Donne, se fate figli è un problema vostro ed è giusto che vi sottopaghino! Capito femmine? Subite e state zitte! Lo dice Vittorio Feltri! …E date pure il vostro voto a chi fa sopravvivere queste carogne arcaiche

 

Donne

 

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Donne, se fate figli è un problema vostro ed è giusto che vi sottopaghino! Capito femmine? Subite e state zitte! Lo dice Vittorio Feltri! …E date pure il vostro voto a chi fa sopravvivere queste carogne arcaiche

Nella comunicazione vige una regola aurea: se un commento, un articolo o un’esternazione sono troppo stupidi, patetici e soprattutto in malafede per essere commentati, la scelta migliore è lasciarli senza risposta, affinché cadano nel dimenticatoio il più presto possibile. L’articolo di Vittorio Feltri sui compensi delle donne e delle madri, pubblicato sul quotidiano Libero, rientrava senz’altro in questa casistica, con l’aggravante di una scrittura da bambino delle medie. Tuttavia, siccome il signore in questione, le cui argomentazioni sul rapporto tra i sessi e le donne hanno purtroppo grande seguito tra gli uomini, è il direttore di un giornale, nonché giornalista assai presente nelle trasmissioni tv, vale il caso di spendere qualche parola sulla sua complessa, sofisticata e brillante argomentazione. Che è la seguente: le donne guadagnano meno, ma il motivo è che fanno figli, e facendo figli si devono assentare dal lavoro e siccome quando si assentano dal lavoro non prendono soldi allora è normale che guadagnino di meno. In più, scrive l’acuta penna, fare figli non è un obbligo ma un hobby come coltivare le patate, per questo le donne – “matrone che sfornano figli” – non possono pretendere, se fanno bambini, di essere retribuite come gli uomini che fanno lavori “veri”, né tantomeno chiedere uno stipendio se vogliono fare le casalinghe. Fine del profondo ragionamento. Che imbarazzerebbe, quanto a connessioni logiche, e soprattutto informazioni sulla realtà, anche un’insegnante di una classe di adolescenti. Ah, dimenticavo, la base finemente filosofica del pezzo di Feltri è che “la natura non è democratica” e quindi le donne devono accettare le asimmetrie senza fiatare.

La prima riflessione da fare su questa non-riflessione è che ovviamente è in totale malafede. Com’è noto Feltri ha figli, maschi e femmine, e nipoti, e non crediamo, ma le interessate ci scrivano se sbagliano, che Feltri consideri le proprie figlie e nuore “matrone sforna figli” e che protesti vivamente, ad esempio telefonando ai loro datori di lavoro, affinché le sottopaghino rispetto agli uomini. Né crediamo consideri i propri nipoti meno che nulla, come invece sembra valutare i figli delle donne comuni, anzi probabilmente sarà un nonno che stravede per i suoi bambini, mentre sembra invece considerare ininfluente che esistano o non esistano i bambini di altri. È la solita miopia dei potenti, nella storia ce ne sono stati a milioni così. Affettuosi e amorevoli con i propri amati, sprezzanti verso il popolo senza nome né volto.

Ma veniamo all’ “argomentazione”. Non essendo ancora possibile per le donne autofecondarsi è del tutto evidente che un figlio si faccia in due. Ora non è chiaro perché la donna che deve portare avanti la gravidanza dovrebbe essere penalizzata a scapito dell’altro genitore che ci ha messo solo il seme. Il “ragionamento” di Feltri è che la natura è antidemocratica e che quindi bisogna accettare che chi porta la pancia sia penalizzato. Ma si tratta di una tesi che è eufemistico definire rischiosa. Se infatti vogliamo azzerare la scienza e la cultura, che servono appunto a compensare le iniquità della natura, proteggendo i più deboli e portando eguaglianza di diritti e di opportunità, dobbiamo immaginare un mondo selvaggio dove non esista alcuna legge né diritto, e il più forte prevalga sul più debole. Non credo che questo convenga al direttore di Libero, il quale, essendo anziano e dunque debole, sarebbe prontamente spazzato via dalla prima belva, ma che dico, belvetta. Viceversa si tratta del solito vecchio vizio di giocarsi le carte, in questo caso quella della natura, solo quando fanno comodo e sono a proprio favore, salvo riporle dentro la tasca quando invece potrebbero risultare scomode o a sfavore. Il meno che si possa dire è che si tratti o di ipocrisia o di ignoranza.

Ma parlando di ignoranza. A Feltri manca qualche elementare nozione di diritto del lavoro. Perché dovrebbe sapere che quando una donna va in maternità esiste un istituto di previdenza che paga il suo stipendio al datore di lavoro, mentre la donna riceve uno stipendio, sempre pagato anche con suoi contributi. Tutto questo serve proprio a garantire una continuità sia al datore di lavoro che alla donna, che quando ritorna dovrebbe trovare lo stesso posto e lo stesso stipendio di prima. Non è chiaro dunque perché la paga della donna che fa figli dovrebbe essere inferiore a quella di un uomo di identica mansione che i figli li fa, ma senza andare in maternità. O forse la carriera si gioca tutta in quei pochi mesi – trovatemi una donna che oggi va in maternità per anni – in cui una madre è assente? Invece Feltri ci dovrebbe spiegare, ma ovviamente non è in grado, perché a parità di mansione le donne, tranne che nei settori pubblici o molto protetti, guadagnino meno degli uomini, perché inoltre abbiano stipendi molto più precari, perché prendano pensioni ridicole in confronto a quelle degli uomini. E tutto questo,  anche senza figli (oggi una su due donne resta senza) o facendo uno – uno! – solo. L’unica spiegazione possibile è che le donne italiane sono penalizzate sui luoghi di lavoro esattamente in quanto donne, e non a caso tutti gli indicatori internazionali ci mettono agli ultimi posti quanto a gender gap (che per Feltri non esiste), retribuzioni femminili, povertà femminile e insieme, paradossalmente, numero di figli.

E veniamo all’ultima argomentazione. Da quanto dice Feltri, i figli in sé non sono un valore. Che ci siano o meno non cambia nulla. Che le donne li facciano o meno non cambia nulla. Sono un hobby come il suo, quello dell’orto, solo una questione privata. Evidentemente, il direttore di Libero ignora l’esistenza di una disciplina che si chiama demografia. E che misura la salute di una società proprio in base alla questione del ricambio tra generazioni. L’Italia è in una situazione gravissima, perché si trova in una sorta di piramide rovesciata, dove a pochi giovani corrispondono tantissimi anziani. Detto in soldoni, questo significa che tra poco per dieci anziani che prendono pensione e hanno bisogno di qualcuno che li curi ci saranno molti meno giovani di quelli che sarebbero necessari. Vorrebbe Feltri essere uno di quelli a cui non capita l’assistenza, e quindi rimanere sia senza pensione sia senza qualcuno che gli pulisca la bava quando non potrà farlo da solo? Non credo. Dovrebbe essere grato a quella donna che ha partorito quel figlio che presto lo imboccherà? Credo di sì. E credo, anzi sono sicura, che fare quel figlio non sia una questione privata, appunto, ma pubblica. Ma se è pubblica lo Stato deve mettere le donne in condizioni di fare figli, oltre che favorirle il più possibile quando intendano farlo, come d’altronde in tutti i paesi civili del mondo. E tutto questo solo da un punto di vista utilitaristico, al netto cioè della felicità che un figlio porta a livello individuale e collettivo.

L’ultima battuta è sul “lavoro vero”, l’unico che secondo Feltri dovrebbe essere pagato. C’è da chiedersi se sia più vero il lavoro di un giornalista che se ne sta comodo sulla sua sedia a scrivere commenti come questo, peraltro riccamente finanziato da fondi pubblici, o quello di una madre precaria che oltre a lavorare, magari andando alle sei del mattino a pulire le scale del Feltri-condominio, tira su due figli che presto saranno utili alla società. Ma su questo spero che i commentatori di questo blog non abbiano dubbi. Possiamo avere parere diversi sui ruoli dell’uomo e della donna e sulle istanze delle femministe. Ma dovremmo invece avere opinioni identiche sui deliri di un giornalista al quale bisognerebbe obiettare una cosa sola: mi scusi, ma lei che cazzo sta dicendo?

www.elisabettaambrosi.com
Per contattarmi: elisabetta.ambrosi@gmail.com
Guarda il mio video: 1 minuto per raccontarvi chi sono

 

tratto da: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/28/donne-se-fate-figli-e-un-problema-vostro-ed-e-giusto-che-vi-sottopaghino/4118468/

Lettera di una maestra: “Ai nostri politicanti piace tanto parlare di donne, ne stanno lasciando 60’000 a casa”

 

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Lettera di una maestra: “Ai nostri politicanti piace tanto parlare di donne, ne stanno lasciando 60’000 a casa”

 

Care tutte e tutti,

sono una maestra che lavora ormai da anni nella scuola. Sono coinvolta nel disastro che sta succedendo agli insegnanti della scuola primaria in questi giorni.  Mi rendo conto che, dietro i tecnicismi giuridici, forse la situazione non è chiara, provo a riassumere cosa ci sta capitando.

Dal 1923 al 2002, ovvero fino a quando è esistito l istituto magistrale, tutte le maestre e maestri italiani hanno avuto come qualifica per poter insegnare il diploma magistrale che è un’abilitazione all’ insegnamento come da parere del consiglio di stato n 3813 dell’ 11/09/13, recepito con decreto dal presidente della repubblica. Infatti gli insegnanti avevano fatto ricorso, in quanto negli anni precedenti i diplomati magistrali erano stati collocati nelle graduatorie di terza fascia, ovvero quella per i non abilitati. Successivamente molti diplomati avendo ottenuto questo riconoscimento, hanno intentato un altro ricorso contro diniego di accesso alle gae 2014, le graduatorie per cui si accede al ruolo tramite scorrimento, in quanto appunto abilitati.

Nel frattempo gli stessi insegnanti mandavano avanti la scuola ormai da anni, tra le mille difficoltà che tutti conoscete.

L’ impugnazione della Graduatoria ad Esaurimento 2014 (Gae) termina con svariati provvedimenti cautelari a favore dei richiedenti, che nelle tornate di immissione in ruolo a settembre 2015 e 2016 vengono assunti in ruolo con riserva, mentre gli altri aspettavano di accedervi nelle tornate successive, ovviamente continuando a lavorare con supplenze annuali.

Il 15 novembre 2017 si riunisce l’adunanza plenaria del consiglio di stato per mettere un punto a questa situazione e, anziché sciogliere la riserva, contraddicendo se stesso (aveva emesso ben 7 giudizi positivi!) il tribunale rigetta le richiesta dei diplomati magistrali con un vero e proprio licenziamento di massa. Si tratta di circa 60’000 persone coinvolte, tra già immessi in ruolo e precari in attesa di ruolo in tutta Italia!   Neanche la speranza di fare le supplenti a vita! Infatti la legge 107, la cosiddetta buona scuola, impone il non rinnovo dei contratti dopo l’accumulo di 36 mesi di servizio. Quest’ altra schifezza è stata prodotta da Renzi ed il suo governo per arginare una sentenza della corte europea che condannava il precariato nella scuola italiana imponendo di assumere tutti i docenti che avevano tre anni di lavoro nella scuola….

Dunque si profila un danno duplice per lavoratori ed alunni che perderanno i loro insegnanti. In realtà siamo di fronte ad una vera emergenza sociale! Ai nostri politicanti piace tanto di questi tempi parlare di donne, millantando iniziative e leggi varie. Intanto ne stanno lasciando 60’000 in mezzo ad una strada dopo averle sfruttate per anni ed anni come precarie!

Non credano che staremo a guardare, abbiamo capito che con i ricorsi non si conquistano diritti, anzi si perdono, abbiamo capito che l’ unica strada è la LOTTA.

A Torino ci sono stati già dei presidi, uno il 27 dicembre ed uno il 3  gennaio. Abbiamo dimostrato la nostra rabbia, bloccato il traffico, improvvisato cortei. Ma è solo l’inizio! Sciopereremo il primo giorno di rientro dalle vacanze, l’8 gennaio. Lo sciopero è dichiarato per tutto il comparto scuola, dunque anche i colleghi della scuola secondaria potranno solidarizzare. Già arrivano le adesioni allo sciopero e molte scuole rimarranno chiuse!

Mando quindi un ringraziamento alle molte colleghe e colleghi che nonostante la loro cattedra sicura sciopereranno insieme a noi! E grazie anche ai genitori che ci stanno sostenendo con la partecipazione ai presidi, lettere alle scuole e ai dirigenti.

Carmen

 

tratto da: https://www.infoaut.org/saperi/lettera-di-una-maestra-ai-nostri-politicanti-piace-tanto-parlare-di-donne-ne-stanno-lasciando-60-000-a-casa

 

25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne – Gli Italiani indignati vicino alle donne, almeno quando non hanno di meglio da fare: “Turismo sessuale, italiani al mondo: padri di famiglia a caccia di donne e bambini”

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25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne – Gli Italiani indignati vicino alle donne, almeno quando non hanno di meglio da fare: “Turismo sessuale, italiani al mondo: padri di famiglia a caccia di donne e bambini”

 

ROMA – Sono così piccole da non raggiungere in altezza l’anca dei predatori che se le vanno a comprare nei bordelli, e poi le stuprano, e prima trattano il prezzo parlando quasi sempre lingue occidentali, e 80.000 volte all’anno in media la lingua è l’italiano.
Sono così leggere che a prenderle in braccio pesano poco più di un bebè.
Sono così truccate che sembrano bimbe a Carnevale. Sono così sottili che, se non fossero coperte di stracci succinti e colorati, indosserebbero le taglie più piccole degli abitini per bimbi occidentali. Le stuprano, tra gli altri, certi italiani che a casa sembrano gente qualunque, gente a posto. Che mai e poi mai potreste riconoscerli dal modo di fare, dalla morfologia.Figli, mariti, padri, lavoratori. E poi un aereo. E poi in vacanza al Sud del mondo. E poi diventano il demonio. Italiani, tra quelli che ”consumano” di più a Santo Domingo, in Colombia, in Brasile. Italiani, i primi pedofili del Kenya. Attivissimi, nell’olocausto che travolge 15.000 creature, il 30 per cento di tutte le bambine che vivono tra Malindi, Bombasa, Kalifi e Diani. Piccole schiave del sesso per turisti. In vendita a orario continuato, per mano, talvolta, dai loro genitori. In genere hanno tra i 14 e i 12 anni. Ma possono averne anche 9, anche 7, anche 5. Minuscoli bottini per turisti. Burattini di carne da manipolare a piacimento. Foto e filmati da portare a casa come souvenir. Costa quanto una buona cena o un’escursione. Puoi fare anche un pacchetto all inclusive: alloggio, vitto, viaggio, drink, preservativi e ragazze per un tot. Puoi cercare nei forum in Rete le occasioni, ci sono i siti apposta.
Puoi scegliere tra ”20 mixt age prostitutes”, dalla prima infanzia in su. Puoi avere anche le vergini, mille euro in più. E poi torni da mamma, dai figli, dalla moglie, in ufficio. E poi bentornato, e quello che è successo chi lo sa?
L’allarme è dell’Ecpat, l’organizzazione che in 70 Paesi del mondo lotta da sempre contro lo sfruttamento sessuale dei bambini: sono sempre di più, i vacanzieri che vanno a caccia di cuccioli umani nei Paesi dove, per non morire di fame, si accetta ogni tortura. Sono un terzo dei tre milioni di turisti sessuali in tutto il mondo. Sempre più giovani, tra i 20 e i 40 anni. Sempre più depravati per scelta, e non per malattia. Solo il 5 per cento di loro, infatti, è un caso patologico. Gli altri, informa l’Ecpat, lo fanno per provare un’emozione nuova, in modo occasionale (60%), oppure abituale (35%).
E il demonio si sta mobilitando in Brasile, per rifornire il mercato, sebbene i bimbi sfruttati siano già 50.000. L’impennata arriverà coi Mondiali di calcio del 2014. «La settimana prossima ci incontreremo a Varsavia -racconta Marco Scarpati, direttore di Ecpat Italia- per pianificare, assieme alle Polizie di tutto il mondo, qualcosa che impedisca una replica, in Brasile, di quanto avvenne in Ucraina nel 2010 e in Sudafrica nel 2012: il racket trasportò bambini da tutti i territori circostanti, per accontentare la richiesta. Purtroppo tutto questo accade sempre, in occasione di eventi sportivi. E i controlli sono spesso labili, insufficienti, inefficaci». Ecco perché domenica, al grido Un altro viaggio è possibile, una marcia ciclistica lungo le strade di 29 città, organizzata dall’Ecpat e dalla Fiab, porterà in giro l’indignazione contro lo sfruttamento sessuale dei bambini. Pedalando, si segnalerà che questa è un’emergenza. Che un milione e duecentomila bimbi sono sfruttati nel sesso, nell’accattonaggio, nei lavori forzati. Stime ufficiali, queste. Quelle ufficiose propongono ben altri conti: solo i piccoli schiavi del sesso sarebbero almeno due milioni. Ognuno di loro frutterebbe 67.200 dollari all’anno. Per il racket, il budget complessivo supererebbe i trenta milioni di dollari all’anno.

E a chi non ha i soldi per il viaggio, basta girare l’angolo: tra i 10 e i 12.000 di quei bambini si trovano in Italia. Migranti. Nomadi. Minori non accompagnati. In vendita a casa nostra, per le nostre strade, o anche su ordinazione. Solo a voler guardare. Solo a voler sapere.

Fonte: da Il Messaggero di Giovedì 6 Giugno 2013.

…ma digitate su Google “Turismo sessuale, italiani al primo posto” e ne troverete tanti altri simili !!|

Abbiamo (e ci teniamo) un Ministro della Sanità che ha detto: “L’ISTRUZIONE DELLE DONNE È UNO DEI MOTIVI CHE HANNO PORTATO ALLA SCELTA EGOISTICA DI NON FARE FIGLI” e voi oggi Vi lamentate della violenza sulle donne?

 

Lorenzin

 

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Abbiamo (e ci teniamo) un Ministro della Sanità che ha detto: “L’ISTRUZIONE DELLE DONNE È UNO DEI MOTIVI CHE HANNO PORTATO ALLA SCELTA EGOISTICA DI NON FARE FIGLI” e voi oggi Vi lamentate della violenza sulle donne?

“L’ISTRUZIONE DELLE DONNE È UNO DEI MOTIVI CHE HANNO PORTATO ALLA SCELTA EGOISTICA DI NON FARE FIGLI”

Non lo ha detto un Talebano. Neanche un capo dell’Isis.

Questa frase non viene da molto lontano.

La ha proferita, testuale, il nostro Esimio Ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin.

Ovviamente, come spesso capita quando “uno di loro” dice una puttanata, dal web scompaiono articoli, video e testi.

A questi link potete rileggere alcuni dibattiti parlamentari (in cui la Taverna del M5s giganteggia) in cui la dichiarazione del sedicente Ministro Lorenzin viene riportata testuale (e mai smentita)

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&leg=17&id=00991600&part=doc_dc-ressten_rs-gentit_ddm100626100639100641100644e100645cpims-intervento_tavernam5s&parse=no

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&leg=17&id=00991600&part=doc_dc-ressten_rs-gentit_ddm100626100639100641100644e100645cpims&parse=si

E allora di che stiamo parlando?

Di violenza sulle donne?

Ma fateci il piacere…

 

by Eles

 

Le donne in pensione a 66 anni e 7 mesi (valore più alto in Ue): lo ha deciso chi può andare in pensione con 4 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi (valore più basso in Ue)…!!!

pensione

 

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Le donne in pensione a 66 anni e 7 mesi (valore più alto in Ue): lo ha deciso chi può andare in pensione con 4 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi (valore più basso in Ue)…!!!

 

Pensione 2018 donne a 66 anni e 7 mesi: lo decide chi può andare in pensione con 4 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi

Chi stabilisce che l’età pensionabile degli italiani deve aumentare è immune dagli aumenti.

Dal primo gennaio 2018 le donne lavoratrici del settore privato potranno accedere alla pensione di vecchiaia con 66 anni e 7 mesi di età unitamente ad almeno 20 anni di contributi. Il nuovo aumento dell’età pensionabile porta ad un’unificazione dell’accesso alla pensione di donne del settore pubblico, privato e uomini così come previsto dalla riforma Fornero che ha tolto, pian piano, alle donne lavoratrici i vantaggi di cui godevano per l’accesso alla pensione di vecchiaia.

Età pensionabile in aumento ma non per tutti

Si tratta dell’età pensionabile per accedere alla pensione di vecchiaia più alta d’Europa con la previsione di ulteriori aumenti nel 2019 per l’adeguamento alla speranza di vita. Anche se i sindacati insistono chiedendo di rinunciare all’aumento del 2019, l’esecutivo continua a parlare di disponibilità economiche limitate a causa del progetto di ridurre l’accesso alla pensione anticipata con l’Ape Sociale con 28 anni di contributi per le donne, invece di 30.

Quello che è da tenere presente è che le donne sono la categoria più penalizzata per l’accesso alla pensione a causa delle carriere discontinue dovute a maternità e cura familiare.

Intanto che l’età pensionabile delle donne aumenta, mentre si parla dell’aumento ulteriore previsto per il 2019, ci sono categorie di lavoratori che non sono toccati da queste normative e da queste leggi. Si tratta di coloro che le leggi le studiano e le approvano. I parlamentari, coloro che votano le leggi che stabiliscono a che età possono andare in pensione i cittadini,  possono andare in pensione a 65 anni, con soli 5 anni di mandato (e quindi di contributi versati) che si riduce a 4 anni 6 mesi e 1 giorno. L’età pensionabile dei parlamentari, tra l’altro, con due mandati si riduce a 60 anni. Per i parlamentari, inoltre, non è previsto l’adeguamento alla speranza di vita che porta all’aumento dell’età pensionabile.

Pensioni lavoratori ordinari: l’ingiustizia di chi legifera

I comuni cittadini, per accedere alla pensione con 5 anni di contributi devono aspettare di compiere 70 anni e 7 mesi mentre i parlamentari possono permettersi di accedere alla pensione di vecchiaia con 5 anni di anticipo rispetto ai lavoratori ordinari, anni di differenza che diventano 10 in presenza di 2 mandati parlamentari senza soffermarci sulle iniquità degli importi di tali pensioni rispetto a quelle dei lavoratori ordinari. Si parla di molti soldi per soli 5 anni di contributi mentre i lavoratori ordinari devono sudare la propria pensione accumulando anno dopo anni i contributi versati. Il problema non scaturisce dal sistema di calcolo delle pensioni ma dalle indennità percepite dai parlamentari nel corso dei mandati. Per contenere i costi e permettere all’esecutivo di avere le disponibilità economiche mancanti forse sarebbe il caso di rivedere proprio le indennità percepite dai parlamentari: riducendosi le indennità si riduco, di conseguenza, anche i contributi versati e, quindi, i vitalizi percepiti che sarebbero ridotti.

Forse, ma è soltanto il pensiero di chi vede nel sistema una grossa ingiustizia, i parlamentari dovrebbero legiferare sulla pensione degli altri lavoratori mettendosi allo stesso livello: percependo gli stessi stipendi, le stesse pensioni e lavorando gli stessi anni e solo a quel punto potrebbero sapere di cosa si sta parlando e di quale ingiustizia comporti il continuo aumento dell’età pensionabile a fronte di pensioni sempre meno dignitose.

Questo articolo vuole essere il nostro contributo nel dar voce alle numerose polemiche che ci sono giunte al riguardo dai nostri lettori indignati.

tratto da: https://www.investireoggi.it/fisco/pensione-2018-donne-66-anni-7-mesi-lo-decide-puo-andare-pensione-4-anni-6-mesi-1-giorno-contributi/?refresh_ce

Una follia tutta Italiana: tasse più alte alle donne che fanno figli …e ricordiamo che siamo il Paese Europeo col tasso di natalità più basso!

 

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Una follia tutta Italiana: tasse più alte alle donne che fanno figli …e ricordiamo che siamo il Paese Europeo col tasso di natalità più basso!

 

FOLLIA FISCALE DI UN PAESE ALLO SBANDO: TASSE PIÙ ALTE ALLE DONNE CHE FANNO FIGLI

Titti Di Salvo, responsabile del «Dipartimento mamme» del Pd, questi numeri dovrebbe conoscerli a memoria. Sono contenuti in un rapporto dell’Ocse sulle tasse che gravano sul reddito delle donne con figli e…

sorpresa (si fa per dire), in Italia c’è una paradossale contraddizione: è il Paese con il tasso di natalità tra i più bassi d’Europa (1,32 rispetto a una media Ue di 1,58) ed è anche quello nel quale il reddito di una donna sposata con figli paga più tasse rispetto a quello di una donna sposata senza figli. Negli altri grandi Paesi europei non è così. Le donne sposate con figli pagano la stessa percentuale di tasse rispetto alle donne sposate senza figli o, nel caso della Francia, ne pagano meno. Da noi, invece, aver fatto due figli comporta un prelievo complessivo sul reddito della mamma del 30,5%. Una donna senza figli paga, invece, solo il 27,2%. Fiscalmente parlando converrebbe avere figli fuori dal matrimonio: in Italia una single con figli paga solo il 15,6% di tasse, meno di Francia e Germania, ma più di Spagna (9,9%) e, soprattutto, Gran Bretagna (3,5%).

Se davvero il «Dipartimento mamme» del Pd vuole raggiungere l’obiettivo di migliorare la vita delle donne con figli, dovrebbe partire proprio da qui: dal riequilibrio del prelievo fiscale, mentre dovrebbe dare meno credito a uno degli storytelling di maggior successo nel dibattito pubblico, quello della differenza di reddito tra donne e uomini. L’Eurostat, a marzo di quest’anno, ha diffuso i dati sulla differenza di paga oraria lorda tra uomini e donne in tutti i Paesi europei. E quello che risulta è che siamo il Paese «più uguale» d’Europa. Da noi un uomo viene pagato solo il 5,5% in più rispetto a una donna. Nei Paesi nordici la differenza retributiva supera il 17% in Finlandia, è del 16,1 in Olanda e del 15,1% in Danimarca. Per di più la differenza di reddito tra uomini e donne è in calo da anni.

Come è possibile che l’Italia sia il Paese dove la differenza retributiva tra maschi e femmine è la più bassa d’Europa? In parte è dovuto alla maggior presenza delle donne nel mondo della Pubblica amministrazione, dove la differenza retributiva è ancora più bassa, appena il 2,9%.

Un «gioco statistico» che però vale solo in parte, anche perché se prendiamo il settore privato (dove lavorano più uomini che donne) la differenza sale, è vero, al 19%, ma resta comunque tra le più basse d’Europa; inferiore a quella della Germania, dove gli uomini prendono addirittura il 24% in più delle donne, o dell’Olanda, 21,8%.

Ma le donne nel settore pubblico, oltre ad essere tante (il 62% del totale), sono anche quelle che si recano meno volte al lavoro rispetto agli uomini. Il ministero dell’Economia è andato a vedere il numero di giorni di assenza dal lavoro (considerando solo i contratti a tempo indeterminato) e ha verificato quanti di quei giorni erano da imputare alle donne e quanti agli uomini.

E ha scoperto che le donne, anche perché sono di più, si assentano più giorni degli uomini per tutti i tipi di motivi tranne che per uno: le ferie. Il 57,3% dei giorni di ferie dei dipendenti della Pa è goduto da uomini, mentre in tutti gli altri casi sono le donne ad avere il primato. Anche quando si parla di sciopero: il 71,2% delle giornate perse in scioperi è stato perso da donne.

Le donne che, invece, non scioperano mai, pur rappresentando l’87,7% della forza lavoro, sono quelle inquadrate come colf. Che sono sempre meno. Quelle che hanno effettuato almeno un versamento all’Inail nel corso dell’anno, erano oltre un milione nel 2012, scese a 886.125 tre anni dopo. Tra queste anche 16mila ultra 65enni e un migliaio di under 19.

La vera discriminazione, quindi, non si ha tanto sul posto di lavoro, ma piuttosto al registratore di cassa di un negozio. Non esistono studi analoghi per quanto riguarda l’Italia, ma è esperienza comune il fatto che anche in Italia, come ha rilevato la ricerca del Dipartimento per la difesa dei consumatori della città di New York, i beni e i servizi di consumo costano di più quando vengono declinati nella loro versione femminile.

E questa diseguaglianza inizia fin da neonati. Ad esempio: un giocattolo per femminucce costa più di un giocattolo per maschietti; un vestito per una bambina costa di più di un vestito per un bambino. E quando si diventa grandi le cose non cambiano: un paio di jeans da donna costa più di un paio di jeans da uomo, idem per gli shampoo e i rasoi, perfino per il caschetto da bici da donna.

Gli inglesi chiamano queste differenze di prezzo «Pink tax», «tassa rosa», salita agli onori delle cronache per la proposta di legge presentata da Pippo Civati l’anno scorso che proponeva che l’Iva sugli assorbenti femminili passasse dal 22% (la tipica aliquota dei beni voluttuari) al 4% (quella dei beni di prima necessità). Ma non se ne è fatto niente.

Fonte: qui

Un particolare del caso Bossetti che con Bossetti non centra niente: siamo nell’anno del Signore 2017, un giornalista alla moglie “Lei guarda video porno?” “Ci sono cose che una donna non fa”, “le devono togliere i figli…” Perchè ancora nel 2017 l’uomo è uomo e “Ci sono cose che una donna non fa”…che schifo!

moglie

 

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Un particolare del caso Bossetti che con Bossetti non centra niente: siamo nell’anno del Signore 2017, un giornalista alla moglie “Lei guarda video porno?” “Ci sono cose che una donna non fa”, “le devono togliere i figli…”  Perchè ancora nel 2017 l’uomo è uomo e “Ci sono cose che una donna non fa”…che schifo!

Al processo contro Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio, come molti di voi sapranno, si è parlato di ricerche su siti porno fatte sul computer della famiglia. Anzi, all’inizio si parla di “ricerche pedopornografiche”, ma poi gli investigatori dei Carabinieri sono costretti ad ammettere che no, di quelle non ce ne sono.
E insomma, a un certo punto chiamano la moglie di Bossetti, Marita, a testimoniare e, lei dal banco dei testimoni, a testa alta, dichiara: “Quelle ricerche le ho fatte io”. “Lei?”, le chiedono. E Marita risponde: “Sì, io, che c’è di male?”.
Oggi è in edicola il nuovo numero di “Gente”, con un’intervista esclusiva a Marita da parte del giornalista Pino Belleri.
Belleri a un certo punto si giustifica per il fatto che il suo giornale, tempo addietro, abbia pubblicamente chiesto che gli assistenti sociali togliessero la patria potestà a Marita a causa di quelle ricerche porno.
Oggi Belleri le chiede se davvero è stata lei a fare quelle ricerche, o se si è “immolata” per il marito. Marita risponde che sì, le ha fatte lei, perché?
E lui: “Ci sono cose che una donna non fa”.
Nel 2017. Su un giornale letto da centinaia di migliaia di persone: “Ci sono cose che una donna non fa”.
Nel 2017. E nessun ordine, nessuna istituzione si preoccupa che un settimanale popolare ritenga – e scriva nero su bianco – che a una donna che fa ricerche porno in privato debbano essere tolti i figli.”

 

By Eles (un UOMO che si vergogna di essere uomo quando in giro ci sono merde (maschili) del genere…!

fonte: dal Web

Il governo Pd-Gentiloni-Renzi depenalizza lo Stalking, i colpevoli saranno colpiti con una multa… E quei bastardi già tremano…

Stalking

 

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Il governo Pd-Gentiloni-Renzi depenalizza lo Stalking, i colpevoli saranno colpiti con una multa… E quei bastardi già tremano…

Roma – Infuria la polemica sulla nuova legge sulla riforma penale che prevede che chi è colpevole di stalking, se paga una somma adeguata, può vedersi estinto il reato. Una batosta per le donne vittime di minacce e molestie. «Lo Stato non può tradire le donne due volte, prima esortandole a denunciare e poi archiviando le denunce, o peggio, a depenalizzare il reato di stalking». La denuncia arriva da Loredana Tadde i, Responsabile nazionale delle Politiche di Genere di Cgil, Liliana Ocmin, Responsabile del coordinamento nazionale donne Cisl e da Alessandra Menelao, Responsabile nazionale dei centri di ascolto della Uil.

Le tre sindacaliste segnalano di avere scoperto che «nella legge di riforma del codice penale, approvata il 14 giugno 2017, si prevede l’introduzione di un nuovo articolo: il 162 ter, che prevede l’estinzione dei reati a seguito di condotte riparatorie. Uno di questi reati è lo stalking. Senza il consenso della vittima l’imputato potrà estinguere il reato pagando una somma se il giudice la riterrà congrua, versandola anche a rate». «Si presume – aggiungono – che la legge sia estesa a tutti i reati contro la persona che prevedono una pena di 4 anni di condanna. Un’assurdità di una gravità assoluta, peraltro, in totale contrasto anche con la Convenzione di Istanbul».

«Quante donne uccise o perseguitate dobbiamo contare dopo che questa nuova norma verrà pubblicata in Gazzetta Ufficiale? Indipendentemente dalla volontà della vittima basterà al reo presentare un’offerta risarcitoria che sia congrua per il giudice, e magia delle magie, il reato verrà estinto. Il reato di stalking – concludono – non può essere depenalizzato in un paese come l’Italia dove ogni due giorni viene uccisa una donna e che ha registrato nel 2016 120 femminicidi. E dove evidentemente non c’è la volontà politica di combattere questa mattanza».

Sulla necessità di un intervento correttivo interviene anche Eugenio Albamonte, segretario dell’Associazione nazionale magistrati: «Al di là della gravità della possibile estinzione del reato introdotta dall’articolo 162 ter per lo stalking, c’è una forte sperequazione tra i termini di custodia cautelare e quelli della pena. Perché con la nuova norma lo stalker può essere arrestato, ma poi attraverso una sanzione pecuniaria può ottenere l’estinzione del reato».

«Si tratta di un grave errore contenuto nella legge di riforma del codice penale da poco approvata in Parlamento cui occorre porre prontamente rimedio. Un arretramento ingiustificato e ingiustificabile, che permette una indebita interferenza del giudice sulla percezione della persona offesa, lesa nella sua dignità» aggiunge Maria Cecilia Guerra, capogruppo di Articolo Uno – Movimento Democratico e Progressista al Senato. «Se non immediatamente corretta questa norma non farà che amplificare il senso di solitudine e sfiducia nella possibilità di trovare aiuto nelle istituzioni da parte delle donne vittima di stalking e violenza», conclude Guerra.

fonte: http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2017/06/28/ASPWkQ7H-stalking_polemica_depenalizzazione.shtml