“Noi non dimentichiamo gli insulti contro la Sicilia” – No, cari Siciliani, pare proprio che ve ne state dimenticando. Vi rinfreschiamo la memoria: 25 anni di insulti leghisti contro il Sud.

Sicilia

 

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“Noi non dimentichiamo gli insulti contro la Sicilia” – No, cari Siciliani, pare proprio che ve ne state dimenticando. Vi rinfreschiamo la memoria: 25 anni di insulti leghisti contro il Sud.

Premesso che la Lega non ha insultato solo il Sud. Anzi forse la prima vettima del carroccio è stato proprio il Nord. Un grande, prolungato insulto all’intelligenza. Una presa per i fondelli continua.

Ma 25 anni di Lega quale concreto vantaggio ha portato al Nord? Gli unici a trarne vantaggio sono stati i politici leghisti che non hanno mai disdegnato i faraonici stipendi provenienti da “Roma ladrona” né i vitalizi d’oro né tantomeno gli “arrotondamenti” più o meno legali (ma molto meno).

E vogliamo parlare della secessione? 25 anni di presa per il culo e poi? …scusate tanto, abbiamo scherzato (anzi lo hanno fatto senza manco chiedere scusa. Anzi senza proprio dire niente) fino all’ultima beffa del popolo “Padano”: via il “nord” dalla “lega”

Ormai lo sappiamo, obiettivo primario della “politica” è prendere per i fondelli la Gente. E su questo, tanto di cappello ai politici leghisti!

by Eles

25 anni di insulti leghisti contro il Mezzogiorno. Che il Sud non dimentica
Il Mezzogiorno non dimentica 25 anni di insulti leghisti. Ecco i peggiori.
Di Mauro Orrico – 11 MARZO 2017

Una delle ultime campagne elettorali di Matteo Salvini, quella delle elezioni regionali del 31 maggio 2015, è stata tra le più costose che la “casta” ricordi: oltre 8 mila agenti hanno scortato il leader leghista nelle sue tappe in giro per lo Stivale. Agenti – hanno accusato Pd e M5S – sottratti al controllo delle nostre città per difendere il capitano – così lo chiamano i suoi seguaci – dalle decine di contestazioni che lo hanno accolto, soprattutto al sud. La storia si ripete e, oggi come ieri, Napoli “caccia” il leader leghista. Contro la manifestazione che ha visto la partecipazione di Matteo Salvini alla Mostra d’Oltremare, hanno sfilato in centinaia. Al corteo anti leghista ha aderito anche il sindaco di Napoli Luigi De Magistris. In queste ore sono in corso scontri, lacrimogeni e tafferugli tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Mentre si consuma lo scontro a distanza tra il sindaco e il prefetto che ha autorizzato il comizio del leader del Carroccio, nonostante la contrarietà del primo cittadino. Alla base delle contestazioni non vi sono soltanto le posizioni di Salvini su migranti e sicurezza. Ma anni di insulti, allusioni, offese leghiste contro i meridionali.

Recentemente Matteo Salvini ha chiesto scusa per i suoi attacchi. Una svolta improvvisa che più di un cambiamento culturale ha il sapore di una metamorfosi di facciata, per espandere il consenso oltre i confini padani. La conversione leghista non trova però riscontri nell’attività parlamentare. Un anno fa, ilfattoquotidiano.it ha monitorato le proposte di legge del Carrocciodepositate in Parlamento dall’inizio di questa legislatura. Tra tutti i testi, sono pochissimi quelli rivolti al Sud. Tra questi, uno riguarda il tema immigrazione a Lampedusa e Linosa. E poco altro.

I peggiori epiteti leghisti contro il Mezzogiorno
Roma ladrona è ormai celeberrima, ma decisamente superata dagli scandali di ogni genere che in questi anni hanno macchiato i curricula padani. Noi abbiamo fatto una selezione dei peggiori insulti – tra i tanti – rivolti verso il Centro Sud, in 25 anni di storia leghista, da Salvini a Borghezio, da Comencini a Bossi.

2009. Festa di Pontida. Salvini intona questo coro:
“Senti che puzza scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”

In seguito ha precisato:
“Sono troppo distanti dalla nostra impostazione culturale, dallo stile di vita e dalla mentalità del Nord. Non abbiamo nessuna cosa in comune. Siamo lontani anni luce”.

2011. In merito al terremoto a L’Aquila, l’europarlamentare Mario Borghezio dichiara:
“Questa parte del Paese non cambia mai, l’Abruzzo è un peso morto per noi come tutto il Sud. Il comportamento di molte zone terremotate dell’Abruzzo è stato singolare, abbiamo assistito per mesi a lamentele e sceneggiate”.

Agosto 2012. Salvini su Facebook:
“Una sciura sicialiana grida e dice “vogliamo l’indipendenza, stiamo stanchi degli attacchi del Nord”. Evvaiiiiiiii”

Settembre 2012. Vito Comencini, segretario di sezione e vice coordinatore provinciale dei Giovani padani, su Radio Padania, dice:
«Carta igienica al Sud, che devono ancora capire a cosa serve».

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Novembre 2012. Donatella Galli, consigliera leghista della provincia di Monza e Brianza, invoca l’aiuto dei vulcani per pulire il sud:
“Forza Etna, Forza Vesuvio, Forza Marsili!!!”

2013. Al Congresso Giovani Padani, Matteo Salvini esclama:
“Ho letto sul Sole 24 Ore che, ancora una volta, verranno aiutati i giovani del Mezzogiorno. Ci siamo rotti i coglioni dei giovani del Mezzogiorno, che vadano a fanculo i giovani del Mezzogiorno! Al Sud non fanno un emerito cazzo dalla mattina alla sera. Al di là di tutto, sono bellissimi paesaggi al Sud, il problema è la gente che ci abita. Sono così, loro ce l’hanno proprio dentro il culto di non fare un cazzo dalla mattina alla sera, mentre noi siamo abituati a lavorare dalla mattina alla sera e ci tira un po’ il culo”.

Se oggi Salvini si dichiara acerrimo nemico dell’euro, poco tempo fa non la pensava nello stesso modo. E il Sud, a suo dire, l’euro non lo meritava.

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2014. Riguardo ad una possibile riforma della Scuola, il solito Salvini dichiara:
“Bloccare l’esodo degli insegnanti precari meridionali al Nord”.

Dicembre 2014. Il leader del Carroccio scrive su facebook:
“Chi scappa non merita di stare qui, lo considero un fannullone. E non è un caso che siano AFRICANI o MERIDIONALI ad andarsene, gente senza cultura del lavoro”.

Leonardo Muraro, presidente della provincia di Treviso:
“E’ proprio per questo che invito ad assumere trevigiani: i meridionali vengono qua come sanguisughe”.

E, ancora, un’altra storica “perla” salviniana:
“Carrozze metro solo per milanesi”.

25 anni di insulti, non solo contro il Centro Sud
Ma non solo i meridionali sono stati al centro di anni di insulti leghisti. Anche i migranti, gli omosessuali, i disabili e tutte le minoranze. Ecco alcuni dei più raccapriccianti.

“Nella vita penso si debba provare tutto tranne due cose: i culattoni e la droga”.
(Renzo Bossi, ex consigliere regionale della Lombardia)

“I disabili nella scuola? Ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici, più utile metterli su percorsi differenziati”.
(Pietro Fontanini, presidente della provincia di Udine)

“Meglio noi del centrodestra che andiamo con le donne, che quelli del centrosinistra che vanno con i culattoni”.
(Umberto Bossi, ex ministro delle Riforme per il Federalismo)

tratto da: http://www.facemagazine.it/25-anni-di-insulti-leghisti-che-il-sud-non-dimentica/

Si fa tanta ironia sulla Salerno-Reggio Calabria, ma si tace Pedemontana, l’autostrada più cara d’Italia e simbolo dei fiaschi della Lega. Un capriccio politico costato 5 miliardi ai contribuenti per il quale è stato chiesto il fallimento!

 

Pedemontana

 

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Si fa tanta ironia sulla Salerno-Reggio Calabria, ma si tace Pedemontana, l’autostrada più cara d’Italia e simbolo dei fiaschi della Lega. Un capriccio politico costato 5 miliardi ai contribuenti per il quale è stato chiesto il fallimento!

 

L’infrastruttura è un capriccio politico costato 5 miliardi ai contribuenti e ora ne è stato chiesto il fallimento. Nel tratto già aperto il traffico è metà del previsto. Mentre i finanziatori privati sono svaniti nel nulla

DI GIANFRANCESCO TURANO

28 luglio 2017

Le infrastrutture sono un sottogenere della commedia all’italiana. Si ride con l’amaro in bocca da nord a sud. Non si è ancora conclusa la saga ventennale della Salerno-Reggio Calabria che la scena si sposta verso le brume padane con un micidiale trittico di fallimenti: Brebemi, Teem e Pedemontana lombarda, l’autostrada pubblica più cara della storia d’Italia al costo, per ora, di 57,8 milioni di euro al chilometro in un territorio molto urbanizzato ma non particolarmente complesso sotto il profilo ingegneristico.

Per la Pedemontana la parola fallimento va intesa in ogni senso, incluso quello giuridico. La Procura di Milano ha chiesto all’azionista di maggioranza, la Regione, di staccare la spina su un’iniziativa che doveva vedere i privati in prima fila e che è arrivata a un conto da 5 miliardi di euro, tutti a carico del contribuente. Da lunedì 24 luglio, i pedemontani presenteranno le loro controdeduzioni e, s’intende, respingeranno ogni addebito a differenza del contribuente citato sopra che sarà tosato nel più puro stile Roma ladrona dalle addizionali del governatore leghista Roberto Maroni.

Dietro il processo c’è molto di più di una questione contabile. Da Varese alla bergamasca, da Como alla bassa Brianza, la Pedemontana attraversa il cuore e la pancia della Padania. Il varesino Maroni, avviato verso il referendum sull’autonomia del 22 ottobre, ha detto di volersi ricandidare in febbraio per potere inaugurare il tracciato completo nel 2021. Non è colpa sua se i soldi sono finiti, i finanziatori privati sono svaniti nel nulla e l’autostrada non ha aperto per Expo 2015. Non è colpa sua se la gente preferisce ingorgare le vecchie strade pur di non pagare.

In realtà, anche se le previsioni di traffico fossero state corrette, un investitore privato non si sarebbe mai infilato in un tunnel di costi infiniti. Per la Pedemontana si sono fatte le cose in grande. Non solo gallerie, ma anche trincee per fare scorrere il traffico al di sotto del livello della campagna in modo ecocompatibile, 22 mila espropri a prezzi di mercato e tante opere compensative a beneficio dei sindaci nei luoghi di interferenza del tracciato con i centri urbani.

Fin qui c’è poco da ridere, si dirà. Giusto. Allora incominciamo con lo spettacolo. La Pedemontana lombarda è la prima autostrada italiana che applica il sistema free-flow. Niente caselli. Basta il telepass, il conto targa o l’app. Sulle tangenziali di Varese e di Como non si sarebbe dovuto pagare pedaggio. Non è stato possibile mantenere l’impegno se non nell’anno semigiubilare dell’Expo. Con le elezioni in arrivo a febbraio dell’anno prossimo, Maroni si è impegnato a ripristinare i passaggi gratuiti sulle due tangenziali, non si capisce in base a quale piano di sostenibilità finanziaria.

La cosa certa, per il momento, è che chiunque prenda i 30 chilometri della Pedemontana paga la tariffa più alta del territorio nazionale: 21 centesimi di euro al chilometro per le automobili. La costosissima e desertificata Brebemi ne costa 18, la Teem (tangenziale esterna est Milano) ne chiede 19. Sulla Milano-Roma si paga un terzo (7 centesimi al chilometro).

Questo ha comportato un livello di traffico giornaliero pari a metà del previsto (31 mila veicoli invece di 62 mila). Circa il 25 per cento non paga. Le targhe svizzere guidano la lista degli evasori (2 milioni di veicoli complessivi). Ma niente paura. La Pedemontana ha concluso un accordo con il Touring club del Canton Ticino e, a beneficio di chi scansa la dogana di Ponte Chiasso e preferisce il valico di Gaggiolo, ha piazzato una serie di cartelli per suscitare negli elvetici il desiderio di mettersi in regola. Altrimenti? Altrimenti ci arrabbiamo, avrebbe detto il compianto Bud Spencer. La Pedemontana ha annunciato un’azione di recupero pedaggi con la spedizione di 2 milioni di lettere ai furbetti che hanno tradotto l’espressione free-flow con “scorro gratis”. Un quarto circa delle lettere è stato già inviato. Il che non significa che sia arrivato.

Lo scorso inverno poco dopo le ferie natalizie negli acquitrini intorno ad Albairate e a Rosate, paesi della cintura ovest milanese ancora verdi e ricchi di boschi, sono stati trovati 40 chilogrammi di solleciti che la Pedemontana aveva affidato alla società di spedizioni palermitana Smmart post. A 10 grammi a lettera fanno 4000 buste. La Pedemontana ha immediatamente rescisso il contratto con Smmart post e ha annunciato un’azione di risarcimento. Resta il fatto che il recupero crediti appare problematico. La concessionaria ha chiuso il 2016 con 24 milioni di incassi dal free-flow contro 16,4 milioni di costi di gestione, metà dei quali vengono dal costo dei 117 dipendenti (5 per chilometro aperto al traffico), più 10 milioni di oneri finanziari dovuti ai prestiti dei soci di minoranza Intesa e Ubi, per un risultato di bilancio negativo per 7,8 milioni (-22,6 milioni nel 2015).

Se Maroni manterrà la promessa di rendere gratuite le due tangenziali di Varese e Como, dove passano 17 mila veicoli al giorno, rimarranno solo i 14 mila dell’A36, che porta da Lomazzo a Cassano Magnago, il paese di Umberto Bossi. Questi dati sono la pietra tombale per ogni ipotesi di ingresso da parte di quei capitali privati che, nello schema di project financing iniziale, dovevano farsi carico dei due terzi dell’opera.

La Caporetto di Beniamino Gavio sulla Brebemi è un dissuasore potente ma va detto che nella Pedemontana non ci ha mai creduto nessun imprenditore, salvo le banche garantite dai 450 milioni di euro di fondo di garanzia regionale. L’aumento di capitale da 267 milioni di euro deciso nel 2013, all’inizio della legislatura di Maroni, è stato sottoscritto soltanto dalla Regione (32 milioni). Per i rimanenti 235 milioni di euro si è passati da una proroga all’altra, per un totale di sei.

L’ultimo closing ha come limite il 31 gennaio 2018, a ridosso delle regionali dove Maroni potrebbe affrontare il sindaco di Bergamo Giorgio Gori. Al di là degli usi elettorali della nuova autostrada, un tempo concepita proprio per unire l’aeroporto varesotto di Malpensa con quello bergamasco di Orio, la Pedemontana è una coproduzione dell’intero schieramento politico. Fra le poche eccezioni figurano i grillini e Giuliano Pisapia, che, da sindaco di Milano, nel 2014 ebbe il suo momento di rivolta in stile fantozziano («la Pedemontana lombarda è una cagata pazzesca») prima di essere crocifisso in sala mensa dai leghisti, dai formigoniani al crepuscolo e dal segretario regionale democrat, il varesino Alessandro Alfieri, che oggi si concede qualche pacata forma di antagonismo («la Pedemontana è il simbolo del fallimento di Maroni»).

Anche Antonio Di Pietro si è lasciato andare a qualche critica. Il fondatore dell’Idv è presente nella sceneggiatura del cinepanettone pedemontano con un doppio ruolo. Venti anni fa era ministro delle Infrastrutture, entusiasta alla presentazione del progetto a fianco del plenipotenziario formigoniano Raffaele Cattaneo. Più di recente è stato presidente di Pedemontana benché per un solo anno, dal 2016 al 2017 dopo l’ex Poste Massimo Sarmi. Dallo scorso giugno l’ex pm di Mani Pulite ha ceduto il volante definendo l’opera “faraonica” ma ormai inevitabile. Il suo posto è stato preso da un altro presidente che alla Procura di Milano si muove come a casa sua. È Federico Maurizio D’Andrea, ex ufficiale della Guardia di Finanza a fianco di Saverio Borrelli e Gherardo Colombo, riconvertitosi in manager (Telecom, Olivetti, Sogei, organo di vigilanza del Sole 24 ore) e proprietario di una piccola quota nella Banca Galileo, istituto di credito a diffusione locale finanziato da imprenditori mantovani e bergamaschi.

Di Pietro e D’Andrea sono uniti nel contestare la linea dei magistrati Paolo Filippini, Giovanni Polizzi e Roberto Pellicano (da luglio capo a Cremona), gli stessi che hanno in mano l’inchiesta Infront. Secondo il management della Pedemontana, la continuità aziendale della società concessionaria non si è mai interrotta. Bisogna solo trovare i 3 miliardi circa che servono a completare l’opera. L’eutanasia suggerita dalla Procura sarebbe ad alto rischio. Nelle valutazioni di Di Pietro, uno stop costerebbe 1 miliardo di euro in contenziosi. È un po’ quello che si sente dire periodicamente del ponte sullo Stretto.

Come per il ponte fra Sicilia e continente, anche la catastrofe pedemontana è bipartisan. A destra c’è stato un tempo in cui ci si disputava il merito di avere portato a casa l’opera fra la coppia forzista-ciellina Formigoni-Cattaneo e il binomio leghista formato dall’ex viceministro alle Infrastrutture, il lecchese Roberto Castelli, e dallo stesso Maroni.

Ma hanno tifato per l’infrastruttura Antonio Bargone, sottosegretario dalemiano nel 1999 con Nerio Nesi ministro, il bersaniano Filippo Penati e il suo successore berlusconiano Guido Podestà, quando la Provincia di Milano controllava la società prima di cedere alla Regione la Milano-Serravalle. Né bisogna scordare il ruolo giocato dal ministero delle Infrastrutture con Pietro Lunardi e Altero Matteoli. Il ministro in carica, Graziano Delrio, all’inizio di luglio ha perso la pazienza. «Lo Stato non può essere un bancomat», ha detto davanti ai sindaci della provincia di Monza e Brianza. «Se l’opera è stata pensata con dimensioni di traffico sbagliate, noi o i cittadini non possiamo metterci i soldi. Ne abbiamo già stanziati tanti: 1,2 miliardi più 800 milioni di defiscalizzazione. Cerchiamo di andare avanti con quello che c’è».

«È la Lombardia a essere stanca di fare da bancomat allo Stato» ha replicato l’assessore regionale ai trasporti Alessandro Sorte, lo stesso che voleva collegare l’aeroporto di Orio al Serio e il centro di Bergamo con una funivia. La verità è che la Pedemontana è una delle puntate dell’epopea del general contractor e riproduce, in piccolo ma non troppo, lo schema dell’alta velocità ferroviaria con un tocco di federalismo lumbard in più.

Per Delrio, nemico dichiarato del sistema del general contractor, è una nemesi gestire un’opera che non condivide nello schema e che ha all’origine il pasticcio chiamato Cal, l’ente concedente formato 50/50 da Anas e dalla Ilspa durante il regno di Antonio Rognoni, arrestato per gli appalti dell’Expo a marzo del 2014 e condannato in primo grado due anni dopo.

Nemico di arbitrati e transazioni, Delrio deve accettare che l’impresa appaltatrice del lotto 2, austriaca Strabag, abbia ottenuto una revisione prezzi da 61 milioni di euro grazie a un accordo bonario fra gli avvocati Paolo Clarizia, Luigi Strano e Domenico Aiello, il legale di fiducia di Maroni. Proprio il professionista calabrese è tornato alle cronache per la parcella da 188 mila euro ottenuta nel processo della Regione contro l’ex governatore Formigoni e per la lombosciatalgia che ha causato una serie di rinvii al processo milanese contro Maroni per le nomine negli organismi dell’Expo. Da questo verdetto dipende il futuro politico del governatore. Il futuro della Pedemontana, invece, sembra già segnato. Un’incompiuta in più.

fonte: http://m.espresso.repubblica.it/inchieste/2017/07/28/news/pedemontana-l-autostrada-voragine-simbolo-dei-fallimenti-della-lega-1.306680?ncid=fcbklnkithpmg00000001

Il consigliere leghista Fabio Tuiach: “Il femminicidio non esiste, è un’invenzione della sinistra” – Capito femmine? Ora con la complicità della sinistra vi siete inventate anche il “femminicidio” …Per favore, cercate di crepare senza dare fastidio al povero Tuiach

 

leghista

 

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Il consigliere leghista Fabio Tuiach: “Il femminicidio non esiste, è un’invenzione della sinistra” – Capito femmine? Ora con la complicità della sinistra vi siete inventate anche il “femminicidio” …Per favore, cercate di crepare senza dare fastidio al povero Tuiach

…Ma il problema non sono le cazzate che sparano Tuiach ed i suoi compari leghisti. Il problema è che c’è gente che invece di lanciargli noccioline e banane, li vota!

Non mancano precedenti a testimoniare l’assoluta carenza di neuroni nella testa del leghista Fabio Tuiach, dal “Maometto pedofilo” alla bufala dei migranti che frequentano a titolo gratuito le palestre triestine, al “mi piace” al fotomontaggio filo-nazista del centro sociale sovrastato dal motto nazista Arbeit Macht Frei.

Ma questo supera il limite. A testimonianza di quali siano i requisiti necessari per votare Lega.

Scrive Fanpage:

“Il femminicidio è un’invenzione della sinistra”: la frase choc del consigliere leghista

Il consigliere comunale leghista Fabio Tuiach sostiene che “il femminicidio è un’invenzione della sinistra” prima durante una commissione e poi su Facebook. Pd e Si chiedono le dimissioni del consigliere.

Una frase choc detta durante i lavori di una commissione e poi ripetuta attraverso Facebook: “Il femminicidio è un’invenzione della sinistra”, secondo quanto dichiarato da Fabio Tuiach, consigliere comunale della Lega Nord a Trieste. Tuiach commenta sul social network un post pubblicato sul sito Movimento Libertario e scrive: “Questa mattina in commissione mi è scappata una verità scomoda che ha fatto infuriare la sinistra che fa battaglie per garantire a due uomini innamorati di potersi comprare un bimbo con l’utero in affitto!”.

“I grillini – continua – si sono scatenati quando ho ricordato che il femminicidio è un’invenzione della sinistra ma questi dati lo confermano”, spiega con riferimento al pezzo pubblicato su questo sito in cui si sostiene che l’Italia è uno dei paesi con uno tra i più bassi tassi al mondo di omicidi di donne. “Intanto – scrive ancora il consigliere leghista – in Italia gli unici che continuano a creare problemi sono i nuovi arrivati islamici che hanno una cultura completamente diversa dalla nostra. Ci sono anche italiani a volte, come i due rom che hanno picchiato la mia amica Hellen quando ha difeso con coraggio una collega picchiata a sua volta da un altro rom. Di oggi la notizia che sono tranquilli ai domiciliari a rilassarsi”.

Fabio Tuiach, ex pugile, aveva già fatto parlare di sé in passato per frasi di cattivo gusto. Una volta aveva sostenuto che “Maometto era un pedofilo”: affermazione che gli era costata il posto da vicecapogruppo. In passato aveva anche proposto di chiamare ‘culimoni’ la sala matrimoni del comune dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili.

Pd e Si chiedono le dimissioni del consigliere leghista
Nicola Fratoianni, di Sinistra Italiana, chiede a Salvini di far dimettere il consigliere comunale di Trieste: “Si potrebbe definire un’uscita da osteria ma il femminicidio è un dramma talmente serio che l’unico sentimento è l’indignazione. Questo signore lo vada a dire ai familiari delle tante donne e ragazze uccise con una frequenza impressionante in questo Paese. Spero che ci ripensi e chieda scusa. Già che c’è faccia un gesto di dignità e si dimetta. E se non lo fa glielo imponga il suo capo Salvini”.

Stessa richiesta anche dalla senatrice del Pd Francesca Puglisi: “Le aberrazioni di Fabio Tuiach meritano una severa sanzione. Mi auguro che il segretario Salvini prenda provvedimenti. Dire che il femminicidio è un’invenzione della sinistra è troppo anche per la Lega. La violenza contro le donne ed i femminicidi sono una drammatica realtà tutti i giorni”.

 

Ricapitoliamo: Maroni, quello della Lega, quello che ha sperperato 23 milioni di euro di soldi pubblici per acquistare 24mila tablet (un affare, no?) per il voto elettronico su autonomia lombarda (una cazzata), TAGLIA L’ASSEGNO AI DISABILI GRAVISSIMI perchè non ha soldi…

 

Maroni

 

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Ricapitoliamo: Maroni, quello della Lega, quello che ha sperperato 23 milioni di euro di soldi pubblici per acquistare 24mila tablet (un affare, no?) per il voto elettronico su autonomia lombarda (una cazzata), TAGLIA L’ASSEGNO AI DISABILI GRAVISSIMI perchè non ha soldi…

Da Il Fatto Quotidiano:
Lombardia, Maroni taglia l’assegno ai disabili gravissimi: “Colpa del governo”. Le associazioni: “Famiglie al collasso”

Gli affetti da patologie gravi potevano contare su un assegno di cura regionale da mille euro mensili più un bonus assistenziale del comune che poteva raggiungere gli 800 euro. Dall’inizio dell’anno, però, la giunta lombarda ha tagliato la cumulabilità dei due contributi: “I criteri ministeriali – spiega il governatore – hanno allargato la platea dei beneficiari senza tuttavia aumentare le risorse”. Ma le associazioni non ci stanno

L’articolo continua QUI

Per rinfrescarVi la memoria, ecco chi è Maroni…

Da La Repubblica

LE SPESE DI MARONI

FATTI i conti, anche senza calcolatrice, 23 milioni di euro per 24mila tablet fanno circa mille euro per ogni apparecchio. Non esattamente un affarone, considerato che il governatore della Lombardia Roberto Maroni, a quel prezzo, sembrerebbe non aver ottenuto neppure lo sconto che generalmente il venditore accorda a chi acquista grandi quantità di merce. Anche peggio se si considera che quei 24mila tablet serviranno ai cittadini lombardi per esprimere il proprio voto in un referendum sostanzialmente inutile sull’autonomia della Lombardia. Inutile perché, contrariamente a ciò che la propaganda leghista ha già cominciato a sventolare, neppure un plebiscito di “sì” servirà a trattenere entro i confini della Regione una percentuale più alta delle tasse versate dai cittadini: nella campagna elettorale di cinque anni fa, Maroni aveva proclamato solennemente l’obiettivo di riportare sul territorio almeno il 75% delle tasse versate dai lombardi. Obiettivo riposto nel libro dei sogni da cui veniva all’indomani del successo elettorale del 2013.

Il referendum leghista serve — come recita testualmente il quesito — a chiedere che la Regione «intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia». Nulla più di questo. Autorizza cioè il governatore a intavolare una trattativa con Roma. Lo stesso risultato si sarebbe potuto ottenere, assai più facilmente e senza spese milionarie per le casse pubbliche, semplicemente seguendo le procedure introdotte con il “federalismo differenziato”, inserito in Costituzione nel 2011. Certo, si sarebbe dovuto redigere un progetto di autonomia rafforzata, lo si sarebbe dovuto costruire e motivare, discutere con gli enti locali e approvare in Consiglio regionale. Tutti atti che richiedono un piglio amministrativo che il governo della Lombardia, con tutta evidenza, non ha.

L’operazione referendum, dunque, si svela per quello che è. Un’operazione politica per segnare il terreno nel campo sismico del centrodestra, dove ancora non si capisce se esista e quale sia l’epicentro. E soprattutto un’operazione per rinfrescare, a pochi mesi dalle Regionali, l’immagine politica del governatore, appannata da quattro anni e mezzo di amministrazione grigia e punteggiata (non tanto quanto quella precedente di Formigoni, ma quasi) di scandali e inchieste giudiziarie. Per giunta, un’operazione a spese dei cittadini lombardi: ai 23 milioni di euro per l’acquisto dei tablet — che dopo il voto saranno ceduti in comodato d’uso alle scuole — si devono aggiungere i 3 milioni abbondanti messi in preventivo per la promozione del referendum (Milano e le altre città della Lombardia, da settimane, sono tappezzate dai manifesti che annunciano la data del referendum, il 22 ottobre) più ovviamente le spese per l’approntamento e la vigilanza dei seggi.

Per una volta però non sarà il Movimento Cinque Stelle a denunciare lo spreco di denaro pubblico: sono stati proprio i grillini, in Consiglio regionale, a condizionare il loro ok al referendum, necessario a Maroni per raggiungere la maggioranza qualificata, all’adozione del voto elettronico.

fonte: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/07/27/le-spese-di-maroni29.html

La lega deve restituire 48 milioni TRUFFATI allo Stato Italiano – Sì la lega. La lega di quelli che si pulivano il culo con il Tricolore e schifavano l’Italia e Roma Ladrona. Ma non sempre sempre… Quando si trattava di riempirsi le tasche, un po’ Italiani si sentivano…

 

lega

 

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La lega deve restituire 48 milioni TRUFFATI allo Stato Italiano – Sì la lega. La lega di quelli che si pulivano il culo con il Tricolore e schifavano l’Italia e Roma Ladrona. Ma non sempre sempre… Quando si trattava di riempirsi le tasche, un po’ Italiani si sentivano…

Da: Marpicoll
Lega: Procura Vuole Subito Confisca dei 48 Milioni

Problemi con la giustizia e casse vuote. La Lega sta per subire gli effetti della sentenza di luglio, e i PM non attendono.

Adesso però, i PM dichiarano di volere eseguire la sentenza immediatamente, senza attendere il riscontro della Corte di Cassazione, quindi del terzo grado di giudizio. Se non dovessero essere risarcite le istituzioni, la procura procederebbe con il blocco dei conti bancari del partito secessionista. A confermare la mossa è il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi.

La sentenza risale al 24 luglio e riguarda la condanna dell’ex segretario di partito Umberto Bossi e dell’ex tesoriere Francesco Belsito. Il reato confermato dai magistrati è truffa ai danni dello Stato. Per Bossi, gli anni di carcere confermati sono 2 e mezzo, mentre per Belsito si arriva fino a 4 anni e mezzo accompagnati dall’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. I giudici hanno confermato, nella loro sentenza, che se il partito deve risarcire i danni è perché  lo stesso ha chiaramente beneficiato della truffa.

I PM hanno chiarito che il reato di truffa ha avuto luogo dal 2008 al 2012, quando il denaro che Camera e Senato destinavano al partito per le sue attività istituzionali finiva invece direttamente nelle tasche del fondatore. Ma a quel punto era Belsito che trafficava con il maltolto, tra conti offshore a Cipro e Tanzania e investimenti in diamanti.

da: https://marpicoll.com/2017/08/29/lega-procura-vuole-subito-confisca-dei-48-milioni/

 

Dalla condanna di “rimborsopoli” di fine luglio, secondo la quale la Lega deve risarcire 48 milioni di euro a Camera e Senato, il rischio di bancarotta è sempre stato vicino.

Chiusa Radio Padania – 10 giornalisti, approdano alla Regione Lombardia senza concorso pubblico, con contratti di consulenza. Passione e fede leghista, ma lo stipendio lo fanno pagare a NOI

Radio Padania

 

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Chiusa Radio Padania – 10 giornalisti, approdano alla Regione Lombardia senza concorso pubblico, con contratti di consulenza. Passione e fede leghista, ma lo stipendio lo fanno pagare a NOI

 

Radio Padania spegne le frequenze. Ecco i giornalisti leghisti assunti in Regione Lombardia

 

Cambia pelle l’emittente della Lega Nord. Dopo vent’anni di trasmissioni Radio Padania Libera spegne le frequenze in Fm, lasciando l’etere per trasformarsi in web radio. I suoi programmi (dieci ore di diretta al giorno) continueranno solo via Internet e grazie alla frequenza digitale in Dab e tramite applicazione per smartphone e tablet.

Negli studi di via Bellerio ha iniziato nel 1999 la sua scalata anche il segretario Matteo Salvini prima di diventarne direttore. Quattro giornalisti e tre registi è quello che rimane della macchina mediatica voluta da Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli: Tele Padania, chiusa nel 2014, contava tre giornalisti e tre tecnici mentre il quotidiano “La Padania” al momento di fermare le rotative, un anno dopo, aveva una ventina di dipendenti tra giornalisti e tipografi.

Di questa truppa di giornalisti con il fazzoletto verde in dieci sono approdati alla Regione Lombardia grazie ad un contratto di consulenza o di collaborazione, senza insomma il concorso pubblico.

Passione e fede leghista, stipendio da pubblica amministrazione.

Il primo a passare da via Bellerio a Palazzo Lombardia è stato Roberto Fiorentini. Un passato da direttore di Tele Padania e prima ancora al quotidiano del Carroccio. Nel 2010 pochi mesi prima di diventare direttore di Lombardia Notizie, l’agenzia di informazione della Giunta regionale, è protagonista di un pasticcio brutto. Una troupe tv gira un servizio in un campo nomadi e viene presa a sassate. Fiorentini, in collegamento radiofonico commenta l’accaduto attribuendone la responsabilità a Gad Lerner, colpevole di «aver aizzato, in maniera anche violenta, alcune comunità rom contro la Lega».

Massimiliano Ferrari è stato fondatore della tv di partito e direttore responsabile del Tg Nord. Espulso nel 2006 si è riavvicinato al movimento con l’elezione del governatore Roberto Maroni. Ed ecco arrivare la consulenza da Eupolis, la controllata per le ricerche e la statistica. E poi la scorsa estate chiamato dall’assessore al reddito di cittadinanza e inclusione sociale Francesca Brianza per la «risoluzione delle problematiche relative alla comunicazione internazionale legata al ruolo pro tempore dell’assessore alla carica di Presidente della Regio Insubrica». Un incarico da 19.200 euro all’anno per una macro-regione che esiste solo sulla carta.

Il Buongiorno – Requiem per la Padania

Tra i nove giornalisti di Lombardia Notizie c’è anche Manuela Maffioli, a lungo portavoce di Ettore Adalberto Albertoni, ex membro del consiglio di amministrazione della Rai e membro laico del Consiglio superiore della Magistratura. Percorso inverso per l’ex redattore della Padania Fabrizio Carcano: due anni e mezzo all’agenzia di notizie regionale prima di trasferirsi a Roma e diventare portavoce del segretario della lega lombarda Paolo Grimoldi.

Un passato da giornalista di Tele Padania anche per Ilaria Tettamanti: entrata nella tv nel 2001 dove è rimasta per sette anni è ora approdata al gruppo consiliare della Lega per lo «studio ed analisi dei riflessi della fine del monopolio della comunicazione e realizzazione di documenti audiovisivi che sfruttano le potenzialità di internet».

Paolo Guido Bassi è l’attuale presidente del municipio 4 di Milano, uno delle mini-giunte della metropoli. Passione leghista fin dal 1991, è stato con Salvini nel movimento dei giovani padani. All’indomani dell’elezione di Roberto Maroni a presidente ecco premiata la sua fedeltà con un contratto da giornalista di cinque anni a Lombardia Notizie.

Stesso conflitto d’interesse di uomo politico con contratto da amministrazione pubblica di Igor Iezzi, un passato al quotidiano leghista prima della cassa integrazione. Vulcanico segretario milanese del Carroccio, consigliere comunale a Palazzo Marino e dall’estate 2015 piazzato nello staff dell’assessore allo sport, l’ex campione di canoa Antonio Rossi, con uno stipendio da circa duemila euro al mese.

Ecco come ha risposto alle critiche del Corriere della Sera: «Sono entrato nello staff dell’assessore Rossi e allora? Mi occuperò di comunicazione, settore per il quale mi sembra di avere un curriculum del tutto adeguato. Non c’è nessuno scandalo e nessun imbarazzo».

Un “cursus honorum” tutto incentrato tra i muri di via Bellerio quello di Stefano Bolognini. Prima di fede maronita oggi salviniano di ferro, dopo una parentesi alla Provincia di Milano come assessore alla sicurezza e sfumata l’elezione al parlamentino lombardo è entrato nello staff dell’assessore regionale Simona Bordonali.

Dal Pirellone è passato anche il fondatore dell’associazione Lombardia-Russia Gianluca Savoini. Leghista della prima ora e appassionato di geopolitica, sale sul carro del segretario dopo essere stato scaricato da Bobo Maroni di cui è stato portavoce. Ex collaboratore della Padania, ex capoufficio stampa del parlamentino lombardo, è il regista della svolta “putinista” di Salvini che lo ha piazzato come vicepresidente nel comitato regionale per le comunicazioni.

Nella selva di 105 incarichi a tempo determinato «a supporto degli organi di indirizzo politico» del Pirellone si trovano anche leghisti duri e puri come Leo Siegel, un passato nell’Msi, ex conduttore di Radio Padania, più volte eletto per la Lega alle amministrative oltre che mister della nazionale di calcio padana. Per due anni uno stipendio da 36 mila euro per attività «di promozione attraverso il coinvolgimento di famiglie, associazioni e scuole».

 

fonte: http://www.lastampa.it/2017/05/27/italia/politica/radio-padania-libera-spegne-le-frequenze-dopo-ventanni-e-va-sul-web-cWaBorsUyVPLU10KY7H9bJ/pagina.html

Scandaloso – Sanità, ecco come la Lega Nord riesce a far felice in un colpo solo mafia e CL, il tutto, ovviamente, sulla pelle della Gente!

 

Sanità

 

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Scandaloso – Sanità, ecco come la Lega Nord riesce a far felice in un colpo solo mafia e CL, il tutto, ovviamente, sulla pelle della Gente!

 

Regione Lombardia: sei malato? Non chiamare il medico, ora c’è il gestore

 

Il titolo, purtroppo, non è uno scherzo, ma è quello che sta avvenendo in Regione Lombardia.

Per ora riguarda una sola Regione ma, se dovesse realizzarsi, è probabile che in pochi anni troverà estimatori anche in molte altre parti d’Italia. E’ una vicenda (volutamente) complicata ma proverò a spiegarla nel modo più semplice possibile, convinto che ognuno abbia diritto di essere pienamente informato su quello che riguarda il presente e il futuro della sua salute.

Con due delibere, la n. 6164 del 3 gennaio e la n. 6551 del 4 maggio 2017, la giunta regionale lombarda, senza nemmeno una discussione in Consiglio regionale, sta modificando totalmente l’assistenza sanitaria in Lombardia e cancellando alcuni dei pilastri fondativi della legge di riforma sanitaria la n. 833 del ’78.

La non costituzionalità di tali delibere è stata sollevata attraverso un ricorso al Tar dall’Unione Medici Italiani ed un altro ricorso è in arrivo da Medicina Democratica. Gli Ordini dei medici di Milano e della Lombardia sono insorti: la giunta regionale si è limitata ad inserire qualche modifica di facciata proseguendo a vele spiegate verso una terza delibera attuativa attesa in questi giorni.

La vicenda riguarda, secondo le stime della Regione, circa 3.350.000 cittadini “pazienti cronici e fragili” che sono stati suddivisi in tre livelli a seconda della gravità della loro condizione clinica. Costoro riceveranno in autunno una lettera attraverso la quale la Regione li inviterà a scegliersi un gestore (la delibera usa proprio questo termine) al quale affidare, attraverso un “Patto di Cura”, un atto formale con validità giuridica, la gestione della propria salute. Il gestore potrà essere loro consigliato dal medico di base o scelto autonomamente da uno specifico elenco.

Il gestore, seguendo gli indirizzi dettati dalla Regione, predisporrà il Piano di Assistenza Individuale (Pai) prevedendo le visite, gli esami e gli interventi ritenuti da lui necessari; “il medico di medicina generale (Mmg) può eventualmente integrare il Pai, provvedendo a darne informativa al Gestore, ma non modificarlo essendo il Pai in capo al Gestore”.

La Regione ha individuato 65 malattie, per le quali ha stabilito un corrispettivo economico da attribuire al gestore a secondo della patologia presentata da ogni persona da lui gestita. Se il gestore riuscirà a spendere meno della cifra attribuitagli dalla Regione potrà mantenere per sé una quota dell’avanzo, eventualmente da condividere con il Mmg che ha creato il contatto. Il gestore non deve per forza essere un medico, può essere un ente anche privato e deve avere una precisa conformazione giuridica e societaria e può gestire fino a… 200.000 persone.

E’ facile immaginare che nelle scelte dei gestori conterà maggiormente il possibile guadagno piuttosto che la piena tutela della salute del paziente, il quale potrà cambiare gestore ma solo dopo un anno. Scomparirà ogni personalizzazione del percorso terapeutico e ogni rapporto personale tipico della relazione con il medico curante. Per una società che gestirà 100/200.000 Pai (Piani di Assistenza) ogni cittadino è un numero asettico potenziale produttore di guadagno.

Il Mmg viene quindi privato di qualunque ruolo, sostituito da un manager e da una società; ed è questa una delle ragioni che ha fatto scendere sul piede di guerra i camici bianchi. Se avesse potuto la Lombardia avrebbe cancellato la figura dei Mmg, ma per ora una Regione non può modificare i pilastri di una legge nazionale come la legge 833. Ma all’orizzonte c’è il referendum sull’autonomia regionale voluto dal presidente leghista, un referendum consultivo ma che verrà fortemente enfatizzato. Ci sentiremo dire che l’autonomia da Roma permetterà di rendere pienamente operativa questa “eccellente riforma regionale”. Di bufale sulla sanità ne abbiamo già sentite molte, da Renzi alla Lorenzin e questa non sarà l’ultima.

Una “legge eccezionale”, sosterrà la Regione, perché eviterà che cittadini malati, in maggioranza anziani, debbano impazzire con le ricette, le telefonate interminabili ai centralini regionali per fissare le visite, le code agli sportelli, le liste di attesa ecc. ecc.

La Regione Lombardia non dirà che tutti questi disagi sono stati costruiti ad arte, prima da Roberto Formigoni e poi da Roberto Maroni, per spingere i cittadini verso la sanità privata che li aspetta con gioia per lucrare ulteriormente sulla loro pelle. Se il Tar non cancellerà queste delibere e se le organizzazione della società civile non si ribelleranno è forte il rischio che molti nostri concittadini accetteranno quasi con riconoscenza il piano della Regione; salvo poi accorgersi che ad essere trascurata sarà proprio la loro salute. Ma allora sarà troppo tardi.

Scritto in collaborazione con Albarosa Rai

 

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/15/regione-lombardia-sei-malato-non-chiamare-il-medico-ora-ce-il-gestore/3586471/

Com’era la storia delle firme false del M5S? E che Raggi si doveva dimettere? Giusto per rinfrescarVi la memoria: Firme false, a Verona 71 condannati Pd, Fi, Lega a Ncd. Ma NESSUNO si è dimesso!!

 

firme false

 

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Com’era la storia delle firme false del M5S? E che Raggi si doveva dimettere? Giusto per rinfrescarVi la memoria: Firme false, a Verona 71 condannati Pd, Fi, Lega a Ncd. Ma NESSUNO si è dimesso!!

 

Da Il Fatto Quotidiano:

Firme false, a Verona 71 condannati Pd, Fi, Lega a Ncd. Ma nessuno si dimette

Mentre la polemica politica si infiamma sul caso Palermo, nel silenzio generale decine di amministratori da destra a sinistra patteggiano per lo stesso reato, in relazione alle elezioni del 2014. Fra questi, tre sindaci e decine di consiglieri comunali. Nessuno, però, ne chiede la testa e le pene sono inferiori ai limiti della Severino. L’indagine nata d un esposto M5s

Migliaia di firme sospette o falsificate a sostegno delle liste elettorali raccolte senza la ratifica di un pubblico ufficiale. C’è un altro caso firme in Veneto, passato sotto silenzio mentre imperversa lo scandalo delle firme false del M5s a Palermo, che ha coinvolto in modo trasversale più partiti, dal Pd alla Lega, da Ncd a Forza Italia alle liste civiche. La vicenda riguarda le amministrative del 2014 nel veronese e un’inchiesta della Procura di Verona, nata in seguito a un esposto del M5s, ha portato 71 imputati a patteggiare pene fino a 5 mesi per aver raccolto firme in modo irregolare e, in alcuni casi, per aver falsificato gli elenchi dei sottoscrittori. Tra gli imputati che il 15 novembre scorso hanno chiesto l’applicazione della pena figurano decine di consiglieri comunali, ex assessori provinciali, i sindaci del Pd di Pescantina e San Bonifacio, in provincia di Verona, e il sindaco Ncd di Pressana. E sono rimasti tutti al loro posto.

Nel caso di San Bonifacio, il sindaco dem Giampaolo Provoli ha patteggiato una pena di 5 mesi e 19 giorni insieme – tra gli altri – ad Alberto Bozza, ex assessore provinciale di Forza Italia e ora assessore allo Sport del Comune di Verona (5 mesi e 29 giorni), Luigi Frigotto, ex assessore provinciale all’Agricoltura in quota Lega (6 mesi), Alice Leso, ex consigliere provinciale del Pd, e il sindaco di Pressana, ex segretario provinciale dell’Udc, Stefano Marzotto (5 mesi e 20 giorni). Stessa situazione anche a Pescantina, in Valpolicella, dove il primo cittadino del Pd, Luigi Cadura, ha patteggiato 5 mesi e 12 giorni insieme – tra gli altri – al membro del Cda di Autobrennero, ex sindaco leghista di Affi ed ex assessore provinciale alla Viabilità, Carla De Beni (5 mesi e 20 giorni), oltre agli ex consiglieri provinciali Franca Maria Rizzi del Pd e Francesca Zivelonghi di Forza Italia. La vicenda riguarda anche i comuni di Legnago, Affi e Bussolengo, sempre in provincia di Verona, e coinvolge sia i pubblici ufficiali incaricati di verificare e garantire la regolarità delle sottoscrizioni, sia coloro che hanno materialmente raccolto le firme a sostegno delle liste.

Nel caso di San Bonifacio e Pescantina tra l’altro risultano imputati anche i candidati sindaci usciti sconfitti, tanto che lo scorso 18 novembre i deputati del M5s Francesca Businarolo e Mattia Fantinati hanno scritto al prefetto di Verona, Salvatore Mulas, chiedendo che venissero invalidate le elezioni amministrative nei due comuni in quanto “non tutte le liste avevano le firme sufficienti per essere presentate”. Ma la legge Severino prevede l’ipotesi decadenza solo in caso di condanna superiore a sei mesi. In questo caso, le pene applicate sono tutte inferiori. E gli amministratori restano tutti tranquillamente in carica.

“Prima il Nord”? No, “Prima Minzolini” …perchè la coerenza è un lusso che proprio non si possono permettere!

 

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“Prima il Nord”? No, “Prima Minzolini” …perchè la coerenza è un lusso che proprio non si possono permettere!

 

Il nuovo slogan della Lega: Prima i Minzolini

Sono lontani i tempi della Lega ‘Roma Ladrona’, ormai anche il partitino guidato da Matteo Salvini si è fatto Casta e nella Roma dei Palazzi ci sguazza. Insieme a PD, Forza Italia, Ncd e tanti altri, anche la Lega ha salvato la poltrona al senatore forzista Augusto Minzolini, condannato in via definitiva per peculato. Con il loro voto i senatori leghisti hanno fatto carta straccia della Legge Severino, che per i politici condannati prevede in automatico la decadenza, e aperto una corsia preferenziale per un possibile ritorno in Parlamento di Silvio Berlusconi.

Con che faccia Matteo Salvini possa continuare a girare il Paese atteggiandosi a forza di opposizione, quando i suoi uomini in Parlamento a braccetto con il Pd salvano un condannato, non è dato sapere. E’ chiaro però cosa avesse in mente Salvini: le elezioni si avvicinano e in vista di una possibile Federazione con Berlusconi, ha voluto mandargli un chiaro messaggio di non belligeranza. Alla faccia dei tanti cittadini onesti, che ancora una volta hanno dovuto constatare che la legge non è mai uguale per tutti. Salvini ha detto che la possibile Federazione del centrodestra potrebbe chiamarsi ‘Prima gli italiani’. Fa ridere: meglio chiamarla ‘Prima Minzolini’, almeno ci risparmiano l’ipocrisia.

tratto da:

https://www.facebook.com/movimentocinquestelle/photos/a.10151086635140813.476807.174457180812/10154852481885813/?type=3&theater

 

 

Una storia tutta Leghista: firma petizione per non avere i profughi in paese. Però si mette in tasca 4mila euro per fargli il corso di formazione! Quando si dice la coerenza!

Leghista

 

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Una storia tutta Leghista: firma petizione per non avere i profughi in paese. Però si mette in tasca 4mila euro per fargli il corso di formazione! Quando si dice la coerenza!

Profughi, leghista firma petizione per non averli in paese. Poi percepisce 4mila euro per fargli il corso di formazione a Udine

Elia Miani è assessore a Cividale (UD) ed ex numero due del Carroccio in Friuli Venezia Giulia. Sei mesi fa sottoscriveva un’iniziativa per respingere i richiedenti asilo in una ex caserma del suo Comune. Da imprenditore edile però va in quella di Udine a insegnare il mestiere ai pakistani al costo di 25 euro l’ora più Iva pagati dalla Regione. “Ho cambiato idea, mica vero che son tutti delinquenti. Poi ho la benedizione del segretario”