Gentiloni festeggia per un PIL all’1,8%? Ma è idiota, o pensa che lo siamo noi? Nella zona Euro siamo 25esimi su 28! Per non parlare dei Paesi senza Euro che hanno PIL anche 4 volte il nostro!

Gentiloni

 

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Gentiloni festeggia per un PIL all’1,8%? Ma è idiota, o pensa che lo siamo noi? Nella zona Euro siamo 25esimi su 28! Per non parlare dei Paesi senza Euro che hanno PIL anche 4 volte il nostro!

GENTILONI FESTEGGIA IL PIL? SIAMO 25° SU 28. MEGLIO L’ITALIA DI VENTURA

di Franco Bechis

Ancora una volta il governo di Paolo Gentiloni festeggia oltremisura il dato Istat sulla crescita del Pil come se fosse la dimostrazione di una particolare efficacia delle politiche economiche italiane. Certo, meglio crescere dell’1,8% che essere in recessione. E’ ovvio.

Allo stesso modo a livello calcistico meglio fare 0-0 che perdere 4-0. Però dipende dal contesto: con lo zero a zero l’Italia di Gian Piero Ventura è stata eliminata dalla Svezia e dopo più di 50 anni non parteciperà ai miondiali.

L’Italia di Gentiloni e di Pier Carlo Padoan con quell’1,8 di Pil sta facendo perfino peggio di quella di Ventura… Il risultato tanto celebrato dal governo italiano una volta visti anche quelli degli altri paesi è banalmente il 25° in Europa, su 28 paesi. La crescita media dell’area dell’euro è 2,5%, e la crescita media dell’Europa a 28 è 2,5%. La Spagna cresce del 3,1%, la Germania del 2,8%, il Portogallo del 2,5%, la Francia del 2,2%. Quasi tutti i paesi ex Est Europa sono sopra il 5%, con la Romania addirittura all’8,6%.

Il dato italiano è dunque misero misero e una volta di più dimostra come le politiche economiche del governo Gentiloni frenano la ripresa che senza nessun governo in carica farebbe da sola andare molto meglio di così l’Italia. Quella di palazzo Chigi dunque è la sola squadra peggiore dell’Italia di Ventura…

www.limbeccata.it

Perchè nessuno parla più dell’Islanda e di come si è liberata del governo che la gente non voleva e del debito creato dalle banche??

 

 

 

Islanda.

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Perchè nessuno parla più dell’Islanda e di come si è liberata del governo che la gente non voleva e del debito creato dalle banche??

di M. Pala (alias ‘marcpoling’)
Qualcuno crede ancora che non vi sia censura al giorno d’oggi? Allora perché, se da un lato siamo stati informati su tutto quello che sta succedendo in Egitto, dall’altro i media non hanno sprecato una sola parola su ciò che sta accadendo in Islanda?
Il popolo islandese è riuscito a far dimettere un governo al completo; sono state nazionalizzate le principali banche commerciali; i cittadini hanno deciso all’unanimità di dichiarare l’insolvenza del debito che le stesse banche avevano sottoscritto con la Gran Bretagna e con l’Olanda, forti dell’inadeguatezza della loro politica finanziaria; infine, è stata creata un’assemblea popolare per riscrivere l’intera Costituzione. Il tutto in maniera pacifica. Una vera e propria Rivoluzione contro il potere che aveva condotto l’Islanda verso il recente collasso economico.
Sicuramente vi starete chiedendo perché questi eventi non siano stati resi pubblici durante gli ultimi due anni. La risposta ci conduce verso un’altra domanda, ancora più mortificante: cosa accadrebbe se il resto dei cittadini europei prendessero esempio dai “concittadini” islandesi?
Ecco brevemente la cronologia dei fatti:
2008 – A Settembre viene nazionalizzata la più importante banca dell’Islanda, la Glitnir Bank. La moneta crolla e la Borsa sospende tutte le attività: il paese viene dichiarato in bancarotta.
2009 – A Gennaio le proteste dei cittadini di fronte al Parlamento provocano le dimissioni del Primo Ministro Geir Haarde e di tutto il Governo – la Alleanza Social-Democratica (Samfylkingin) – costringendo il Paese alle elezioni anticipate.La situazione economica resta precaria. Il Parlamento propone una legge che prevede il risanamento del debito nei confronti di Gran Bretagna e Olanda, attraverso il pagamento di 3,5 MILIARDI di Euro che avrebbe gravato su ogni famiglia islandese, mensilmente, per la durata di 15 anni e con un tasso di interesse del 5,5%.
2010 – I cittadini ritornano a occupare le piazze e chiedono a gran voce di sottoporre a Referendum il provvedimento sopracitato.
2011 – A Febbraio il Presidente Olafur Grimsson pone il veto alla ratifica della legge e annuncia il Referendum consultivo popolare. Le votazioni si tengono a Marzo ed i NO al pagamento del debito stravincono con il 93% dei voti.Nel frattempo, il Governo ha disposto le inchieste per determinare giuridicamente le responsabilità civili e penali della crisi. Vengono emessi i primi mandati di arresto per diversi banchieri e membri dell’esecutivo.L’Interpol si incarica di ricercare e catturare i condannati: tutti i banchieri implicati abbandonano l’Islanda.In questo contesto di crisi, viene eletta un’Assemblea per redigere una Nuova Costituzione che possa incorporare le lezioni apprese durante la crisi e che sostituisca l’attuale Costituzione (basata sul modello di quella Danese). Per lo scopo, ci si rivolge direttamente al Popolo Sovrano: vengono eletti legalmente 25 cittadini, liberi da affiliazione politica, tra i 522 che si sono presentati alle votazioni. Gli unici due vincoli per la candidatura, a parte quello di essere liberi dalla tessera di qualsiasi partito, erano quelli di essere maggiorenni e di disporre delle firme di almeno 30 sostenitori.

La nuova Assemblea Costituzionale inizia il suo lavoro in Febbraio e presenta un progetto chiamato Magna Carta in cui confluisce la maggior parte delle “linee guida” prodotte in modo consensuale nel corso delle diverse assemblee popolari che hanno avuto luogo in tutto il Paese. La Magna Carta dovrà essere sottoposta all’approvazione del Parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni legislative.

Questa è stata, in sintesi, la breve storia della Ri-evoluzione democratica islandese.
Abbiamo forse sentito parlare di tutto ciò nei mezzi di comunicazione europei?
Abbiamo ricevuto un qualsiasi commento su questi avvenimenti nei noiosissimi salotti politici televisivi o nelle tribune elettorali radiofoniche?
Abbiamo visto nella nostra beneamata Televisione anche un solo fotogramma che raccontasse qualcuno di questi momenti?
SINCERAMENTE NO.
I cittadini islandesi sono riusciti a dare una lezione di Democrazia Diretta e di Sovranità Popolare e Monetaria a tutta l’Europa, opponendosi pacificamente al Sistema ed esaltando il potere della cittadinanza di fronte agli occhi indifferenti del mondo.
Siamo davvero sicuri che non ci sia “censura” o manipolazione nei mass-media? Il minimo che possiamo fare è prendere coscienza di questa romantica storia di piazza e farla diventare leggenda, divulgandola tra i nostri contatti. Per farlo possiamo usare i mezzi che più ci aggradano: i “nostalgici” potranno usare il telefono, gli “appassionati” potranno parlarne davanti a una birra al Bar dello Sport o subito dopo un caffè al Corso.I più “tecnologicamente avanzati” potranno fare un copia/incolla e spammare questo racconto via e-mail oppure, con un semplice click sui pulsanti di condivisione dei Social Network in fondo all’articolo, lanciare una salvifica catena di Sant’Antonio su Facebook, Twitter, Digg o GoogleBuzz.

I “guru del web” si sentiranno in dovere di riportare, a modo loro, questa fantastica lezione di civiltà, montando un video su YouTube, postando un articolo ad effetto sui loro blog personali o iniziando un nuovo thread nei loro forum preferiti.

L’importante è che, finalmente, abbiamo la possibilità di bypassare la manipolazione mediatica della informazione ed abbattere così il castello di carte di questa politica bipartitica, sempre più servile agli interessi economici delle banche d’affari e delle corporazioni multinazionali e sempre più lontana dal nostro Bene Comune.

In fede, il cittadino sovrano Marco Pala (alias “marcpoling”).

Fonte: nexusedizioni

tratto da: http://siamolagente2.altervista.org/un-esempio-di-censura-perche-nessuno-parla-piu-dellislanda-e-di-come-si-e-liberata-del-governo-che-la-gente-non-voleva-e-del-debito-creato-dalle-banche/

Caro Italiota che speri di andare in pensione (a 67 anni, per il momento), ricorda che non sei in Polonia, dove senza Euro l’economia cresce a ritmi del 3,9 per cento ed il Governo decide di abbassare l’età pensionabile!

 

pensione

 

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Caro Italiota che speri di andare in pensione (a 67 anni, per il momento), ricorda che non sei in Polonia, dove senza Euro l’economia cresce a ritmi del 3,9 per cento ed il Governo decide di abbassare l’età pensionabile!

Caro Italiota, speri di andare in pensione? Per il momento lo Stato ha deciso che ci andrai a 67 anni. Sempre che l’Istat non sancisca che “statisticamente” camperai di più. E se avrai quest’altra botta di culo, vedrai, ancora una volta, la tua pensione allontanarsi…

Non resta che fargli Ciao con la manina e rimpiangere di non essere nato in Polonia.

Lì governanti un po’ più accorti dei nostri si sono tenuti alla larga dall’Euro. La loro economia cresce a ritmi del 3,9% l’anno (e quindi non festeggiano, come da noi, per un +0,0uncazzo%) e – udite udite – hanno deciso di abbassare l’età pensionabile!

…C’è bisogno di aggiungere altro?

La Polonia riduce l’età pensionabile, sfidando il trend europeo

Come riporta Reuters, pare che nel mondo sia possibile essere un’economia più piccola di quella italiana, permettersi una propria moneta, crescere a ritmi del 3,9 per cento, fare politiche demografiche attive e addirittura abbassare l’età della pensione. Fortunatamente ci pensano gli austeri banchieri a ricordare a tutti il più grande pericolo per l’umanità, ossia che gli stipendi dei lavoratori crescano troppo velocemente. E che è proprio un peccato che certi governi tengano addirittura fede alle proprie promesse elettorali. 

Di Marcin Goettig, 1 ottobre 2017

Varsavia (Reuters) – Lunedì la Polonia abbasserà l’età pensionabile, onorando una costosa promessa elettorale che il partito conservatore al governo aveva fatto, e andando controcorrente rispetto alle tendenze europee a incrementare gradualmente l’età della pensione, mentre le persone vivono più a lungo e rimangono più in salute.

L’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni per le donne e a 65 per gli uomini è un provvedimento caro soprattutto ai sostenitori del governo di centro-destra (sì, avete letto bene, anche in Polonia è il centro-destra a preoccuparsi degli interessi dei lavoratori NdVdE) del Partito della Legge e della Giustizia (PiS), e inverte un provvedimento che l’aveva portata a 67 anni, approvato nel 2012 dal governo centrista allora in carica.

Il provvedimento dovrebbe avere impatti immediati limitati sull’economia, che è in fase di boom, ma potrebbe mettere sotto pressione il bilancio statale in futuro.

Questa mossa avviene mentre la disoccupazione in Polonia è scesa ai livelli più bassi dai tempi dell’abbandono del comunismo all’inizio degli anni ’90, e potrebbe aumentare la tensione sui salari che stanno già crescendo al ritmo più alto da cinque anni a questa parte (Orrore! I salari crescono e l’età della pensione cala! È proprio vero che fuori dall’eurozona c’è solo l’inferno NdVdE).

“Il mercato del lavoro polacco deve affrontare una disponibilità sempre più limitata di lavoratori” ha dichiarato Rafal Benecki, un economista di Varsavia che si occupa dell’Europa Centrale presso ING Bank.

La popolazione della Polonia è di 38 milioni di abitanti e sta invecchiando a uno dei ritmi più rapidi all’interno dell’Unione Europea.

“Il governo sta buttando via uno degli strumenti più efficaci per aumentare la partecipazione al mercato del lavoro”, ha detto Benecki (commovente come un banchiere si preoccupi che non ci sia abbastanza concorrenza – da parte dei loro nonni – per i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro NdVdE).

  • I lavoratori che vengono dall’Ucraina

Gli economisti e i banchieri centrali dicono che il crescente afflusso in Polonia di centinaia di migliaia di lavoratori provenienti dall’Ucraina potrebbe ridurre la tensione sui salari (ecco un’altra tendenza che accomuna i banchieri: la tutela degli immigrati quando questi possono fare concorrenza ai lavoratori locali NdVdE).

I numeri del ministero del Lavoro mostrano che i datori di lavoro polacchi hanno richiesto più di 900.000 permessi a breve termine per i lavoratori ucraini nella prima metà del 2017, rispetto a 1.260.000 permessi totali nell’anno 2016.

“Con l’arrivo di lavoratori dall’Ucraina, finora il problema che alcuni avevano previsto – mancanza di lavoratori, tensioni sul mercato del lavoro – sta diminuendo” ha detto il Governatore della Banca Centrale  Adam Glapinski all’inizio di settembre.

Il governo ucraino del partito PiS ha stimato che il costo della riduzione dell’età pensionabile è di circa 10 miliardi di zloty (eh già, perché in Polonia gli euro non ce li hanno, poveri loro… NdVdE), ossia 2,74 miliardi di dollari, nel 2018, all’incirca lo 0,5 per cento del PIL.

Da quando è andato al potere, nel 2015, l’attuale governo ha velocemente aumentato la spesa pubblica per tenere fede alle promesse elettorali di aiutare le famiglie e ridistribuire i frutti della crescita economica in modo più equo (già scorgiamo gli austeri anti-populisti nostrani scuotere la testa con veemenza di fronte a questi sciagurati provvedimenti NdVdE).

Nonostante la crescita della spesa pubblica, il bilancio pubblico ha registrato il primo surplus da più di due decenni nel periodo gennaio-agosto, principalmente grazie a un intervento governativo contro l’evasione fiscale e grazie ai bonus concessi per i nuovi nati, che hanno alimentato i consumi (intollerabile: non solo la Polonia fa politiche di aiuto alle famiglie per risolvere i problemi demografici, ma addirittura osa sfruttare il moltiplicatore keynesiano! NdVdE).

La crescita economica ha raggiunto il 3,9 per cento nel secondo trimestre, ma gli economisti avvertono che l’aumentato costo delle pensioni potrebbe causare problemi, se l’economia dovesse rallentare.

“Sono preoccupato di quello che succederà quando il ciclo economico si invertirà” dice Marcin Mrowiec, capo economista presso Bank Pekao.

“Potremmo svegliarci con salari superiori a quelli che le società possono permettersi e… spese permanentemente più alte per le pensioni” (fortunatamente invece, nell’eurozona potremo affrontare la prossima recessione con una disoccupazione vicina ai massimi storici, un’età pensionabile sulla soglia della demenza senile e uno stato sociale che ha fatto passi indietro di decenni. Evviva! NdVdE).

tratto da: http://vocidallestero.it/2017/10/04/la-polonia-riduce-leta-pensionabile-sfidando-il-trend-europeo/

 

Per rinfrescarVi la memoria – L’Euro è la moneta unica tedesca. Senza l’Euro lo Stato Italiano risparmierebbe 8 miliardi l’anno. Lo dicono quei “complottisti” del Centro Studi Mediobanca!

 

Euro

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Per rinfrescarVi la memoria – L’Euro è la moneta unica tedesca. Senza l’Euro lo Stato Italiano risparmierebbe 8 miliardi l’anno. Lo dicono quei “complottisti” del Centro Studi Mediobanca!

Finalmente il re è nudo: qualcuno ha avuto il coraggio di dire apertamente che l’euro non è altro che un marco mascherato che serve unicamente alla Germania per portare avanti le sue politiche predatorie ai danni delle altre nazioni, così come teorizzato fin dal lontano 1700 dagli economisti mercantilisti.

Serviva l’arrivo di Trump alla presidenza degli USA, perché venisse squarciato definitivamente l’ipocrita velo che circonda la falsa moneta unica europea. Diciamo falsa, perché l’euro NON è una moneta unica, ma un semplice e ben più fallimentare rapporto di cambi fissi tra monete diverse. Detto in altra forma, non è vero che la lira, il franco francese, il marco, non esistono più: sono semplicemente spariti dalla circolazione, ma rimangono sostanzialmente operativi e sottostanti all’euro. Infatti, perché vi sia una vera moneta unica, servirebbe un unico debito pubblico europeo, una sola politica fiscale ed una politica redistributiva tra aree avvantaggiate e svantaggiate del territorio.

Se questo non avviene, come appunto nell’eurozona, siamo semplicemente in presenza di un rapporto di cambi fissi come quello tentato anni fa dall’argentina che aveva agganciato il valore del peso al dollaro. Il risultato fu un drammatico squilibrio nella bilancia dei pagamenti e la conseguente bancarotta del paese sudamericano. Esattamente quello che sta accadendo ai paesi “deboli” dell’area euro rispetto alla “forte” Germania che, proprio in virtù di questo fatto, li invade dei propri prodotti e non importa i loro.

L’accusa mossa dagli americani è quella di un euro che incarna il marco tedesco, troppo debole rispetto alla reale forza dell’economia tedesca, che in tal modo esporta eccessivamente negli Usa e negli altri paesi della zona euro.

Ora, se l’euro dovesse rafforzarsi sul dollaro, le economie più deboli, ed in particolare quella italiana, verrebbero travolte ed annientate, in quanto non riuscirebbero più ad esportare nemmeno quel poco che stanno facendo ora e con i consumi interni rasi al suolo dalle politiche di austerità imposte dalla Germania, l’unica strada sarebbe quella della bancarotta.

E questo gli americani, ed in particolare il nuovo ambasciatore presso la Ue, Theodore Roosvelt Malloch lo sanno benissimo, tanto da dichiarare che la Ue e l’euro potrebbero non durare altri 18 mesi.

Infatti l’unica salvezza per l’Italia, in uno scenario di rafforzamento dell’euro, sarebbe quello di uscire dalla moneta unica, ridenominare il debito nella nuova moneta (chiamiamolo ducato per non confonderlo con la vecchia lira) e dotarsi di una piena e compiuta sovranità monetaria, ovvero con la banca centrale prestatrice di ultima istanza (nulla di straordinario: la Banca d’Inghilterra, quella del Giappone e della maggioranza delle nazioni al mondo sono prestatrici di ultima istanza, ovvero acquistano titoli di stato del proprio paese stampando moneta).

Uno scenario già valutato dal centro studi di Mediobanca, che non è propriamente l’ultimo arrivato, il quale quantifica in 8 miliardi di euro di risparmio un’uscita dell’Italia dall’euro.

E per i cittadini, sarebbero pianti e stridor di denti? Vediamo di sfatare subito qualche bufala degli economisti à la carte, tipo la benzina a 15 euro il litro in caso di uscita dall’euro.

La moneta unica si è svalutata di circa il 30% rispetto al dollaro, che è la valuta con cui si pagano le materie prime a livello internazionale, che è all’incirca quanto si potrebbe svalutare la nuova moneta italiana. Ebbene, dovete forse fare il pieno con la carriola di euro o fare la spesa con un tir di banconote a causa dell’iper inflazione paventata dagli “economisti studiati”? No, anzi, il paese rimane tutt’ora in deflazione, ovvero i prezzi calano anziché salire.

Per calmierare i prezzi sarebbe sufficiente agire sulla fiscalità, riducendo accise ed imposte, in particolare quelle sui combustibili e l’IVA, portandola dal 22 al 18% ad esempio.

Viceversa, una moneta svalutata renderebbe i nostri prodotti più convenienti sui mercati internazionali e sul mercato interno, rendendo più difficile per i tedeschi vendere le loro macchine da noi e più conveniente per loro trascorrere da noi le ferie.

Rischio di dazi e ritorsioni da parte dei tedeschi? Imporre dazi sui prodotti provenienti da altri paesi, per loro che sono esportatori netti, sarebbe un boomerang micidiale. La loro economia si regge sulle esportazioni ed è evidente che se loro mettessero dazi sulle importazioni di prodotti americani o italiani, il giorno dopo scatterebbe la ritorsione contro di loro e sarebbero appunto loro ad avere la peggio.

Il punto, ora, è uno solo: si può puntare ad un’uscita ordinata dal rapporto di cambi fissi chiamato euro ed a smantellare progressivamente il mostro Ue per tornare ad una situazione più equilibrata, oppure si può tirare la corda fino a spezzarla, riducendo il continente europeo ad un cumulo di macerie.

Nel secolo scorso i tedeschi ci sono riusciti già due volte, non vorremmo che in occasione del centenario della fine della prima guerra mondiale, il governo tedesco che verrà a formarsi dopo le elezioni politiche di autunno, riuscisse nell’impresa di fare il tris. Per questo motivo diviene fondamentale che i popoli europei votino massicciamente i movimenti nazionalisti che vogliono liberarsi dal quarto reich e che la Germania venga messa nelle condizioni almeno di non nuocere.

Luca Campolongo

Fonti:

http://www.ilgiornale.it/news/economia/futuro-ambasciatore-usa-bruxelles-leuro-ha-diciotto-mesi-1356347.html

http://www.ilgiornale.it/news/politica/col-paese-fuori-dalleuro-si-risparmiano-8-miliardi-1356188.html

http://www.ilnord.it/c-5171_LEURO_E_LA_MONETA_UNICA_TEDESCA_SENZA_LEURO_LO_STATO_ITALIANO_RISPAMIERA_8_MILIARDI_LANNO_CENTRO_STUDI_MEDIOBANCA

Un altro successo dell’Euro e dell’Unione Europea: l’Europa è l’area dove la schiavitù è cresciuta di più nel 2016!!!

 

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Un altro successo dell’Euro e dell’Unione Europea: l’Europa è l’area dove la schiavitù è cresciuta di più nel 2016!!!

La fondazione Thompson Reuters ha pubblicato un report relativo alla situazione della schiavitù nel mondo, intesa come situazione in l’attività lavorativa non viene pagata o viene pagata in modo  assolutamente sproporzionato.

L’Europa è l’area del mondo che ha visto il maggior incremento della  schiavitù , con 5 paesi che appaiono fra i peggiori all’interno dell’unione, cioè Italia, Romania, Grecia, Bulgaria e Cipro. Non si nasconde che quest’incremento sia dovuto alla crisi ed ai forti flussi migratori, ha fatto si che molti di questi uomini, venuti in europa pagando forti cifre , stiano lavorando senza paga, e che perfino il sistema produttivo si sta riadattando alla schiavitù.

Un grande risultato per i governi “Di Sinistra” di Grecia ed Italia,  che sono riusciti a riportare la schiavitù a livelli fra i più alti in Europa.

Nel mondo si calcola vi siano 21 milioni di schiavi, molti dei quali bambini al lavoro forzato, e questi sono i paesi con più elevato livello di sfruttamento  della schiavitù

Corea del Nord , Siria e Sud Sudan guidano la classifica. Ci sono perà paesi come l’India , dal 15mo al 41mo posto, e la Thailandia, dal 21mo al 48mo posto.

tramite: http://www.stopeuro.org/un-altro-successo-delleuro-e-della-ue-lunione-e-larea-dove-la-schiavitu-e-cresciuta-di-piu-nel-2016/

Un solo dato per farVi riflettere e capire: da quando c’è l’Euro le tasse in Italia sono aumentate dell’80%…!

 

Euro

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Un solo dato per farVi riflettere e capire: da quando c’è l’Euro le tasse in Italia sono aumentate dell’80%…!

TASSE IN ITALIA AUMENTATE DELL’80% (AVETE LETTO BENE: 80%) DA QUANDO CI SONO UE E EURO: ANCORA POCO E IL PAESE MUORE

La notizia si può riassumere così: le tasse in Italia sono aumentate dell’80% da quando c’è la Ue ed è diventato operativo l’euro. E non si tratta di un’opinine, ma di un rigoroso studio fatto da esperti in materia. L’ufficio studi della Cgia ne ha individuate un centinaio, un elenco, quello delle tasse pagate dagli italiani, composto da addizionali, accise, imposte, sovraimposte, tributi, ritenute. A un sistema tributario molto frammentato, che continua a tartassare cittadini e imprese, si accompagna un gettito estremamente concentrato in poche voci: le prime 10 imposte, infatti, valgono 421,1 miliardi di euro e garantiscono l’85,3 per cento del gettito tributario complessivo che nel 2015 (ultimo dato disponibile) si e’ attestato a 493,5 miliardi di euro.

“Anche quest’anno – sottolinea Paolo Zabeo, coordinatore dell’ufficio studi Cgia – ciascun italiano paghera’ mediamente 8 mila euro di imposte e tasse, importo che sale a quasi 12 mila euro considerando anche i contributi previdenziali. E la serie storica indica che negli ultimi 20 anni le entrate tributarie nelle casse dello Stato sono aumentate di oltre 80 punti percentuali, quasi il doppio dell’inflazione che, nello stesso periodo, e’ cresciuta del 43 per cento”. Le imposte che pesano di piu’ sui portafogli dei cittadini italiani sono due e rappresentano piu’ della meta’ (il 54,2 per cento) del gettito totale: l’Irpef e l’Iva.

La prima (Imposta sul reddito delle persone fisiche) spolia gli italiani che lavorano di 166,3 miliardi di euro l’anno (il 33,7 per cento ovvero un terzo del totale) mentre la seconda e’ pari a 101,2 miliardi di euro (20,5 per cento). Per le aziende le imposte che pesano di piu’ sono l’Ires (Imposta sul reddito delle societa’), che nel 2015 ha rapinato alle imprese del Paese 31,9 miliardi di euro e l’Irap (Imposta regionale sulle attivita’ produttive) che ha sottratto altri 28,1 miliardi (sempre all’anno).

Ma non è affatto finita qui.

Va altresi’ tenuto conto che la pressione tributaria (imposte, tasse e tributi sul Pil) in Italia (che pesano per un altro 29,6 per cento) e’ la quarta piu’ elevata dell’Area euro dopo la Danimarca, la Svezia (che però non hanno fortunatamente scelto l’euro)  la Finlandia e il Belgio (che invece hanno deciso malauguratamente per loro di averlo) e superiore di ben 6 punti percentuali rispetto a quella tedesca (23,6 per cento). “Si tratta di una posizione ancor piu’ negativa se si considera l’altra faccia della medaglia, ovvero il livello dei servizi che nel nostro Paese deve migliorare moltissimo”.

Va però precisato che Danimarca e Svezia hanno il miglior welfare del mondo e le retribuzioni media sono del 40% più alte delle retribuzioni medie italiane.

Ritornando alla lista delle 100 tasse degli italiani: 1. quella piu’ elevata: l’Irpef;

  1. quella che paghiamo tutti i giorni: l’Iva;
  2. la piu’ pagata dalle societa’: l’Ires;
  3. la piu’ rapinosa per le imprese: l’Irap;
  4. la piu’ singolare: quella applicata dalle Regioni sulle emissioni sonore degli aeromobili (che solo a pensarla verrebbe da ridere, se non fosse invece vera e applicata)
  5. la piu’ lunga (come dicitura): imposta sostitutiva imprenditori e lavoratori autonomi regime di vantaggio e regime forfettario agevolato;
  6. la piu’ corta (acronimi esclusi): bollo auto;
  7. l’ultima grande imposta introdotta: la Tasi;
  8. la piu’ odiata dalle famiglie: la rapina voluta da Mario Monti che passa sotto il nome di Imu e Tasi attualmente applicate sulle seconde e terze case;
  9. le piu’ stravaganti: le imposte sugli spiriti (distillazione alcolici), quelle sui gas incondensabili e sulle riserve matematiche di assicurazione (tasse su accantonamenti obbligatori delle assicurazioni). La tassa annuale sulla numerazione e bollatura di libri e registri contabili e, infine, tutte le sovraimposte di confine applicate dalla dogana (sugli spiriti, sui fiammiferi, sui sacchetti di plastica non biodegradabili, sulla birra, etc.).

E con tutto questo, i conti pubblici non tornano: il debito dello stato italiano continua a salire senza sosta e senza diminuzioni, anzi sta accelerando. I governi Letta-Renzi-Gentiloni hanno fatto crescere il debito pubblico al record assoluto di 2.279 miliardi di euro (dato del mese di luglio 2017). Dal 2013, quando il debito pubblico italiano aveva già raggiunto l’enorme quantità di 2.068 miliardi di euro, il trio di cui sopra l’ha fatto aumentare di altri 210 miliardi di euro.

L’ultimo dato del debito pubblico italiano relativo alla lira, segnava l’equivalente di 1.358 miliardi di euro e si riferisce all’anno 2001. Dal 2001 al 2017, in questi disgraziatissimi 15 anni di euro, il debito pubblico italiano invece di diminuire grazie alla “valuta forte e stabile” come la definì Romano Prodi, è aumentato di quasi 1.000 (mille!) miliardi di euro. Lo stato italiano dal 1861 al 2001 (140 anni) ha accumulato un debito pubblico equivalente a 1.358 miliardi di euro. In 15 anni di euro, siamo alla catastrofe di oggi, nonostante l’aumento mostruso delle tasse, come scrive e documenta la Cgia.

 

tratto da: http://www.stopeuro.org/tasse-in-italia-aumentate-dell80-avete-letto-bene-80-da-quando-ci-sono-ue-e-euro-ancora-poco-e-il-paese-muore/

Ecco il vero piano della Germania: comprare l’Italia prima che crolli l’Euro!

Germania

 

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Articolo di 2 anni fa, ma oggi più che mai attuale

Ecco il vero piano della Germania: comprare l’Italia prima che crolli l’Euro!

La Germania è interessata ad acquisire nel Belpaese i competitor delle proprie grandi aziende, non per investire con/in esse ma semplicemente per eliminare un avversario (pls check); questo verrà provato a breve con lo svuotamento delle attività italiane delle aziende acquisite, prima di tutto in termini di manodopera e di investimenti (nell’arco di circa un triennio); la Germania deve acquistare quel che resta delle imprese italiane – maggior competitor manifatturiero della Germania – prima che l’euro si rompa, onde ovviare alla innegabile competizione della italiana a seguito della svalutazione competitiva che seguirà.

Ecco, questa è in pillole la teoria che Mitt Dolcino ha propugnato nei suoi interventi degli scorsi tre anni; forse bisognerebbe ponderare se avesse/avrà o meno ragione, l’acquisto di Italcementi – il più grande cementiere del sud Europa – è un boccone Angela Merkelenorme. Di più, un vero banco di prova. Vero che su questo sito si era preconizzata l’acquisizione in passato di Enel da parte dei tedeschi. Altrettanto vero che tale “piece of news” pare fosse informazione accurata, peccato che da una parte l’acquirente in pectore tedesco si stia letteralmente liquefacendo a seguito dei suoi enormi errori manageriali e dei pessimi (relativi al settore) risultati di bilancio (…); dall’altra il duo “governo/Ad di Enel” [bravissimo] hanno saputo tessere una tela ramificatissima e pregevolissima che, anche grazie a supporti esterni (Usa, vedasi l’accordo con Ge per il rinnovabile in Nord America) e all’astuzia del governo con le Tlc in fibra allocate al gigante elettrico, ha esteso le coperture della golden share [e della geopolitica che conta] alla nostra multinazionale dell’energia.

Ma ciò non toglie che quello di Italcementi sia un vero simbolo, un passo decisivo nel piano egemonico tedesco, certamente – si teme – solo il primo di una serie: la Germania, avendo compreso che l’euro è destinato a crollare, deve comprare ora le aziende che le fanno concorrenza, soprattutto nella manifattura e soprattutto nel suo settore di elezione, quello primario (cemento, acciaio, energia, autotrazione, chimica etc. ma non nell’oil in quanto ne fu esclusa dopo la sconfitta nell’ultima guerra). O al limite farle chiudere/sperare che chiudano, come la Riva Acciai competitore della iper-problematica ThyssenKrupp (il crollo di Riva a fine del 2011 ha prima di tutto salvato il gigante tedesco dell’acciaio; coincidenza delle coincidenze è che il crollo del nostro gruppo siderurgico sia coinciso con l’alba del governo di Mario Monti e del golpe contro un primo ministro italiano Idemocraticamente eletto, considero il Professore certamente un affiliato o quasi dell’ordoliberismo tedesco, per non dire molto di più).

E – lo ripeterò fino allo sfinimento – la Germania deve acquisire i propri competitor in Ue indeboliti dalla crisi prima che l’euro si rompa, con il fine di evitare che la svalutazione competitiva italiana spiazzi i suoi giganti nazionali. Ben inteso, sarà facile verificare che Heidelberg ha acquisto Italcementi per farla chiudere o comunque per ridimensionarla, eliminando un competitor. Per altro solo l’aspetto fiscale – tasse molto più basse in Germania che in Italia – giustificherebbe la chiusura della maggioranza delle filiali italiane rispetto a quelle meno tassate/vessate in Germania. Verificate gente, verificate se quanto stiamo asserendo si trasformerà in realtà: in particolare occhio all’occupazione di Italcementi nei prossimi tre/quattro anni ed ai tagli che seguiranno, facile prevedere che finirà come Acciai Speciali Terni simboleggiata nel disastro di Torino, bassi investimenti e chiusura progressiva (speriamo che questa volta almeno si eviti la tragedia). Credetemi, questa storia la conosco davvero bene e non temo – purtroppo – smentita nella visione proposta.

E in tutto questo tristissimo epilogo, i nostri politici fanno grande fatica a riconoscere la grave realtà che ci aspetta; questo è l’aspetto più irritante. E soprattutto, a vedere l’ormai evidente protervia tedesca, un piano ben congegnato. Attenti, politici: se la disoccupazione dovesse esplodere per colpa diretta dei tedeschi, stile abbattimento/forte ridimensionamento di Italcementi da parte di Heidelberg, penso che questa volta rischierete davvero di pagarla di fronte ai cittadini, soprattutto vis a vis con le maestranze esodate in forza ad esempio degli effetti del Jobs Act. E ai giovani intraprendenti dico: andatevene da questo paese, se la politica permette che gli stranieri che ci impongono il rigore ci comprino i nostri grandi gruppi a valle all’indebolimento preventivo causato dall’austerity, per voi non c’è futuro. E probabilmente nemmeno per i giovani politici; aspettate per credere, sono pronto a scommettere che da qui a qualche anno saranno loro i responsabili del disastro. Ben inteso, fosse per me chiederei a Mario Monti di emigrare…

Leggi dalla fonte originale Libreidee.org

Diminuire le tasse? SI PUÒ FARE! Basta non avere l’Euro… La lezione dell’Ungheria di Orban – Dal 2010 ad oggi, senza Euro, il peso fiscale è diminuito del 9 per cento!

 

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Diminuire le tasse? SI PUÒ FARE! Basta non avere l’Euro… La lezione dell’– Dal 2010 ad oggi, senza Euro, il peso fiscale è diminuito del 9 per cento!

 

RECORD EUROPEO PER L’UNGHERIA DI ORBAN – Peso fiscale diminuito in Ungheria del 9 per cento dal 2010

L’Istituto Molinari ha certificato il primato della politica fiscale di Orbán, caratterizzata da una semplificazione degli oneri a carico dei contribuenti

CASTA – tanto per farvelo sapere, i dipendenti di Camera e Senato si beccano anche la sedicesima, OVVIAMENTE SEMPRE A SPESE NOSTRE…!!

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CASTA – tanto per farvelo sapere, i dipendenti di Camera e Senato si beccano anche la sedicesima, OVVIAMENTE SEMPRE A SPESE NOSTRE…!!

 

CASTA – tanto per farvelo sapere, i dipendenti di Camera e Senato si beccano anche la sedicesima, OVVIAMENTE SEMPRE A NOSTRE SPESE !!

Ebbene si. Mentre per voi comuni mortali la tredicesima è una boccata d’ossigeno per pagare tasse, mutui e debiti, mentre tra voi comuni mortali ci sono dei fortunati che si godono anche la quattordicesima, per loro non è così!

Loro si sono regalati non dico la quindicesima, ma addirittura la sedicesima !!

Tanto pagate voi comuni mortali (leggi i soliti fessi italioti).

ma la casta è la casta e voi non siete un cazzo !!

Il regolamento sul personale del Senato, all’articolo 17 comma 3, la chiama «indennità compensativa di produttività», ma di fatto equivale a una sedicesima mensilità.

Cioè una mensilità aggiuntiva rispetto alle già quindici mensilità di cui si compone lo stipendio dei dipendenti di entrambi i rami del Parlamento. Oltre alle classiche tredicesima e quattordicesima riscosse a dicembre e a giugno, i lavoratori di Camera e Senato incassano infatti la quindicesima: una mensilità il cui importo viene spalmato nelle buste paga di aprile e settembre.

E non è finita qui: la voce è anche «pensionabile» cioè vale anche nel calcolo dell’assegno pensionistico.

Un di più per nulla scontato se si pensa che le altre voci che compongono lo stipendio dei dipendenti del Senato sono rigorosamente «non pensionabili»: dall’indennità di funzione alle altre indennità e forme di incentivazione. Ed anche il regolamento della Camera su questo punto è preciso: le indennità speciali «non sono pensionabili».

Da: http://siamolagente2.altervista.org/casta-tanto-per-farvelo-sapere-i-dipendenti-di-camera-e-senato-si-beccano-anche-la-sedicesima-ovviamente-sempre-a-nostre-spese/

Ecco perché se salta l’Euro l’Italia rischia poco o nulla…

 

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Ecco perché se salta l’Euro l’Italia rischia poco o nulla…

Salta l’euro? Per l’Italia pochi rischi. Lo studio (francese)

Dall’analisi dell’Osservatorio Economico Francese (OFCE) emerge una conclusione che lo stesso team di studiosi definisce “inaspettata”

Negli ultimi mesi si sono letti report e si sono osservate simulazioni dagli esiti diversissimi fra loro a proposito di un eventuale collasso dell’aera euro e di un conseguente ritorno alle monete nazionali. L’ultimo in ordine di tempo è opera dell’OFCE, l’Osservatorio Economico Francese, e va in controtendenza rispetto alle teorie maggioritarie: secondo lo studio, infatti, i costi di un’uscita dall’Eurozona non sarebbero probabilmente così alti come si è portati a pensare per paesi in deficit come Italia e Spagna, mentre sarebbero più elevati del previsto per i paesi in surplus che potrebbero subire perdite di capitali, una conseguenza di default o svalutazioni.

LO STUDIO – La prima domanda da farsi sul piano prettamente economico è quali sarebbero le conseguenze di un ritorno alla valuta nazionale, che si svaluterebbe alimentando l’inflazione e riducendo il potere di acquisto delle famiglie. Sul breve termine l’impatto sarebbe estremamente negativo, ma sul lungo termine potrebbero esserci vantaggi notevoli per alcuni paesi. La questione più controversa riguarda i debiti privati e pubblici denominati nella nuova moneta. Secondo lo studio, con il ritorno alla lira che si rivaluterebbe dell’1%, l’Italia sarebbe il paese dell’area euro che avrebbe meno problemi economici e che correrebbe meno rischi in termini di debito pubblico. Dopo una svalutazione significativa, la lira sul lungo termine finirebbe per stabilizzarsi e addirittura avrebbe il potenziale di apprezzarsi dell’1% rispetto all’euro.

Non solo: i costi di un’uscita dall’Eurozona, stando ai numeri in oggetto, non sarebbero probabilmente così alti come si è portati a pensare per paesi in deficit come Italia e Spagna, mentre sarebbero piu’ elevati del previsto per i paesi in surplus che potrebbe subire perdite di capitali, una conseguenza di default o svalutazioni.

Addirittura, volendo prendere in considerazione i rischi per i bilanci dei singoli paesi in caso di ritorno alla lira (bilancio del settore pubblico e della banca centrale, bilanci delle aziende private e delle famiglie e bilanci delle banche), l’Italia è l’unico paese che non correrebbe alcun pericolo per i bilanci citati e anche Olanda e Francia presentano rischi bassi, limitati alle aziende non finanziarie e alle famiglie.

 

fonte: http://quifinanza.it/soldi/salta-leuro-per-litalia-pochi-rischi-lo-studio-francese/107830/?ref=libero