Berlusconi propone ancora il Ponte sullo Stretto – Ecco come il Sindaco di Messina massacrò Renzi quando ci provò pure lui: “O ha fatto una battuta o ci prende in giro. Dovrebbe farsi spiegare dal geologo Mario Tozzi e che lì dove vuole piazzare i pilastri c’è la faglia sismica più pericolosa del Mediterraneo…

Ponte sullo Stretto

 

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Berlusconi propone ancora il Ponte sullo Stretto – Ecco come il Sindaco di Messina massacrò Renzi quando ci provò pure lui: “O ha fatto una battuta o ci prende in giro. Dovrebbe farsi spiegare dal geologo Mario Tozzi e che lì dove vuole piazzare i pilastri c’è la faglia sismica più pericolosa del Mediterraneo…

Berlusconi: “In Sicilia faremo il ponte sullo Stretto e il casinò a Taormina”
Realizzazione del ponte sullo Stretto, creazione di un casinò a Taormina e abolizione delle tasse per chi dall’estero torna in Sicilia: sono queste le proposte lanciate da Silvio Berlusconi per la Sicilia in vista delle elezioni regionali del 5 novembre.

Berlusconi ci riprova. E noi vogliamo ricordarVi come il Sindaco di Messina massacrò Renzi quando ci provò pure lui: “O ha fatto una battuta o ci prende in giro. Dovrebbe farsi spiegare dal geologo Mario Tozzi e che lì dove vuole piazzare i pilastri c’è la faglia sismica più pericolosa del Mediterraneo…

Da Il Fatto Quotidiano del 28.09.2016

Ponte sullo Stretto, “Renzi? O ha fatto una battuta o ci prende in giro. Qui le autostrade restano chiuse per frana”

Intervista al sindaco di Messina Renato Accorinti: “Ho visto il premier poco tempo fa in Calabria e diceva che non era totalmente contrario al Ponte ma che prima ci volevano le infrastrutture. In ogni caso posso assicurare che non si farà mai. E’ bastato un semplice No di Virginia Raggi e le Olimpiadi di Roma sono evaporate. La teoria dei posti di lavoro? Ha rotto”

“Io spero che quella di Matteo Renzi sia una battuta, anzi lo sarà sicuramente”. Altrimenti? “Altrimenti è un atteggiamento ingiusto oltre che offensivo”. È furioso Renato Accorinti, il sindaco di Messina che si è visto piovere dal nulla la riapertura da parte del premier alla costruzione del Ponte sullo Stretto. “Renzi l’ho visto poco tempo fa in Calabria per l’inaugurazione dell’elettrodotto Terna: diceva che non era totalmente contrario al Ponte ma che prima ci volevano le infrastrutture. Quindi o quella di oggi è una battuta o ci prende in giro”, dice il primo cittadino peloritano, raggiunto al telefono da ilfattoquotidiano.it.

Eppure il senso delle parole del premier sembra chiaro: rilanciare il progetto del Ponte.
“Ma quale Ponte? Di che cosa sta parlando? Qui abbiamo un sistema ferroviario da seconda guerra mondiale, a binario unico, a gasolio. Sulla Messina – Catania è arrivata una frana e l’autostrada è ancora interrotta. Messina e Catania: due città metropolitane che non sono più collegate tra loro. Che cosa avrebbero fatto se invece una cosa simile si fosse verificata tra Torino e Milano?”

Cosa avrebbero fatto?
“Avrebbero subito ripristinato la rete autostradale: subito! Qua noi non riusciamo a parlare al telefono perché io sono in macchina e dato che non ci sono i ripetitori cade la linea (che infatti cade 4 volte in pochi minuti, ndr). Non ci sono le strade, i porti, i porti commerciali, le autostrade: non abbiamo le basi per poter vivere e ci parlano di Ponte”.

Eppure secondo il premier proprio il Ponte sarebbe un’infrastruttura utile per il Sud.
“Le strade sono utili, le scuole sono utili, le opere culturali sono utili. Io non sono contro il cemento: il cemento quando viene utilizzato bene è sinonimo di sviluppo. Ma il Ponte è utile a che cosa? Non diciamo stupidaggini”.

Utile a togliere la Calabria dall’isolamento e ad avvicinare la Sicilia, così almeno sostiene sempre il presidente del consiglio.
“Ma quale isolamento? Il Giappone è isolato solo perché è un’isola? Noi abbiamo bisogno di infrastrutture che ci portino dal medioevo alla modernità, da mezzo secolo siamo abbandonati a noi stessi. Abbiamo bisogno delle basi per avere sviluppo, per potere lanciare nel mondo le nostre bellezze naturali, artistiche e architettoniche”.

Però il premier sostiene che il Ponte potrebbe creare posti di lavoro: ha parlato di 100 mila nuovi occupati.
“Adesso basta, questa teoria dei posti di lavoro ha davvero rotto i coglioni. È fastidiosa e populista oltre che falsa. Anche fare i buchi a terra per poi assumere gente che li copre crea lavoro: è un’offesa alla nostra intelligenza. Non capiscono che se rilanciassero davvero il Sud sarebbe l’intero Paese a beneficiarne: il Mezzogiorno è il gioiello d’Italia dimenticato da tutti. È come avere una gamba che va in cancrena e fregarsene”.

Lei parla di Sud dimenticato dallo Stato, di medioevo, però forse qualche colpa la hanno anche i cittadini di quel Mezzogiorno così sottosviluppato: o è tra quelli che scarica tutte le responsabilità su Roma?
“Ovvio che abbiamo le nostre colpe. I politici, i nostri politici prima di tutto sono colpevoli: banditi che per decenni se ne sono fregati, svendendo il nostro futuro e la nostra sopravvivenza. È quello che ho intenzione di dire all’Anci”.

Cosa ha intenzione di dire all’Anci?
“Che l’Anci è – o meglio dovrebbe essere – unica da Trento a Trapani. É quindi è arrivato il momento di creare una sezione dei comuni italiani del Sud che abbia una sede al Sud. Dove non ci sono solo decenni di politici banditi ma anche gente che ha tantissima voglia di lavorare. Sono i cittadini del Sud Italia che hanno costruito il resto del Paese: quelli che emigravano a Nord, all’estero, in Belgio”.

Ecco adesso potrebbero lavorare costruendo il Ponte…
Le posso assicurare che non avverrà mai. Renzi dica quello che vuole ma è bastato un semplice No di Virginia Raggi e le Olimpiadi di Roma sono evaporate. Io sono il sindaco di Messina e per anni ho guidato gli attivisti che dicevano No al Ponte: abbiamo cominciato in 10, siamo arrivati ad essere 25mila per le strade della città pur avendo partiti e giornali contro. Ma poi cosa pensano di risolvere con un ponte di 3 chilometri se poi ad essere collegate sono due regioni dove non c’è assolutamente nulla?”.

Eppure da Bettino Craxi fino a Renzi, passando ovviamente da Silvio Berlusconi il Ponte sullo Stretto non è praticamente mai uscito dall’agenda politica italiana: secondo lei come mai?
“Perché è facile populismo Nell’immaginario collettivo un nuovo ponte è sempre un cosa positiva. Peccato che questa sia solo un’opera dai costi enormi, sorpassata dalla storia e anche dall’economia. Secondo lei come mai non è arrivato nessun privato a metterci i soldi? Parlano di project financing, ma gestirlo non converrebbe mai a nessuno: solo a chi lo costruisce con fondi pubblici. Senza considerare il rischio terremoto”.

Che è poi un’altra delle grandi questioni sollevata dai contrari alla grande opera.
“Matteo Renzi sa cosa dovrebbe fare? Dovrebbe chiamare il geologo Mario Tozzi e farsi spiegare che lì dove loro vogliono piazzare i pilastri c’è la faglia sismica più pericolosa del Mediterraneo: se lo faccia spiegare e poi costruisca pure il suo Ponte”.

Il premier aveva detto anche che prima del Ponte doveva arrivare l’acqua a Messina: è mai arrivata?
“Ecco appunto. Sa cosa è successo qua? Non hanno mai messo in sicurezza una montagna, che è caduta danneggiando l’acquedotto. Noi abbiamo trovato una soluzione per ripristinare tutto con un bypass ma la montagna non è ancora stata messa in sicurezza. Cosa fanno ai piani alti? Fanno capire che la colpa è del sindaco: ma in quale Paese le infrastrutture sono a carico dei comuni? Questo è un atteggiamento criminale: non possiamo andare avanti così. Altro che Ponte”.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/28/ponte-sullo-stretto-renzi-o-ha-fatto-una-battuta-o-ci-prende-in-giro-qui-le-autostrade-restano-chiuse-per-frana/3061058/

Il fantastico editoriale di Marco Travaglio: Benvenuti in Culonia

Marco Travaglio

 

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Il fantastico editoriale di Marco Travaglio: Benvenuti in Culonia

Ci sono giornate che cominciano uggiose e non inducono proprio al buonumore. Poi giunge notizia che Antonio Tajani, a nome di FI e dunque di B., si è molto congratulato con la Merkel per il suo quarto cancellierato e ha rivelato che lei e Silvio hanno appena avuto “due lunghi e approfonditi incontri, non sono mai stati così vicini”, e uno subito si rianima. Siccome siamo un Paese senza memoria che confida nella smemoratezza altrui, ecco un breve riepilogo dei rapporti bilaterali Berlino-Arcore.

Quand’era premier, sinceramente offeso dall’intollerabile serietà della Cancelliera, B. le provò tutte per sbeffeggiarla e umiliarla: una volta le fece il cucù, un’altra la lasciò per mezz’ora sotto il sole mentre lui era al telefono (“con Erdogan”, disse poi, essendo un madrelingua turco) e così via. Lei lo ripagò il 23 ottobre 2011 con la famosa risata in duo con Sarkozy, e chissà se sapeva che un anno prima il Fatto aveva riferito una voce ricorrente in Transatlantico: i fedelissimi di B. erano terrorizzati che uscissero, dalle procure di Milano o Napoli o Bari, intercettazioni compromettenti fra lui, i suoi papponi e le sue escort. Compromettenti non per l’attività di puttaniere, che anzi faceva punteggio. Ma per l’abitudine a catechizzare, nelle cene eleganti pre-bungabunga, le papigirl sulle sue mosse diplomatiche ai vertici internazionali, e a condire il tutto con sapidi aneddoti e soprannomi. Purtroppo quello della Merkel era “culona inchiavabile”.

Le intercettazioni poi non uscirono (o non c’erano, o furono stralciate per irrilevanza penale), ma chi lo conosceva giurava che il Gran Simpatico la chiamava così, amichevolmente, con tutti. Infatti la stessa voce fu raccolta da Selvaggia Lucarelli nel suo blog. L’indiscrezione, rimbalzata sui giornali tedeschi, da Bild a Die Welt, cadde nel più impenetrabile silenzio dell’entourage berlusconiano: nessun commento né smentita. Poi, un anno più tardi, subito dopo la risata Merkel-Sarkozy, B. perse la maggioranza e si dimise. Poi prese ad accusare apertamente la Merkel, in combutta con Sarkò, Obama, Napolitano e il mago Otelma, di aver congiurato contro il suo governo, in quello che doveva essere, se non andiamo errati, il quarto o il quinto “golpe” ai suoi danni dal ’94. Lo ribadì papale papale nel gennaio 2013 a Servizio Pubblico, accusando il governo tedesco di aver aizzato la Deutsche Bank a vendere titoli di Stato italiani per far schizzare lo spread. La Costamagna gli mostrò una lettera di smentita della banca tedesca, ma lui rispose che allora sarà stata la Bundesbank (finiva sempre per bank).

Intanto i suoi giornali, parlando con cognizione di causa e sapendo di far cosa gradita al Capo, avevano iniziato a chiamare la Merkel con quel grazioso vezzeggiativo. Cominciò Libero di Belpietro: “Angela è davvero una culona. Il primo a dirlo fu Kohl” (27.11.2011). Proseguì il Giornale di Sallusti: “La caduta di Berlusconi: è stata la culona” (31.12.2011). E così via, anche a sproposito, persino negli eventi sportivi. Tipo quando la nostra Nazionale eliminò la Germania agli Europei 2012: “Ciao ciao culona” (il Giornale, 29.6.12). “Vaffanmerkel”, “Due calci nel culone” (Libero, 29.6.12). Angela perdeva 10 chili? “Merkel a dieta: anche lei si vede culona” (Libero, 7.5.2014). Così, dando ormai la cosa per fatto notorio, un giornalista della Bbc, Jeremy Paxman, pose a B. la domanda che nessun collega italiano aveva mai osato fare: “Scusi, è vero che ha definito Angela Merkel ‘culona inchiavabile’?”. L’interrogativo sortì sul Lord Brummel brianzolo l’effetto del gas paralizzante: una lunga, interminabile paresi, tipo fermo-immagine (il tempo per l’interprete di riaversi dallo choc e trovare le parole per tradurre un’espressione non proprio tipica del linguaggio politico diplomatico), seguita dal moto ondulatorio e sussultorio della mano destra che faceva cenno di passare alla domanda successiva. Deborah Bergamini, la sventurata portavoce, dovette vergare una nota ufficiale per smentire qualsivoglia imbarazzo, incolpare la Bbc di un taglio politico, precisare che nella versione integrale B. smentiva di aver mai insultato Merkel o altri, spiegare l’apparente paralisi con la vigile attesa della traduzione.

Da: Il Fatto Quotidiano del 28/09/2017.

 

Sappiamo tutti che le lobby, per mantenere il loro potere, sono culo e camicia con la Politica – Ecco l’ultimissima: la lobby del tabacco arruola il figlio di Mattarella!

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Sappiamo tutti che le lobby, per mantenere il loro potere, sono culo e camicia con la Politica – Ecco l’ultimissima: la lobby del tabacco arruola il figlio di Mattarella!

 

La lobby del tabacco arruola Mattarella figlio

da Il Fatto Quotidiano

 

Nel mondo del tabacco le decisioni politiche determinano i profitti dei colossi in perenne guerra fra di loro. Sarà per questo che qualcuno ricorre ai servizi di chi conosce bene gli ambienti ministeriali per averli frequentati a lungo. Come Bernardo Giorgio Mattarella, primo dei tre figli del presidente della Repubblica. A lui si è rivolta la British American Tobacco che gli ha commissionato un dettagliato parere legale che da settimane gira nel ministero del Tesoro dove i tecnici lavorano a un incremento delle accise sulle bionde per contribuire alla manovra correttiva da 3,4 miliardi chiesta da Bruxelles.

Mattarella l’ha consegnato il 5 ottobre. Fino al 2 ottobre è stato capo dell’ufficio legislativo del ministero della Funzione pubblica di Marianna Madia di cui poi è diventato consulente dal 4 novembre a titolo gratuito (l’incarico è scaduto a marzo). Cosa dice il parere? Che il Tesoro non può alzare le tasse sulle sigarette oltre un certo limite senza fare una legge. Bat, infatti, non vuole un incremento dell’imposta minima, che colpirebbe i suoi marchi. Il parere le dà man forte, complicando la vita ai tecnici ministeriali.

IL CALIBRO del personaggio spiega perché il colosso inglese abbia richiesto i suoi servigi. Classe 1968, Mattarella Jr si è laureato in Giurisprudenza a Palermo con 110 e lode, master in Legge a Berkeley, ordinario di Diritto amministrativo a soli 35 anni. Vanta circa 300 pubblicazioni e ottime frequentazioni anche nel mondo che gravita intorno all’ex presidente Giorgio Napolitano: è stato assistente dell’ex giudice costituzionale Sabino Cassesse, amico di Napolitano e siede insieme al figlio Giulio nella fondazione Astrid guidata da Franco Bassanini e nell’Irpa, il centro studi sulla pubblica amministrazione fondato da Cassese.

Accreditato di grande competenza, già componente di Commissioni di studio e di indagine ministeriali, nel 2013 – governo Letta – viene nominato capo dell’Ufficio legislativo del ministero dell’Istruzione. Caduto Letta, viene chiamato alla Funzione pubblica da Marianna Madia. Da lì ha curato la riforma della Pa. Professore ordinario in aspettativa a Siena, è approdato alla Luiss, l’università della Confindustria a Roma.

TRE GIORNI DOPO l’uscita dal ministero, firma il parere come “Ordinario di Diritto amministrativo alla Luiss”e spiega che gli è stato richiesto dalla Bat, insomma, una consulenza accademica. Tema: l’interpretazione di alcuni commi del decreto legislativo 188 del 2014. È il testo che ha riordinato la disciplina fiscale dei tabacchi al centro di una guerra senza sconti tra le lobby delle bionde. Il decreto fissa tre imposte: una uguale per tutti, il carico fiscale minimo; e due proporzionali al prezzo, l’accisa e l’aliquota. Il nodo vero è la prima: essendo uguale per tutti, alzandola si colpiscono più quelli di fascia bassa, tipo le Lucky Strike e le Rothmans di Bat e meno i marchi di fascia alta come la Marlboro di Philip Morris, che infatti la caldeggia. Il decreto assegna al ministero dell’Economia il potere di modificare le imposte con un semplice decreto ministeriale, sentita l’Agenzia dei Monopoli: i valori di riferimento per le modifiche del 2015 sono quelli del 2014, e dal 2016 in poi quelli fissati “dall’ultima modifica”. In teoria, quindi, senza limiti.

Mattarella nel suo parere spiega invece che l’interpretazione più autentica è che valgono i limiti massimi fissati nel 2015 stenza in materia di diritto amministrativo” è stato conferito “il 28 settembre, a valersi con efficacia dal primo ottobre”, cioè quando Mattarella era formalmente ancora al ministero come capo dell’Ufficio legislativo. L’incarico per il parere è stato retribuito con 3.500 euro e “rientra in una più generale consulenza fino al 31 dicembre 2016”. Tutto legittimo visto che la legge Frattini sul conflitto d’interessi non dice nulla al riguardo, ma il caso arricchisce una già lunga lista composta da super esperti che vanno e vengono dai ministeri e poi lavorano anche per aziende private. In questo caso con un cognome di peso. Il Fatto ha provato per tutto il giorno ad avere la versione di Mattarella sull’opportunità di accettare la consulenza, senza però ottenere risposta.

LA ZAVORRA fiscale regressiva, che colpisce i marchi di gamma bassa, ora servirebbe allo Stato per non perdere gettito visto che il mercato è in calo e anche per fare cassa. Nell’ottobre scorso si studiava un incremento dell’onere minimo da 170 a 178-179 euro al chilo. Ora, nelle ipotesi al Tesoro, si è scesi a 175 euro e si studia se inserire il tutto nel decreto della manovra correttiva. Probabile che il parere portato da Bat abbia influito. Sul decreto del 2014 le lobby diedero battaglia senza risparmiare colpi: testi che apparivano e scomparivano nei pre-Consigli dei ministri, emendamenti e cavilli infilati all’ultimo e via dicendo. A ottobre, in piena guerra, Matteo Renzi andò a inaugurare lo stabilimento bolognese di Philip Morris che chiedeva un rialzo stellare del carico fiscale minimo. Bat è risultata invece il principale finanziatore della Fondazione Open, la cassaforte politica del renzismo che paga gli eventi come la Leopolda. Poi c’è la guerra dei pareri legali.

Dai soldi alla Fondazione di Renzi agli show in fabbrica: le industrie che vivono di politica

Pressioni – I produttori di sigarette lottano fino all’ultimo emendamento sulle tasse

Poche lobby, come quella del tabacco, vivono dei rapporti con la politica. Dalle accise lo Stato ricava ogni anno circa 14 miliardi di euro, una cifra che lo rende un settore delicatissimo. La lista dei punti di contatto tra i due mondi è lunga, ed è cresciuta soprattutto con il governo di Matteo Renzi, che si è trovato a discutere nel 2014 un decreto che ha riordinato, su input di una direttiva europea, l’intero mondo dei tabacchi.

LA GUERRA di lobby è stata furiosa, e ogni cosa fa gioco. La sfida è sempre stata tra colossi come Philip Morris, che chiedono di alzare l’accisa minima, e quelli come British american tobacco o Imperial tobacco che hanno marchi di fascia bassa di prezzo e quindi vengono colpiti di più.

Bat, per dire, ha versato 150 mila euro alla renziana fondazione Open, i primi 100 mila dopo il primo luglio 2014. Qualche settimana prima il premier aveva incontrato Nicandro Durante, il gran capo di Bat: era la vigilia di approvazione del decreto, poi slittato a più riprese. Già a fine 2013 Philip Morris era riuscita a far comparire in un collegato alla manovra un super aumento dell’imposta minima che penalizzava i concorrenti, poi saltato.

A ottobre 2014, in piena guerra di lobby, Renzi va alla posa della prima pietra, con uno show senza precedenti, dello stabilimento bolognese da “600 posti di lavoro e 500 milioni di investimento” dove Philip Morris produce la sua sigaretta di nuova generazione (che otterrà uno sconto del 50% sull’accisa). Nel colosso americano, peraltro, siede come direttore non esecutivo anche Sergio Marchionne, con cui Renzi vanta una solida amicizia.

Nei vari pre-consigli dei ministri compaiono testi che poi cambiano all’ultimo, segnale di una certa confusione negli uffici legislativi dove succede di tutto. Anche sui testi che riguardano i “prodotti di nuova generazione” i commi appaiono e scompaiono. Ma la lista, come detto, è lunga. Il Fatto, per esempio, ha rivelato che a luglio scorso la Bat ha finanziato con 17.324 euro un incontro organizzato a luglio dall’associazione Ares presieduta dal sottosegretario dem al Tesoro Pier Paolo Baretta, che tra le sue deleghe ha quella dei giochi ma non quella del tabacco.

AL TAVOLO, peraltro, c’erano personaggi illustri come l’ex sottosegretario Vieri Ceriani, consigliere del ministro Pier Carlo Padoan, vero esperto della materia.

Cosa c’è dietro la Tap, quella per cui stanno assassinando gli Ulivi Pugliesi? Riciclaggio di soldi della ‘ndrangheta… Ce lo raccontano Il Fatto Quotidiano e L’Espresso!

Tap

 

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Cosa c’è dietro la Tap, quella per cui stanno assassinando gli Ulivi Pugliesi? Riciclaggio di soldi della ‘ndrangheta… Ce lo raccontano Il Fatto Quotidiano e L’Espresso!

 

Da Il Fatto Quotidiano:

Tap, “un caso di riciclaggio di soldi della ‘ndrangheta dietro la società madre del gasdotto che approderà in Puglia”

A raccontare la vicenda è L’Espresso, che ricostruisce un’indagine antimafia su una lavanderia di denaro sporco con al centro Viva Transfer, fondata da Raffaele Tognacca. Il manager fino al 2007 è stato numero uno di Egl Produzione Italia, che ha ricevuto finanziamenti europei per realizzare progetti preliminari e studi di fattibilità dell’opera. Il gruppo Tap: “Inaccettabile, quereliamo autori e direttore”

Un manager implicato in un caso di riciclaggio internazionale di denaro della mafia ha guidato per sette anni la società “madre” del gasdotto Tap. C’è anche questo, stando a quanto scrive L’Espresso di questa settimana, dietro il progetto della grande opera che dovrebbe portare il gas azero in Europa approdando sulle coste del Salento. Progetto contro il quale in queste ore continuano a protestare i cittadini di Melendugno e dintorni, contrari all’espianto di poco più di 200 ulivi dal tracciato del microtunnel del gasdotto da 4mila chilometri, iniziato dopo che il Consiglio di Stato ha dato il via libera alla realizzazione del Tap e ha respinto gli appelli proposti dalla Regione Puglia e dal Consiglio comunale di Melendugno. Il gruppo Tap ha annunciato querela nei confronti degli autori e del direttore, definendo “arbitrario, infondato ed evidentemente inaccettabile l’accostamento del progetto alla parola mafia”.

Secondo quanto ricostruito dal settimanale, in edicola domenica, è stata una società “finora ignota”, Egl Produzione Italia, controllata dalla svizzera Axpo, a ricevere nel 2004 e 2005 due finanziamenti europei a fondo perduto da 3 milioni di euro per i progetti di fattibilità e gli studi preliminari propedeutici all’opera. Lo dimostrano documenti che la ong Re:Common ha chiesto e ottenuto dalla Commissione europea. La parte più interessante, si legge nell’inchiesta di Paolo Biondani e Leo Sisti, è che fino al 2007 il numero uno dell’azienda è stato un cittadino svizzero, Raffaele Tognacca, che in seguito, dopo aver lavorato in Italia per Erg, tornato in patria ha fondato Viva Transfer. Una finanziaria finita al centro di un’indagine antimafia arrivata ora al processo.

Nel 2014, scrive L’Espresso, le Fiamme Gialle scoprirono un presunto clan di narcotrafficanti legati alla ‘ndrangheta. Stando alle confessioni dei corrieri del gruppo, capeggiato da un calabrese, il milione e mezzo di euro da versare ai narcos sudamericani in cambio della cocaina fu portato “in contanti, dentro due trolley, a Lugano, nella sede della Viva Transfer”. E a ricevere i pacchi di banconote fu “Raffaele Tognacca in persona”. Al processo, in corso a Roma, i pm hanno formulato l’accusa di riciclaggio e, si legge nel servizio, hanno chiesto ai magistrati svizzeri di indagare sulla parte estera. Tognacca sostiene tuttavia di non essere “stato oggetto di nessuna misura istruttoria e/o procedimento penale, né in Italia, né in Svizzera”. La Egl, nel 2012, ha cambiato nome in Axpo, che compare tra i soci di Tap Ag (nata nel 2007) insieme a Bp, Snam, Fluxys, Enagas e all’azera Az-Tap.

Tap dal canto suo ha diffuso nel pomeriggio una nota in cui annuncia che “provvederà nelle prossime ore a sporgere querela contro gli autori e il direttore del giornale, riservandosi la facoltà di adire anche il tribunale civile per il risarcimento del gravissimo danno reputazionale, annunciando fin d’ora che esso sarà devoluto all’associazionismo antimafia”. “E’ arbitrario, infondato ed evidentemente inaccettabile“, si legge nel comunicato, “l’accostamento di Tap Ag e del progetto del gasdotto transadriatico alla parola mafia effettuato con un suggestivo titolo sul numero in uscita domani del settimanale l’Espresso“. “Tap – prosegue la nota della multinazionale – è impegnata con verificabile e verificata coerenza nella più rigorosa applicazione delle leggi e dei regolamenti italiani ed europei nella attribuzione di appalti e subappalti ed ha da tempo sottoposto alla Prefettura di Lecce un protocollo antimafia che garantisca la massima trasparenza della conduzione dei lavori”.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/01/tap-un-caso-di-riciclaggio-di-soldi-della-ndrangheta-dietro-la-societa-madre-del-gasdotto-che-approdera-in-puglia/3491333/