I risultati dei mille giorni di Renzi cominciano a farsi sentire: stangata su disabili e poveri per coprire i bonus e le mance dell’ebetino…!

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I risultati dei mille giorni di Renzi cominciano a farsi sentire: stangata su disabili e poveri per coprire i bonus e le mance dell’ebetino…!

 

Stangata su disabili e poveri per coprire i bonus e le mance

Il sistema – I tagli del triennio renziano costringono le Regioni a sforbiciare i fondi sociali. Gli 80 euro pagati dai meno abbienti.

Con una mano dare, con l’altra togliere, e quando scoppia il casino fare finta di indignarsi. Sono giorni in cui il governo dà il meglio di sé su una delle tante eredità lasciate da Matteo Renzi: l’enorme mole di tagli imposti alle Regioni per finanziare le diverse misure varate nei tre anni di governo del fiorentino, che ora presentano il conto. Questa storia è incredibile per l’irresponsabilità mostrata dai suoi protagonisti.

Nei giorni scorsi si è scoperto che per effetto di un’intesa nella Conferenza Stato-Regioni è stato deciso un maxi-taglio ai fondi sociali che vengono trasferiti dal primo alle seconde. Tra questi: 50 milioni al fondo per la non autosufficienza (disabili, malati gravi e familiari che li assistono), che torna ai 450 stanziati a ottobre e 211 milioni a quello per le politiche speciali, che passa così da 311 a 99 milioni (-67%). Soldi che servono a finanziare, fra le altre cose, asili nido, misure di sostegno alle famiglie più povere, assistenza domiciliare e centri anti-violenza. Diverse associazioni si sono infuriate. Appresa la notizia – fornitagli da un’interrogazione della deputata Pd Donata Lenzi – il sottosegretario alle Politiche sociali Luigi Bobba (Pd) è cascato dal pero: “Il fatto è di una gravità inaudita. Il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali non ha partecipato al confronto e questa assenza costituisce un’aggravante perché conferma come le scelte per la salute siano totalmente subordinate a fattori economici”. I fattori economici sono i tagli imposti dal governo di cui Bobba ha fatto parte, e distribuiti in accordo con quello in cui siede attualmente.

Nei suoi tre anni l’esecutivo Renzi ha imposto tagli sanguinosi alle Regioni per finanziare le diverse manovre e contenere il deficit. Un esempio su tutti: la misura più sbandierata, il “bonus Irpef”, i famosi 80 euro in busta paga è arrivata ad aprile 2014 con un decreto che per coprire i costi (10 miliardi l’anno) ha imposto un taglio alle Regioni di circa 12 miliardi nel 2014-2020. Parliamo della “più grande opera di redistribuzione salariale mai fatta in Italia” (Renzi). Funziona così: il governo vara la misura, la copre in parte con i tagli a Comuni e Regioni e, per queste ultime, gli lascia la scelta formale di dove tagliare.

Il 9 febbraio la Conferenza Stato-Regioni si è trovata così a dover ripartire i tagli del 2017 non ancora coperti: 2,7 miliardi. La proposta la fa il governo e poi parte la trattativa con le Regioni: se salta tutto, vengono tagliati tutti insieme. Il 23 febbraio si arriva all’accordo. Il Documento finale – firmato dal ministro agli Affari regionali Enrico Costa – elenca la provenienza dei tagli: ben 2,2 miliardi vengono proprio dal decreto sul Bonus Irpef del 2014. La stangata è pesante: 1,7 miliardi vengono sottratti al fondo enti territoriali dove le Regioni hanno versato i risparmi di spesa; altri 100 ai contributi per gli investimenti. Poi c’è la scure sul sociale: -485 milioni. Il fondo per l’erogazione gratuita dei libri scolastici alle famiglie bisognose perde 70 milioni (su 103), quello inquilini morosi incolpevoli altri 50, stessa cifra per i contributi all’edilizia scolastica mentre quella sanitaria perde 100 milioni (-50%). “Che esponenti del governo si meraviglino è allucinante – spiega Massimo Garavaglia, assessore in Lombardia e coordinatore per gli affari finanziari della Conferenza delle Regioni – Il documento è frutto di un lavoro fatto prima con il sottosegretario a Palazzo Chigi, Claudio De Vincenti poi con il suo successore, Maria Elena Boschi e infine siglato con il ministro Costa: la proposta è del governo, noi abbiamo solo limitato i danni”. I tagli, infatti, sono superiori ai trasferimenti e i governatori si sono dovuti impegnare a versare allo Stato gli avanzi di bilancio. Senza intesa, si perdevano tutti i fondi. “Solo le manovre 2014, 2015, 2016 hanno tagliato alle Regioni ordinarie 8,1 miliardi nel 2017 – continua Garavaglia –. Nel quadriennio 2016-2019 si arriva a 50”. Tra questi, quelli alla Sanità: 2 miliardi nel 2016, altri 1,5 nel 2017, a cui si sono aggiunti i 422 milioni che le Regioni speciali si sono rifiutate di subire. Quando a novembre 2015 i governatori si ribellarono all’ennesimo taglio, Renzi li convocò spiegando ironico: “Adesso ci divertiamo”. Passata la buriana, queste scelte presentano il conto, come i 3 miliardi tolti alle Province. Con l’intesa del governo, i fondi sociali che lo Stato gira alle Regioni vengono così tagliati del 40%. Tagli che colpiscono le fasce più deboli, le stesse che non hanno beneficiato degli 80 euro (non vanno agli incapienti), dell’abolizione dell’Imu prima casa o del taglio dell’Ires.

Il governo è tardivamente corso ai ripari. Oggi sarà approvata in Senato la legge delega per il contrasto alla povertà, che contiene il “Reddito di inclusione”: 400 euro mensili alle famiglie in estrema difficoltà con almeno un minore a carico.

Da Il Fatto Quotidiano del 09/03/2017.

GRANDE J-AX: Salvini dice che i Rom rubano? Ma quanti campi Rom ci vogliono per rubare 40 milioni di Euro come ha fatto la Lega di Belsito e Bossi?

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GRANDE J-AX: Salvini dice che i Rom rubano? Ma quanti campi Rom ci vogliono per rubare 40 milioni di Euro come ha fatto la Lega di Belsito e Bossi?

 

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Matteo Renzi si vanta di aver tagliato spesa pubblica di 25 miliardi. Ma un’economista del suo stesso staff lo sputtana: il taglio reale non supera 400 milioni. Ecco quello che i Tg non Vi dicono!

 

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Matteo Renzi si vanta di aver tagliato spesa pubblica di 25 miliardi. Ma un’economista del suo stesso staff lo sputtana: il taglio reale non supera 400 milioni. Ecco quello che i Tg non Vi dicono!

 

Matteo Renzi sostiene di avere utilizzato al massimo possibile le forbici della spending review, e di non avere più spazi a disposizione, perché nel solo 2016 avrebbe già tagliato la spesa pubblica di ben 25 miliardi. Come sempre il premier legge a modo suo cifre che spesso la realtà gli ributta in faccia, e lo fa sia per ragioni propagandistiche (Renzi è perennemente in campagna elettorale) che per la necessità di utilizzare la presunta buona pratica di fronte a quei cagnacci della commissione europea che non vogliono concedergli la flessibilità di finanza pubblica che ha chiesto. Di solito pochi fanno il controcanto alle sparate del premier italiano. La sorpresa è arrivata ieri da il Foglio. Perché a fare un puntuto contraddittorio a Renzi è stata una economista che è anche un’amica di famiglia, comeVeronica De Romanis. Una economista di primissimo piano che è anche la consorte di Lorenzo Bini Smaghi, il banchiere che spesso viene annoverato in cima alla lista dei potenti renziani. La De Romanis ha smentito il premier, ricordando come il taglio di spesa non sia affatto di 25 miliardi di euro, ma addirittura inferiore ai 400 milioni. Per farlo ha utilizzato un documento dello stesso governo Renzi sulla legge di stabilità 2016, scritto dalla Ragioneria generale dello Stato. Ecco quanto scrive la De Romanis: «I risparmi per 25 miliardi di euro realizzati nel 2016 – grazie a iniziative intraprese tra il 2014 e il 2015 e alla legge di Stabilità 2016 – hanno consentito di finanziare alcune delle misure a sostegno della crescita e dell’ occupazione».

I dettagli di queste misure non sono illustrati nella Nota, tuttavia una cosa è chiara: i tagli effettivi non possono essere 25 miliardi di euro dal momento che sono stati utilizzati per coprire incrementi di “altra” spesa pubblica. Per sapere a quanto ammontano i tagli “netti” per il 2016, anche in questo caso, bisogna andare sul sito del Mef. Nella tabella a pagina 4 del documento redatto dalla Ragioneria generale dello stato («La Manovra di Finanza Pubblica per il 2016-2018»), si evince che, per l’anno 2016, la cifra totale della «variazione netta delle spese» è pari a 360 milioni di euro, di cui 41 di spesa corrente e 319 di spesa in conto capitale». Da cosa deriva quella incredibile differenza? Da un particolare che Renzi omette nei suoi comizi: la spesa non è stata tagliata, ma semplicemente spostata da un capitolo all’ altro. La De Romanis è perfino tenera nel sottolinearlo, parlando di «qualificazione della spesa», ossia di un migliore utilizzo delle risorse pubbliche.

Che però escono dalle casse dello Stato, finanziate dalle entrate, esattamente come avveniva prima. «Quello che emerge dai dati è che il governo», scrive la De Romanis, «più che tagliare la spesa pubblica, l’ha spostata da un capitolo a un altro: una linea destinata a proseguire con l’implementazione della riforma della pubblica amministrazione. Del resto, che questo sarebbe stato l’approccio seguito lo aveva precisato lo stesso ministro della Funzione pubblica al momento della presentazione del ddl delega: «Non so quanti risparmi porterà la riforma della Pubblica Amministrazione e sono contenta di non saperlo perché l’ impostazione non è di spending review: non siamo partiti dai risparmi».

Insomma, tagliare non sembra essere una priorità. Ma tagliare la spesa è l’unica via per crescere, spiega l’economista: l’opposto da quanto sostenuto dal premier italiano. Lei cita «i paesi che nell’ultimo quinquennio hanno tagliato la spesa pubblica come l’Inghilterra (dal 48,8 al 43 per cento), la Spagna (dal 46 al 43,3 per cento) o l’Irlanda (dal 47,2 al 35,9 per cento) crescono, rispettivamente, del 2,3 per cento, del 3,2 per cento e del 6,9 per cento. L’Italia, che nello stesso periodo ha incrementato la spesa pubblica dal 49,9 al 50,7 per cento, è ferma allo 0,8 per cento». Un de profundis per le politiche economiche dell’esecutivo. Che fa ancora più male perché nasce in casa. Ma che non è diverso dall’analisi di altri osservatori tecnici.

spesa pubblica

fonte: http://www.grandecocomero.com/questa-donna-smaschera-le-balle-di-matteo-renzi-ecco-cosa-ha-avuto-il-coraggio-di-raccontare/

 

Matteo Renzi si vanta di aver tagliato spesa pubblica di 25 miliardi. Ma un’economista del suo stesso staff lo sputtana: il taglio reale non supera 400 milioni. Ecco quello che i Tg non Vi dicono!

 

 

L’Editto Barbarico – Ecco a cosa serve la nomina a direttore di rete di Daria Bignardi, a fare fuori Milena Gabanelli, Riccardo Iacona, Massimo Giannini e tutti quelli che rompono i coglioni al Governo Renzi dando ancora un pizzico di informazione!!

 

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Daria Bignardi

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L’Editto Barbarico – Ecco a cosa serve la nomina a direttore di rete di Daria Bignardi, a fare fuori Milena Gabanelli, Riccardo Iacona, Massimo Giannini e tutti quelli che rompono i coglioni al Governo Renzi dando ancora un pizzico di informazione!!

Tiriamo un sospiro di sollievo.

In tanti ci si era domandati il perché  Daria Bignardifosse stata parcheggiata sulla poltrona di direttore di rete a Raitre, lei, l’ideatrice, autrice e conduttrice delle indimenticabili Invasioni Barbariche, programma chiuso da Urbano Cairo per gli ascolti non certo esaltanti.

Bene, uno straccio di risposta ora c’è: rottamare necesse est.

A cominciare da trasmissioni ingombranti e da conduttori-giornalisti difficili da gestire, spina nel fianco del governo e della casta. Presa Diretta di Riccardo Iacona eReport di Milena Gabanelli: incontrollabili.

Nessuna speranza per Massimo Giannini, conduttore di Ballarò, che ha osato criticare il governo: a casa, così vuole il premier Renzi, refrattario alle critiche, al suo posto si fa il nome di Gianni Riotta, decisamente più accomodante.

Raitre stravolta, non più la rete contro, di denuncia, ma quella che fa sorridere, che rassicura, basta cazzotti nello stomaco, meglio puntare sull’intrattenimento, al massimo sulla satira.

In tutto questo scenario chi se la ride è Fabio Fazio, indicato come il vero direttore ombra della rete.

Che abbiano un filo di ragion e coloro che sostengono che se Berlusconi avesse osato tanto, mezza Italia sarebbe in piazza?

 

Daria Bignardi

Quello che nessuno vi dice – le Pensioni baby: ci costano 9 miliardi l’anno !!! – …E nessuno muove un dito !!

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L’1% DELLA POPOLAZIONE COSTA 9 MLD L’ANNO. Oltre mezzo milione di persone sono quelle che godono delle cosiddette pensioni baby.

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È un po’ come la canzone dell’estate. Ogni anno in agosto, e a maggior ragione adesso con il governo che deve trovare almeno 20 miliardi per la manovra di autunno, si ritorna a parlare di pensioni baby.
Prima arrivano dall’esecutivo rumors su possibili tagli.
Poi, nonostante tutti plaudano a ipotesi simili, la cosa finisce nel dimenticatoio. E nulla cambia per un esercito molto più eterogeneo di quanto si possa pensare.
Gente che, in estrema sintesi, ha ricevuto un trattamento pensionistico più lungo di 16 anni rispetto agli altri italiani, ma nel contempo ha lavorato 16 anni di meno e versato contributi inferiori alla media. Il tutto a spese di Pantalone.
L’1% DELLA POPOLAZIONE COSTA 9 MLD L’ANNO. In Italia sono oltre mezzo milione di persone (531 mila stando a una rilevazione di Inps-Inpdap) quelle che godono delle cosiddette pensioni baby. Gli istituti previdenziali hanno calcolato che ogni anno questi trattamenti di quiescenza costano oltre 9 miliardi di euro allo Stato, mezzo punto di Pil. Assegni che non sono stati finanziati dai contributi versati da gente, che – nei casi migliori – ha lasciato il lavoro a poco più di 40 anni.
Confartigianato ha calcolato che, tra questi, 17 mila hanno smesso di lavorare a 35 anni di età, mentre altri 78 mila sono andati in pensione tra i 35 e 39 anni. Soprattutto la legge ha garantito un diritto acquisito che nessun governo potrà mai scalfire.
IL REGALO DI RUMOR NEGLI ANNI DELL’AUSTERITY. Nel dicembre del 1973 il governo Rumor instaurò due controverse pratiche, che la storia repubblicana si porta appresso fino ai giorni nostri: inaugurò i decreti omnibus di fine anno (allora si chiamavano sempre decreto del presidente della Repubblica) e garantì migliori condizioni di quiescenza di favore per una categoria a discapito delle altre. Nacquero con precisione il 29 dicembre 1973 le pensioni baby. Il governo del leader veneto stabilì che, nel pubblico impiego, potessero lasciare il lavoro le donne che avevano lavorato per 14 anni, sei mesi e un giorno, ma soltanto se sposate e con figli. Per gli altri l’esecutivo si mostrò più ‘duro’: 20 anni di lavoro per gli statali, 25 per i dipendenti degli enti locali. A quanto pare la misura fu ispirata dai sindacati, ma rientrava – dopo il golpe cileno – in una stagione che mise le basi al compromesso storico. Senza dimenticare che di lì a poco ci sarebbe stata una tornata amministrativa che la Dc di Rumor vinse a mani basse. Non a caso la norma fu votata da tutti, maggioranza e opposizione. E quasi nessuno protestò: anche perché la politica aveva ben altre emergenze da affrontare come l’austerity petrolifera o la recrudescenza del terrorismo rosso e nero.

IL PRIVILEGIO FU ABOLITO DAL GOVERNO AMATO NEL 1992

Ad abolire questo privilegio fu il governo Amato nell’anno ferale 1992 e con il decreto legislativo 503 del 30/12/1992 non a caso denominato “Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici”. Confartigianato ha calcolato che lo Stato ha bruciato circa 150 miliardi di euro per pagare questi assegni. Prima dell’introduzione dell’allargamento del retributivo (legge Brodolini del 1969) e delle pensioni baby il peso della previdenza del Pil era inferiore al 30%. Nel 1980 superò il 46, dando il là alla stagione del debito pubblico. Eppure il bilancio per lo Stato è stato drammatico non soltanto in termini economici. Innanzitutto la misura, con la scusa che le madri lavoratrici dovevano occuparsi della crescita dei figli, acuì la scarsa presenza femminile nel mondo del lavoro, che è ancora uno dei maggiori limiti alla produttività in Italia. Sancì la sperequazione tra i diritti del pubblico impiego e quelli del settore privato. Autorizzò una Casta di privilegiati a sommare a una pensione non meritata anche la possibilità di lavorare in nero. E senza versare un centesimo di tasse o contributi alle casse previdenziali.

LA ‘CASTA’ DEI CANTANTI E QUELLA DEI MILITARI. Negli anni però altre categorie di lavoratori – e indipendentemente dal decretone del 1973 – hanno ottenuto e mantenuto la possibilità di abbandonare il lavoro in anticipo. I militari, per esempio, vanno in pensione di vecchiaia appena arrivati a 60 anni di età. Altrimenti possono lasciare con 40 anni di carriera alle spalle oppure sommando 35 anni di contributi e i 57 anni all’anagrafe. Benefit anche per i poliziotti. Lasciano, in caso di trattamento di vecchiaia, a 65 anni i dirigenti generali, a 63 anni i dirigenti superiori, a 60 gli altri. Si va invece in pensione di anzianità a 57 anni e tre mesi di età sommando 35 anni di contributi, con 40 anni e tre mesi di contributi indipendentemente dall’età, a 53 anni e tre mesi di età, se vi è massima anzianità contributiva prevista dal particolare ordinamento di appartenenza. Anche dopo la riforma Fornero gli attori professionisti maschi hanno uno sconto di due anni e le donne di cinque; tra i cantanti gli uomini si possono ritirare a 61 anni, le donne a 57 anni, mentre ai ballerini bastano 46 anni di età e per gli sportivi 53. Sempre tra i cosiddetti usurati, anticipo di 10 anni per i marittimi e di cinque per il personale viaggiante del trasporto pubblico. I poligrafici in organico ad aziende in stato di crisi possono andare in pensione con 35 anni di contributi.
DI PIETRO E CELENTANO TRA I PRIVILEGIATI. Qualche anno fa fece scandalo un’inchiesta del settimanale Il Mondo, che pubblicò la lista di industriali, politici, magistrati e giornalisti privilegiati dal sistema delle pensioni baby. E ce n’erano di ogni risma: di destra e di sinistra così come moralizzatori o fautori dello statalismo e di un welfare più generoso del dovuto. Il nome più famoso è quello di Antonio Di Pietro, che lasciò la magistratura nel settembre 1995, a 45 anni. Cesare Geronzi approfittò del suo passato da alto dirigente della Banca d’Italia per portare a casa un assegno da quasi 20 mila euro già verso i 50 anni. Soldi ai quali ha cumulato altri emolumenti. Fece poi rumore il nome di Manuela Marrone in Bossi, che dal 1996, cioè da quando aveva 44 anni, stacca ogni mese un assegno per i suoi trascorsi da maestra. La moglie del Senatùr è quindi da quasi due decenni a carico di Roma Ladrona. Questa la politica. Ma anche in altri settori si è fatta la stessa scelta. Il moralizzatore mediatico più famoso d’Italia, Adriano Celantano, dal 1988, e a 50 anni precisi, prende la sua pensione d’anzianità.

 

fonte: http://siamolagente.altervista.org/pensioni-baby-ci-costano-9-miliardi-lanno/

Il Generale del Corpo Forestale Sergio Costa accusa: Abbiamo scoperto Terra dei fuochi. Ecco perchè ora lo Stato ci vuole fare fuori !!

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Intervista esclusiva al generale Costa: «Folle sciogliere il Corpo forestale». Sit in a Roma

di Gianluca Abate

Sergio Costa, generale, comandante regionale del Corpo forestale dello Stato. Ci sarà oggi a Roma per manifestare contro lo smantellamento della «sua» polizia?
«Purtroppo no».

Perché?
«Questa mattina abbiamo una riunione per decidere quali terreni della Terra dei fuochi vincolare e quali liberare. Non posso andare in piazza, ho l’obbligo etico di dare una risposta al Governo. Quello, per intenderci, che vuole cancellarmi».

Altrimenti che faceva, protestava pure lei?
«Certo. È una manifestazione nazionale che unisce tutti, un sit in cui parteciperanno i sindacati del Corpo forestale, Greenpeace, Wwf, Legambiente, Lipu, Libera».

Converrà che un generale che manifesta non è roba che si vede tutti i giorni.
«Vero, ma ben venga la protesta se è l’unico modo per denunciare l’ipotesi di disgregazione del corpo con l’assorbimento degli uomini — eventuale e non scontato — in altre forze dell’ordine».

Lo sa che l’Italia è il Paese con più forze di polizia? Lo dicono tutti, però poi appena se ne tocca qualcuna scattano le mobilitazioni.
«Ha ragione, è un dato di fatto. Però mi consenta due considerazioni».

Dica.
«Innanzitutto è stata l’Europa a chiedere che gli Stati membri si dotassero di una polizia ambientale sul modello del Corpo forestale. E poi guardi che le altre nazioni hanno facsimili delle nostre forze di polizia che svolgono le stesse funzioni, solo che non le chiamano polizia e quindi sembra che ne abbiano meno».

L’ipotesi del ministro Marianna Madia è quella di farvi confluire in altre forze dell’ordine, non di cancellarvi. Qual è dunque il problema?
«Siamo l’unica forza di polizia specializzata nei settori di ambiente e natura, e questo deriva dal fatto che veniamo preparati sin da giovani. Una peculiarità che perderemmo se finissimo nella polizia o nei carabinieri: lì prima ti formano come poliziotto generalista, poi ti specializzano».

E, al di là del dato temporale, qual è la differenza?
«Perdi l’elemento fondamentale della conoscenza giuridica e tecnica. Quello, per intenderci, dal quale è nato il caso Terra dei fuochi».

Dice che se indagava un’altra forza di polizia non l’avrebbe scoperta?
«No, dico che ognuno ha le sue competenze. Se io facessi un’indagine della guardia di finanza, per esempio, probabilmente combinerei un pasticcio. Così come solo la nostra specializzazione poteva consentire di scoprire il caso della Terra dei fuochi».

Addirittura?
«Forse non tutti ricordano che in quel caso fu utilizzato un metodo scientifico d’indagine unico nel mondo, incrociando i dati ortofotogrammetrici con i campi magnetici della crosta terrestre. Le alterazioni del segnale ci hanno permesso di scoprire dove erano seppelliti i rifiuti. Ora lo chiedo io a lei: chi altro lo poteva fare?».

Be’, magari…
«Aspetti, non ho finito. La nuova legge sugli ecoreati è un passo avanti siderale nella tutela dell’ambiente. Però prevede che l’organo di polizia, oltre a occuparsi delle investigazioni, debba anche emettere delle prescrizioni. Il che, ovviamente, prevede una specializzazione che solo noi abbiamo».

Una contraddizione?
«Peggio, un controsenso. Approvi la legge e dopo tagli gli unici agenti che possono farla applicare?».

Insomma, il modello di contrasto alla Terra dei fuochi è in pericolo?
«Quando smetti di ragionare anche da tecnico e inizi a pensare solo da poliziotto corri il rischio di vanificare il monitoraggio. E, dunque, si depotenziano i controlli e si abbassa il livello di presidio ambientale».

È un via libera ai reati?
«Non è solo questo. Molti dimenticano che noi, oltre a investigare, siamo chiamati anche a trovare soluzioni tecniche al disastro ambientale».

Eppure sabato scorso il Capo dello Stato ha rilanciato con forza l’allarme sulla Terra dei fuochi, definendola «emblema del degrado italiano».
«Le parole del Presidente della Repubblica meritano solo applausi. Ma è questo che non capisco. Abbiamo indagato, cercato i rifiuti, trovato le soluzioni. E ora ci smantellano?».

Non è che accusa per difendere la sua carriera?
«Sono un generale, male che mi vada farei il questore. Anzi, mi si spalancherebbero le porte per una carriera da dirigente generale che nel Corpo forestale non esiste. La verità è che qui non ci guadagno io, ma i criminali dell’ambiente».

Questa è una sua ipotesi o ha prove certe?
«Certe proprio no, ma diciamo che è più di una ipotesi. Un nostro informatore ci aveva già avvertito».

E cosa vi aveva detto?
«Ci ha raccontato che, il giorno in cui è stato annunciato lo smantellamento del Corpo forestale, personaggi vicini alle ecomafie operanti tra Napoli e Caserta hanno acquistato dolci e spumante per festeggiare la notizia. Brindare non è un reato, per carità. Ma è un segnale, no?».

 

fonte: http://zapping.altervista.org/il-generale-del-corpo-forestale-sergio-costa-accusa-abbiamo-scoperto-terra-dei-fuochi-ecco-perche-ora-lo-stato-ci-vuole-fare-fuori/