presidenti, gli ultimi due direttori generali e i consiglieri degli ultimi due cda), il più colpito è stato Bronchi (200.000 euro), secondo Fornasari (195.000), terzo l’ ex vicepresidente Giovanni Inghirami (135.000), quindi Boschi, l’ ex presidente Rosi e un altro vice, Alfredo Berni, con 120.000.

Boschi e altri due colleghi hanno denunciato di non aver «avuto accesso a tutti gli atti confluiti nel fascicolo del procedimento» e che per questo sarebbe stato «gravemente pregiudicato il diritto di difesa e costitui[rebbe] una palese violazione del dovere di trattare paritariamente tutti i soggetti incolpati, alcuni dei quali hanno in effetti ricevuto […

] tutti gli atti del procedimento nessuno escluso». La Consob anche in questo caso non ha accolto le doglianze.

Va detto che le sanzioni arrivano con enorme ritardo e colpiscono gli ex dirigenti di una banca che non esiste più. Lo stesso vertice era stato punito dalla Banca d’ Italia a ottobre 2015 (2,54 milioni; 144.000 a babbo Boschi) e a marzo 2016 (2,2 milioni; 130.000 per Pierluigi, la multa più alta di quella tornata) per un totale di 4,74 milioni. Che sommati alle sanzioni di Consob portano il conto a 7,4 milioni di euro. Alla fine Boschi senior dovrà pagare 390.000 euro.

Ieri, a parziale consolazione per l’ onusto (di sanzioni) genitore, l’ Ansa ha diffuso un’ agenzia con una notizia già nota e diffusa da tempo: la possibile prossima archiviazione del babbo di Maria Elena nell’ inchiesta penale su Banca Etruria. Uno zuccherino che forse non basterà ad addolcire la pillola per papà Boschi.

fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/tripletta-babbo-boschi-padre-dell-rsquo-ex-ministro-becca-153935.htm

Va in onda lo show di Virginia Raffaele. Nel suo repertorio manca però un personaggio: Maria Elena Boschi. Le è stato vietata l’imitazione. Sì, è censura. Un altro grande esempio di democrazia Renziana…!!!

Virginia Raffaele

 

 

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Va in onda lo show di Virginia Raffaele. Nel suo repertorio manca però un personaggio: Maria Elena Boschi. Le è stato vietata l’imitazione. Sì, è censura. Un altro grande esempio di democrazia Renziana…!!!

Ecco il modello di democrazia della cosca di Renzi.

 

MARIA ELENA BOSCHI CENSURA VIRGINIA RAFFAELE CHE HA “OSATO” IMITARLA – LA COMICA E’ COSTRETTA A IMITARE MELANIA TRUMP IN RAI

 

La Boschi, giovane, sorridente e con un’espressione angelica, la giusta maschera per nascondere il suo vero volto, ovvero il volto del potere. La ministra è riuscita a far passare la voglia all’imitatrice Virginia Raffaele che negli ultimi giorni ha rilasciato delle dichiarazioni a riguardo riportate poi da alcuni giornali: “preferisco imitare Melania Trump, meglio farsi bombardare dai marines che vedersela, ancora una volta, con la censura Rai per aver imitato la Boschi.”
La signorina non ama essere vittima della satira politica e dunque ha fatto pressione affinché non si parli di lei, che dire? Un vero esempio di democrazia. Adesso ripeti insieme a me “Io sono un italiano libero e vivo in un paese democratico, e i politici vogliono tutti il mio bene quando li vedo sorridenti in tele a rassicurarmi.”

fonte: http://www.ninconanco.info/maria-elena-boschi-censura-virginia-raffaele-osato-imitarla-la-comica-costretta-imitare-melania-trump-rai/

Scandalo Unicredit – Scusate, ma la Boschi non doveva querelare De Bortoli? Perchè non l’ha fatto ancora? Un’altra bugia? …Semplice, non può farlo. Ghizzoni sarebbe convocato come testimone, e se parla…

 

Unicredit

 

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Scandalo Unicredit – Scusate, ma la Boschi non doveva querelare De Bortoli? Perchè non l’ha fatto ancora? Un’altra bugia? …Semplice, non può farlo. Ghizzoni sarebbe convocato come testimone, e se parla…

 

Maria Elena Boschi non querela Ferruccio de Bortoli per far tacere Federico Ghizzoni, l’ex ad Unicredit

 

È stato l’avvocato Paola Severino, suo legale, a consigliare a Maria Elena Boschi di non querelare Ferruccio de Bortoli per le rilevazioni contenute nel libro Poteri forti. Per una ragione molto semplice: se lo avesse fatto, Federico Ghizzoni sarebbe stato convocato dal giudice come testimone. E non avrebbe potuto sottrarsi. A quel punto si sarebbe arrivati per forza al chiarimento che per ora non c’è: Ghizzoni conferma quanto ha detto a de Bortoli (smentendo Boschi), cioè che l’ex ministro gli avrebbe chiesto di interessarsi di Banca Etruria per una possibile acquisizione, oppure no? Senza contare che quanto scritto dall’ex direttore del Corriere della Sera, per quanto politicamente pesante, è dubbio che possa essere considerato diffamatorio. Quindi, rischierebbe di perdere l’eventuale processo.

Il caso, però, continua a tener banco. Ieri Ghizzoni ha rotto il silenzio in un colloquio con Repubblica, dicendo di essere disposto a parlare, ma solo davanti alla commissione di inchiesta sulle banche (che peraltro ha poteri equiparati a quelli della magistratura). «Se mi convocheranno», ha detto a Repubblica, «parlerò alla commissione d’inchiesta: in Parlamento, non sui giornali, risponderò ovviamente a tutte le domande che mi faranno», spiegando che «adesso non parlo, perché non si può mettere in mano a un privato cittadino la responsabilità della tenuta di un governo». E poi, ha aggiunto, «è un caso della politica, sarebbe dovere e responsabilità della politica risolverlo». Parole che suonano quasi come un invito a essere ascoltato.

Solo che la commissione d’inchiesta sulle banche non esiste ancora. Ma dovrebbe vedere la luce a breve. Il 24 maggio è previsto che l’Aula della Camera dei deputati la istituisca. Dopo di che i gruppi dovranno indicare i componenti, dovrà essere eletto un presidente. Solo allora verrà formato un calendario dei lavori, con l’elenco delle audizioni. A quel punto, se l’opposizione lo chiede, Ghizzoni verrà sentito? Non è detto, perché ogni richiesta va votata. Se la maggioranza volesse, potrebbe bocciare la proposta. Per quanto, si dice tra i dem, sarebbe politicamente complicato rifiutarsi di sentire l’ad di Unicredit. Ci sarebbe un’altra via, più veloce, indicata ieri dalla senatrice Cinzia Bonfrisco: che Ghizzoni venga ascoltato dalla Commissione Finanze del Senato. La senatrice, che fa parte della commissione, ha detto che lo chiederà formalmente. Anche se la commissione Finanze non ha gli stessi poteri di quella d’inchiesta.

Paolo Gentiloni, che si trova a Pechino, non ha voluto commentare. Interpellato dai cronisti, ha risposto che «qui la politica si è occupata di One Belt One Road, cioè la Via della Seta». A Roma, però, la bufera infuria. «Siamo sicuri», accusa Paolo Grimoldi della Lega Nord, «che l’audizione di Ghizzoni, con le solite mille scuse, verrà rimandata a tardo autunno, quando sarà già stata varata la legge di stabilità lacrime e sangue e non sarà più possibile cambiare la rotta attraverso il voto anticipato». Va all’attacco Mdp, con Roberto Speranza: «La posizione di Boschi è indifendibile. Se ha mentito al Parlamento deve dimettersi». E a Otto e Mezzo Miguel Gotor fa sapere che chiederanno «chiarimenti a Gentiloni»: «Come nel caso Consip, dove tra Lotti e Marroni uno dei due mente e tuttavia sono rimasti entrambi al proprio posto», anche in questo caso «qualcuno non ha detto la verità». Intanto de Bortoli dice di «non aver ricevuto finora alcuna querela» da parte della sottosegretaria alla presidenza del Consiglio. Beppe Grillo, sul blog, accusa: «Senza querela è evidente che la magistratura non potrà indagare e l’eventuale verità giudiziaria non verrà a galla: no querela, no party!».

Matteo Renzi, però, difende Boschi, sfidando il M5S e invitando a fare presto la commissione d’inchiesta sulle banche: «Boschi», ha scritto ieri nella e-news, «ha risposto con un post e ha confermato “dalla a alla zeta” ciò che ha già detto in Parlamento, affidando la pratica agli avvocati». Dopodiché, aggiunge, quando si comporrà la commissione d’inchiesta, per la quale il Pd «ha votato a favore e M5S contro», allora «si capirà finalmente di cosa parliamo, quando si tratta di banche e delle responsabilità della classe dirigente». Il M5S replica: «Renzi bluffa, prima ha perso oltre un anno di tempo al Senato e poi ha fatto in modo di spuntare le unghie all’organismo su capitoli chiave». In realtà, dietro alla linea di far quadrato attorno Boschi, al Nazareno sono preoccupati dalla piega che può prendere la vicenda. Il timore non è tanto che possa emergere qualcosa di penalmente rilevante, quanto che, se i grillini tengono alta la polemica e Ghizzoni parla, si ponga prima o poi un problema di opportunità politica. Categoria che lo stesso Renzi, in passato, ha più volte usato sia con esponenti di altri partiti, vedi il ministro Cancellieri, sia con quelli del Pd.

di Elisa Calessi

 

fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/12386143/maria-elena-boschi-non-querela-ferruccio-de-bortoli-per-far-tacere-federico-ghizzoni.html

Un pezzo storico – MARCO TRAVAGLIO: Vi racconto chi è la Boschi, una che in un parlamento serio potrebbe solo togliere la polvere !!

 

MARCO TRAVAGLIO

 

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Un pezzo storico – MARCO TRAVAGLIO: Vi racconto chi è la Boschi, una che in un parlamento serio potrebbe solo togliere la polvere !!

 

Marco Travaglio a tutto campo sul Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi.

Se solo sei mesi fa le avessero vaticinato che un’avvocaticchia di 33 anni come lei sarebbe diventata ministro delle Riforme, dei Rapporti con il Parlamento e persino dell’Attuazione del programma, e avrebbe riformato la Costituzione con Verdini e Calderoli, Maria Elena Boschi si sarebbe messa a ridere. Anzi, a sorridere. Perché Lei non ride: Lei sorride. “Non cediamo alle provocazioni e ai ricatti e, con un sorriso, andiamo avanti”, ha dichiarato l’altro giorno nell’intervista settimanale a Repubblica: “I grillini arrabbiati sono venuti a chiedermi perché sorridessi in aula. In realtà il sorriso non è scherno né arroganza: è la convinzione che ce la possiamo fare e ce la faremo”. Le hanno detto di sorridere sempre e comunque, anche quando non c’è niente da sorridere. E lei sorride, anche quando dovrebbe scapparle da ridere per le corbellerie che dice. Tipo quando ha paragonato la svolta autoritaria del Renzusconi, ormai palese ai più, a “un’allucinazione”. O quando ha estratto dal dizionario delle citazioni una frase di De Andrè, una di Pratolini e una di Fanfani, aretino come lei e nano come B., che piace tanto anche al suo papà (“grande statista e riferimento per tante donne e uomini della mia terra, compreso mio padre”). Che diceva Fanfani? Che “le bugie in politica non servono”. Perbacco, che acume. Ci voleva proprio Fanfani – uno dei politici più bugiardi della storia – per elaborare un concetto così complesso, da ernia al cervello. Quando l’ha scoperto, monna Maria Elena s’è illuminata d’immenso, con tutta una serie di effetti collaterali.

Citiamo dalla telecronaca diretta su Repubblica di Sebastiano Messina, uno dei giornalisti più innamorati di Lei: “La fascinosa portabandiera del governo Renzi ha smesso di sorridere, ha socchiuso gli occhi e – per la prima volta – ha alzato la voce”. A quel punto “tutti si sono girati per vedere la ministra con gli occhi azzurri”. Lei ha perso “l’imbarazzata dolcezza” e le mani, “che teneva giunte per precisare il concetto, le apriva per scandire la vacuità fasulla dei suoi contestatori”. Infine, prodigio nel miracolo, “ha tirato fuori la citazione dalla tasca del suo tailleur-pantalone grigio argento”. E prossimamente, statene certi, estrarrà altre storiche frasi: “aprite la finestra ché fa caldo, come disse Bisaglia”, “ieri pioveva oggi invece fa sole, come ebbe a sottolineare Piccoli”, “quando ti prude la pancia non resta che grattarti, come suggerì Rumor”. E tutt’intorno si formerà una “ola” di consenso, accompagnata da un coro di “oooohhhh” di ammirato stupore, soprattutto fra i cronisti con la bocca a cul di gallina che quotidianamente narrano Tutta la Boschi Minuto per Minuto.

L’altro giorno riferivano che la piacente ministra “ha giocato ripetutamente con l’anello che porta all’anulare sinistro” (Corriere della sera), il che ha comprensibilmente “destato molta curiosità” (Repubblica ). Poi Dagospia dava conto delle sue ben dieci visite alla toilette di Palazzo Madama in poche ore, forse per conferire con Matteo, o forse per vomitare. Bruno Vespa, quando l’ha intervistata per Panorama , ne è uscito molto turbato, con la lingua di fuori: “Maria Elena Boschi assomiglia sempre di più alle nobildonne rinascimentali che lasciano beni e affetti perché rapite da una vocazione religiosa. Una Santa Teresa d’Avila che scolpita dal Bernini per Santa Maria della Vittoria, a Roma, acquista sensualità nel momento in cui la trafigge la freccia dell’estasi divina”. Rapita dal Vangelo secondo Matteo, “la bella avvocata toscana una vita privata non ce l’ha da quando Renzi l’ha portata al governo… Si sveglia prestissimo, alle 8 è in ufficio, stacca tra le 9 e le 11 di sera. Single per necessità, sogna una famiglia, ma adesso non può permettersela”. Una vita di stenti, tutta votata al sacrificio. La nuova Teresa d’Avila, anzi d’Arezzo, come l’originale ha pure le visioni mistiche (da non confondere con le allucinazioni). Infatti dichiara ogni due per tre che il nuovo Senato è “una risposta all’Europa” (che peraltro se ne frega) e “all’urlo lanciato dai cittadini”.

E qui, più che Teresa d’Avila, viene in mente Giovanna d’Arco che sentiva le voci: ogni sera, quando va mestamente a dormire, in ginocchio sui ceci, sola nella sua celletta arredata con un umile inginocchiatoio, ode l’urlo del popolo che implora: “Deh, Maria Elena, i senatori non li vogliamo eleggere noi: orsù, nominàteveli pure voi della Casta! E, già che ci siete, pure i deputati!”. Ragion per cui va ripetendo: “Dobbiamo mantenere l’impegno”, anche se non si capisce con chi, visto che nessun elettore ha mai saputo niente della riforma del Senato né chiesto ad alcuno di realizzarla. Poi concede: “Comunque sottoporremo le riforme al referendum: più aperti al confronto democratico di così…”. Non sa che il referendum non sarà una sua magnanima elargizione: è la naturale conseguenza del fatto che, al Senato, la cosiddetta riforma rischia di non avere nemmeno la maggioranza semplice, figurarsi i due terzi.

Forse un giorno il papà fanfaniano, appena promosso vicepresidente della Banca Etruria (ribaltando la figura dei figli di papà in quella dei papà di figlie), le parlerà anche dei padri costituenti, che impiegarono quasi due anni per scrivere i 139 articoli della Costituzione.

Mentre l’avvocaticchia di Arezzo, che alla Costituente avrebbe a stento levato la polvere dai davanzali, vorrebbe approvarne 47 in dieci giorni. E chi obietta qualcosa, se è un presidente emerito della Consulta, è un “professorone” e un “solone”. Se è un oppositore in Senato, è “un ricattatore”. E se il capolavoro non passa, si va a votare: “la vita del governo è legata alle riforme costituzionali” (non sa che le Costituzioni non le riformano i governi, semmai i parlamenti, e comunque le Camere le scioglie il capo dello Stato, non lei). Poi spiega che il Boschiverdinellum “non contiene minacce per la democrazia”, tant’è che “se ne parla da trent’anni” (non dice da parte di chi, quando, come e de che, se si eccettuano Gelli e Craxi). Quanto ai deputati nominati con le liste bloccate dell’Italicum, niente paura: “il Pd farà le primarie” (e pazienza se alle Europee non le ha fatte e gli altri partiti non le faranno mai). Insomma, come diceva il piccolo grande Fanfani, le bugie in politica non servono: però aiutano. Ma forse è presto per credere che Santa Teresa d’Arezzo sia in malafede: forse parla semplicemente di cose più grandi di lei. Chissà che un giorno non s’imbatta in un’altra frase dell’Amintore, davvero poco consona con la rottamazione: “Si può essere bischeri anche a vent’anni”. Figuriamoci a trentatrè.

Ecco Enrico Moja, Questore di Arezzo cacciato perchè non gradito alla famiglia Boschi – Ebbe l’ardire di non vietare una manifestazione dell’Associazione Vittime del Salva-Banche. Al suo posto un uomo di fiducia di Renzi… Ma Moja promette: “a luglio andrò in pensione e allora parlerò”

Enrico Moja

 

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Ecco Enrico Moja, Questore di Arezzo cacciato perchè non gradito alla famiglia Boschi – Ebbe l’ardire di non vietare una manifestazione dell’Associazione Vittime del Salva-Banche. Al suo posto un uomo di fiducia di Renzi… Ma Moja promette: “a luglio andrò in pensione e allora parlerò”

 

Enrico Moja, il questore di Arezzo mandato in esilio: “Maria Elena Boschi è riuscita a rimuovere me…”

 

Sembra che sia riuscita a rimuovere “almeno” “il questore di Arezzo…”, si legge nel messaggio su Whatsapp arrivato a Enrico Moja, 63 anni, il diretto interessato… . “Ci ho fatto una risata. Qualcuno ha interpretato il mio trasferimento in un certo modo. Ma io non ho mai avuto prove per dimostrarlo veramente”, dice il dirigente di polizia al Giornale. “Ho trascorso ad Arezzo un lungo e onorato periodo (dal 1 giugno 2013 al 1 settembre 2016, ndr) – spiega Moja – Come tutte le città di provincia, anche quella aveva le sue stranezze. Non dimentichiamo che era la città di Licio Gelli…”. Infatti Moja, è stato bruscamente rimosso e trasferito a Milano.

Perché? All’epoca si è scontrato con Laterina e con la sicurezza da garantire a Maria Elena Boschi e alla sua famiglia: “Avevo la responsabilità del dispositivo di tutela di tutta la famiglia e con l’allora ministro Boschi tenevo rapporti di carattere istituzionale. Credo di aver fatto con onore il mio lavoro, se poi a qualcuno non ero gradito per qualche ragione…”.

La ragione potrebbe essere questa: domenica 28 febbraio 2016 l’Associazione Vittime del Salva-Banche organizza una protesta davanti alla villa di Laterina di Pier Luigi Boschi, papà della sottosegretaria, al quale partecipano 300 persone. Forse la Boschi non ha gradito l’autorizzazione del corteo sotto casa sua da parte del questore Moja. Tant’è. Sei mesi dopo Moja è a Milano. Trasferito. Al suo posto Bruno Failla, uomo di fiducia di Renzi. Ma ora visto che il 1 luglio andrà in pensione, Moja promette vendetta: “Un motivo ci sarà se a Laterina hanno vinto i No al referendum. Ma queste cose le dirò solo dopo il 1 luglio…”.

 

Non solo Boschi. Nel libro di De Bortoli ce n’è anche per Renzi. E sono cose squallide!

 

De Bortoli

 

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Non solo Boschi. Nel libro di De Bortoli ce n’è anche per Renzi. E sono cose squallide!

 

Pubblichiamo uno stralcio del libro Poteri forti (o quasi). Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo (Editore La nave di Teseo, 19 euro) di Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera. Il capitolo è Renzi, ovvero la bulimia del potere personale. Si parla di una sceneggiata dell’ex premier e dell’imbarazzo della moglie Agnese.

Anche il Corriere ha sempre visto con una certa simpatia e con l’adesione di alcuni suoi commentatori e giornalisti l’ascesa di Renzi alla segreteria del partito, sia nelle primarie perse, nel novembre-dicembre 2012, sia in quelle poi vinte l’8 dicembre 2013. Se ne lamentarono i bersaniani. Renzi appariva l’espressione della modernità, il coraggio della rottura, seppure già allora con qualche uscita temeraria e un solipsistico complesso del potere personale.

Perché allora i rapporti si sono poi così irrimediabilmente deteriorati? Non escludo di aver avuto qualche colpa personale.
Avrei dovuto chiamarlo, chiedergli un incontro (cosa che feci in seguito, quando era già segretario del Pd, ma non fu mai possibile). Avendolo definito un «maleducato di talento», devo ammettere che un po’ maleducato con lui sono stato anch’io.
Un giorno arrivò in via Solferino, era il 22 novembre 2012, per essere intervistato dal Corriere.it. C’ erano le primarie che avrebbe perso al ballottaggio con Bersani. Io non sapevo che sarebbe arrivato. Mi avvisarono solo all’ultimo momento. E, nella preoccupazione di non far tardi al mio appuntamento, parlai con lui solo qualche minuto nel corridoio. Un po’ in fretta, lo riconosco. Avrei dovuto invitarlo nella mia stanza e trattarlo con maggior riguardo. Con Renzi c’era Maria Elena Boschi. Sono stato scortese anche con lei. (…)

L’episodio che mi lasciò di stucco accadde in occasione delle sue brevi vacanze siamo nell’agosto del 2014 in un albergo di Forte dei Marmi di proprietà di un suo amico. Il collega Marco Galluzzo, che lo seguiva con professionalità e rispetto, prese una stanza nello stesso albergo. Niente di male. L’albergo era aperto a tutti. Non riservato solo a lui. Il messaggio del presidente, particolarmente piccato, lamentava una violazione inaccettabile della sua privacy.

Aveva incontrato Galluzzo nella hall e il collega lo aveva salutato. Tutto qui. Io stavo al mare, in Liguria, non sapevo assolutamente nulla. Al telefono, Galluzzo mi spiegò di essere stato avvicinato dalla scorta del premier che gli aveva intimato di lasciare subito l’ albergo. Questo il suo racconto: «Mi avvicinai al tavolo del ristorante dove cenava, nella terrazza dell’ albergo, con la moglie e i figli. Mi fu possibile solo salutarlo e per un attimo stringergli la mano, poi cominciò a gridare, lasciando di stucco i tavoli degli altri ospiti, gruppi francesi, tedeschi e russi. E anche Agnese, che mi rivolse uno sguardo di comprensione, quasi di vergogna. Gridava talmente forte, inveendo contro il Corriere che invadeva la sua privacy, che la scorta accorse come se lui fosse in pericolo. Venni anche strattonato. Dovetti alzare la voce per dire al caposcorta di non permettersi. Lui reagì minacciandomi. Mi disse che tutta la mia giornata era stata monitorata, dal momento in cui avevo prenotato una camera nello stesso albergo, e che di me sapevano tutto, anche con sgradevoli riferimenti, millantati o meno conta poco, alla mia vita privata». Insomma, intollerabile. Se Berlusconi avesse fatto una cosa simile saremmo tutti insorti. 

Quella fu l’unica volta nella quale risposi a un sms di Renzi, dicendogli in sostanza che non volevamo assolutamente attentare alla privacy della sua famiglia era sempre in un luogo aperto al pubblico non era accettabile che il collega venisse minacciato dalla sua scorta. E con quella frase sibillina sul giornalista spiato, poi. Seguì sms di risposta. Più morbido. Per tagliar corto. Il 24 settembre 2014 uscì sul Corriere il mio editoriale dal titolo «Un nemico allo specchio» nel quale criticavo la gestione del potere renziano. (…) Renzi doveva guardare il suo nemico allo specchio: se stesso.

La sua bramosia di potere, il suo protagonismo esasperato che aveva ridotto alcuni ministri a deboli comparse. La sua tendenza a circondarsi di amici, più fedeli che leali. (…) Il passaggio del mio articolo che ha fatto più discutere è quello sull’odore stantio di massoneria. Preciso: non ho mai scritto e nemmeno pensato che Renzi sia un massone in una regione nella quale un po’ tutta la classe dirigente lo è. Mi chiedevo soltanto, parlando del patto del Nazareno che teoricamente avrebbe dovuto riscrivere le nuove norme della Costituzione ed eleggere il nuovo presidente della Repubblica, se le vicinanze tra esponenti dei due schieramenti, in terra toscana, fossero spiegabili anche con quell’appartenenza. Una domanda legittima. Una richiesta di trasparenza nel momento in cui si metteva mano addirittura alla Costituzione. Non c’è nulla di male nell’essere iscritti. Non nego i meriti storici della massoneria, anche se ho visto da vicino le sue deviazioni. (…) Ho esagerato, forse, ma nulla mi toglie dalla testa che nel dedalo di rapporti di quella che Ernesto Galli della Loggia sul Corriere ha chiamato «consorteria toscana», le appartenenze massoniche un ruolo lo abbiano giocato e continuino a giocarlo.

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Maria Elena Boschi ha sempre negato il conflitto di interessi. Ma ora si scopre che “Nel 2015 chiese a Unicredit di comprare Banca Etruria”

Maria Elena Boschi

 

 

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Maria Elena Boschi ha sempre negato il conflitto di interessi. Ma ora si scopre che “Nel 2015 chiese a Unicredit di comprare Banca Etruria”

 

 

Maria Elena Boschi, De Bortoli: “Nel 2015 l’ex ministra delle Riforme chiese a Unicredit di comprare Banca Etruria”

 

L’ex direttore del Corriere della Sera rivela il retroscena nel suo ultimo libro “Poteri forti (o quasi)”. M5s: “Sottosegretaria è una bugiarda, dovrebbe dimettersi”. Salvini: “Nell’affare banche c’è dentro fino al collo”. Mdp: “Riferisca in parlamento”. L’ex ministra smentisce: “Non ho mai avanzato una richiesta di questo genere. Sfido chiunque e ovunque a dimostrare il contrario”. E annuncia querele. Nessun commento per il momento da Ghizzoni e nemmeno da piazza Gae Aulenti

 

Maria Elena Boschi chiese a Unicredit di comprare Banca Etruria. Lo sostiene l’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, nel suo ultimo libro “Poteri forti (o quasi). Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo“, edito da La Nave di Teseo. “L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere”, scrive l’ex numero uno di via Solferino nel suo saggio.

Boschi ha sempre negato qualsiasi ruolo nella gestione del crac della banca in cui suo padre Pier Luigi era vice presidente. “Non sussiste conflitto d’interessi tanto è vero che non ho preso parte al Cdm che ha deciso questo provvedimento”, diceva riferendosi alla riforma sulle banche popolari varata dal governo di Matteo Renzi.“È un provvedimento che fa bene a tutte le banche e Banca Etruria aveva già deciso di diventare spa ad agosto dell’anno scorso quindi al di sopra di ogni sospetto”, aveva aggiunto nel febbraio del 2015.

La smentita di Boschi e il silenzio di Ghizzoni- È per questo motivo che le anticipazioni del libro di De Bortoli, pubblicate dall’Huffington Post, hanno immediatamente incendiato il dibattito politico con l’attuale sottosegretaria alla presidenza del consiglio che si è affrettata a smentire il giornalista. “La storia di Banca Etruria viene ciclicamente chiamata in ballo per alimentare polemiche. Vediamo di essere chiari: non ho mai chiesto all’ex ad di Unicredit, Ghizzoni, né ad altri, di acquistare Banca Etruria. Ho incontrato Ghizzoni come tante altre personalità del mondo economico e del lavoro ma non ho mai avanzato una richiesta di questo genere. Sfido chiunque  e ovunque a dimostrare il contrario”, scrive Boschi su facebook, mentre per il momento non si registra alcun commento né di Ghizzoni e nemmeno da Unicredit.

Nel suo post su facebook, tra l’altro, Boschi annuncia anche querele, “Siccome sono stupita per questa ennesima campagna di fango – aggiunte l’ex ministra – stavolta ho affidato la pratica ai legali per tutelare il mio nome e il mio onore. Chi è in difficoltà per le falsità di Palermo o per i rifiuti di Roma non può pensare che basti attaccare su Arezzo per risolvere i propri problemi”.

M5s e Lega: “Boschi si dimetta” – Il riferimento, ovviamente, è per il Movimento 5 Stelle.”Boschi chiamò l’amministratore delegato di Unicredit Ghizzoni chiedendogli di comprare Banca Etruria, la banca dove suo padre era vice-presidente. Lo vedete adesso il conflitto di interessi?”, scrivono su Facebook, in un post identico, i deputati Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio. “La Boschi dovrebbe dimettersi all’istante dopo aver chiesto scusa agli italiani. Diceva che non si era mai interessata alla banca di famiglia ma è solo una bugiarda. Se non si dimetterà – insistono i pentastellati – la costringeremo ancora una volta a venire in aula con una mozione di sfiducia. Il M5S non molla”. Sul caso interviene anche il blog di Beppe Grillo . “Boschi vada a casa o faremo di tutto per mandarcela noi. E valuteremo anche possibili azioni sul fronte giudiziario. La misura è colma, non ne possiamo più”, è l’incipit di un post firmato M5s e pubblicato sul blog.  Chiede le dimissioni di Boschi anche la Lega Nord. “Nell’affare banche c’è dentro fino al collo. La Lega non dimentica: che fine ha fatto la nostra richiesta di una commissione d’inchiesta su Bancopoli? Sepolta in un cassetto?”, dice il segretario Matteo Salvini.

Mdp: “Boschi venga in Parlamento” – I bersaniani di Mdp, invece, chiedono alla sottosegretaria di riferire in parlamento. “Indubbiamente la rivelazione di De Bortoli apre uno squarcio inquietante sui rapporti tra un ministro della Repubblica e l’ad di una grande banca per salvare Banca Etruria. All’epoca della mozione di sfiducia di un anno e mezzo fa parlai esplicitamente di un conflitto di interessi potenziale. Ora sembra che questa tesi trovi una sua conferma. Penso che la ministra Boschi debba spiegare subito in Parlamento di cosa si tratta. E il Pd debba prendere esplicitamente le distanze da questa commistione malata tra politica e affari”, dice il deputato Arturo Scotto.  “La cosa che mi colpisce di più continua ad essere il familismo e l’eccesso di concentrazione di potere in 20 km. De Bortoli è un professionista molto serio. Il ministro Boschi che ha avuto la fiducia del parlamento non credo possa cavarsela con una dichiarazione. Valuteremo con attenzione. Ciò che è certo è che occorre fare chiarezza in modo definitivo su questa vicenda senza lasciare zone d’ombra. Se non c’è chiarezza l’unica strada sono le dimissioni”, rilancia Roberto Speranza.

La difesa del Pd e l’esposto contro Grillo – Ai pentastellati replica il tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi. “Leggo che il pluripregiudicato Beppe Grillo annuncia di essere pronto a fare azioni legali contro esponenti del PD. Considerata la sua fedina penale e la sua lunga storia costellata da evasione e condoni fiscali, se Grillo facesse finalmente un’azione legale sarebbe una novità davvero interessante. Ma lo togliamo dall’imbarazzo. Domani alle 12,00 presenterò personalmente l’esposto denuncia contro il Movimento Cinque Stelle e Beppe Grillo”. scrive su facebook il tesoriere del Pd. Difendere Boschi anche Ettore Rosato. “È vergognoso e strumentale l’attacco M5s a Boschi teso unicamente a coprire i disastri di Roma o l’inchiesta sulle firme false a Palermo. Si occupino dei problemi della gente e non di fare gli aspiranti pm visto che non hanno né i criteri morali né le capacità giuridiche”, dice il capogruppo dem alla Camera. Identico il commento di Lorenzo Guerini, secondo il quale “il M5s strumentalizza un brano di un libro, su cui tra l’altro Maria Elena Boschi ha già espresso la volontà di citare in giudizio, per nascondere le clamorose difficoltà sui rifiuti che sommergono Roma e soprattutto l’imbarazzo delle registrazioni audio di Palermo”. “Credo che la Boschi abbia dato mandato ai suoi legali di tutelarla perché il fatto deve essere dimostrato. La politica è abituata a speculare senza accertare i fatti, è una cattivissima abitudine. I giudizi non si fanno sui giornali e con le dichiarazioni stampa. Non voglio entrare nei dettagli, non ho letto il libro di De Bortoli, immagino che sia stata una frase riferita, che De Bortoli non fosse presente”, dice invece il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio.

La sfiducia e la smentita (del 2015) di Ghizzoni – La questione Banca Etruria era costata alla Boschi una mozione di sfiducia respinta dall’aula di Montecitorio con 373 No e solo 129 Sì. “Io amo mio padre che è una persona perbene. Ma se ha sbagliato deve pagare, come tutti. Non c’è spazio per favoritismi. Se i fatti contestati fossero veri? Mi dimetterei”, aveva detto nel suo intervento in Parlamento l’allora ministra delle Riforme. Era il 18 dicembre del 2015:  lo stesso anno in cui – secondo De Bortoli – aveva chiesto l’intervento di Unicredit.  Secondo Bloomberg – citato dall’agenzia Ansa in un take del 10 dicembre del 2015, e quindi una settimana prima della mozione di sfiducia a Boschi  – l’ex ad Ghizzoni aveva dichiarato in un incontro con la stampa estera che Unicredit non era interessata ad acquistare Banca Marche, Etruria, Carife e CariChieti, cioè le banche salvate dal governo.

Banche e massoni – Il passaggio relativo all’interesse di Boschi per il destino di Banca Etruria compare a pagina 209 del libro di De Bortoli, al centro del capitolo dedicato a Matteo Renzi (intitolato “La bulimia del potere“), in cui il giornalista parla di massoneria. “Ho esagerato forse (il riferimento è per il suo ultimo editoriale in cui parla di “stantio odor di massoneria” ) ma nulla mi toglie dalla testa che nel dedalo di rapporti di quella che Ernesto Galli della Loggia sul Corriere ha chiamato ‘consorteria toscana’, le appartenenze massoniche un ruolo lo hanno giocato e continuino a giocarlo. Del resto, poche settimane dopo il mio articolo, Libero, diretto da Maurizio Belpietro, svelò le frequentazioni di Flavio Carboni e il suo interessamento per il vertici di Banca Etruria. Il vicepresidente della banca aretina, Pierluigi Boschi, padre di Maria Elena, aveva incontrato il faccendiere sardo in un paio di occasioni durante le quali gli avrebbe chiesto consigli su chi mettere alla direzione generale dell’istituto”.