Hai figli? Stai per averne? Non sei una lavoratrice gradita! Il rapporto choc… E un grazie di cuore a chi ci governa!

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Hai figli? Stai per averne? Non sei una lavoratrice gradita! Il rapporto choc… E un grazie di cuore a chi ci governa!

 

‘Hai figli? Stai per averne? Non sei una lavoratrice gradita’. Il rapporto choc

Questo uno dei leit-motiv delle oltre seicento donne che si sono rivolte nel corso del tempo all’ufficio dell’ex consigliera di Parità della Regione Puglia, per denunciare le discriminazioni subite sul posto di lavoro. Dalle molestie alle mosse illegali

DI MAURIZIO DI FAZIO
Al tempo del mio insediamento, l’ufficio non era molto conosciuto sul territorio. E le risorse quasi azzerate per un maschilismo strisciante. Ho lavorato quasi da volontaria, consapevole che spesso le Consigliere sono l’ultimo baluardo di ascolto e difesa delle donne. E dire che la normativa europea (una direttiva del 2006 recepita con un decreto legislativo del 2010) ci ha reso ancor più protagoniste nella battaglia contro le discriminazioni di genere”. Per nove anni, fino al 2016, Serenella Molendiniè stata la Consigliera di parità della Regione Puglia e ha deciso di cristallizzare la sua esperienza in un volume intitolato “Pari opportunità e diritto antidiscriminatorio”. Radiografia di una regione, e di una nazione, sensibilmente in ritardo in tema di eguaglianza tra i sessi sul posto di lavoro. E tutto questo nel quarantennale della legge Anselmi sulla Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro. La parità di partenza e di accesso resta un concetto astratto, così come la qualità delle condizioni e delle opportunità lungo il percorso. Anche il gap salariale di gender non accenna a diminuire, specialmente nel settore privato. Le donne italiane si laureano più degli uomini, compresi master e specializzazioni post-universitarie, ma guadagnano di meno e il numero di quelle che arrivano a posizioni di vertice non tocca il 20 per cento del totale. È quasi impossibile superare il cosiddetto “soffitto di cristallo”. L’ascensore è bloccato, il 40 per cento è assorbito da mansioni di segretariato, dilagano i contratti precari tra le ragazze dai trenta ai quarant’anni.

Il fardello che inibisce la libertà di carriera e la tranquillità in ufficio o in fabbrica delle donne è sempre lo stesso: la maternità. La maggior parte delle seicento donne che hanno bussato alla porta della Molendini lamenta che sia stata proprio questa la causa della discriminazione o del licenziamento subito. Le aziende tendono a mettere subito le cose in chiaro: se hai dei figli, e soprattutto se stai per averne qualcuno, non sei una lavoratrice gradita.

Così il colloquio non andrà a buon fine, o inizieranno rappresaglie programmatiche se già assunte. Molte neo-mamme non ce la fanno a sopportare un clima di terrorismo psicologico, e gettano la spugna: licenziamenti mascherati da “scelte autonome”.

Nel 2008 le donne pugliesi che si dimettevano dal lavoro dopo la maternità erano 666. Adesso sono 1587. L’aut-aut tra lavoro e maternità è ancora un’usanza invalsa nel mezzogiorno, ma a soffrire di questa “superstizione” antimoderna è un po’ tutta la penisola. E si cerca perfino di ignorare il divieto di licenziamento, previsto per legge, durante la gravidanza e fino al compimento di un anno di età del bambino. Senza contare gli episodi di molestie sessuali, mobbing, trasferimenti forzati, maltrattamenti verbali, minacce e negazioni di orari flessibili, demansionamenti e riduzioni arbitrarie dello stipendio.

“Attraverso il lavoro di questi anni si è avuta la piena consapevolezza che le denunce pervenute rappresentino solo la punta dell’iceberg di un sommerso impalpabile” scrive Serenella Molendini nel suo report. Istituite nel 1991, il ruolo delle Consigliere regionali di parità è decollato solo negli ultimi dieci-quindici anni: oggi sono delle pubbliche ufficiali a tutti gli effetti, e dopo una denuncia possono farsi mediatrici in sede di conciliazione, o adire le vie giudiziarie oltreché adoperarsi per un profondo mutamento culturale della propria comunità.

“Si tollera che le donne si vedano precludere alcune tipologie di lavori e mansioni, o che al momento dell’assunzione si sentano richiedere se si è sposate o fidanzate, o se pensino di avere un figlio. Non desta nessuna meraviglia che una donna laureata, con master e specializzazioni, faccia carriera meno frequentemente e guadagni meno, o lavori in un call center – aggiunge l’ex Consigliera di parità -. Le lavoratrici conoscono bene le pressioni, più o meno sottili, di datori di lavoro e familiari per indurle a lasciare l’impiego, magari perché ritengono non ce la facciano a tenere il ritmo del doppio “carico”.

Dunque atteggiamenti culturali, stereotipi duri a morire: non c’è da stupirsi che crolli il tasso di natalità, con un’Italia fanalino di coda in Europa”. La strada è ancora lunga, necessita di sentinelle in trincea, giorno dopo giorno, contro le discriminazioni di genere e il rapporto “Pari opportunità e diritto antidiscriminatorio”, costellato di casi concreti (e vertenze vinte), indica la via.

Ti licenzio perché sei in età fertile. Una donna già vittima di mobbing, rientrando al lavoro dopo un periodo di assenza, è stata invitata ossessivamente a rassegnare le dimissioni “vista anche la sua età, rischiosa per l’azienda, perché avrebbe potuto sposarsi e avere dei figli”.

Una gravidanza non può fermare la macchina giudiziaria. 
Un’avvocata incinta aveva chiesto il rinvio di un’udienza per complicanze della gravidanza. Ma la sua domanda è stata rigettata perché “pervenuta tardivamente in cancelleria”. La legale è stata finanche accusata di negligenza professionale. “Una colica non si fa preannunciare” ha polemizzato la Molendini.

Stalking occupazionale. 
Al rifiuto delle lavoratrici di sopportare apprezzamenti del genere “hai un culo da sballo” e “ti faccio diventare donna”, strusciamenti e pacche sui glutei, fanno spesso seguito atti di ripicca, sopraffazione e vendetta. Uno stillicidio di persecuzioni in stile stalking che osserva sempre il medesimo copione e pare non presentare alternative all’auto-licenziamento, passando per la discesa negli inferi della depressione.

Non ci stai? E allora ti pago lo stipendio quando pare a me (e ti calunnio).
Nel 2010 una donna, assistente in uno studio medico, si è rivolta a Serena Molendini raccontandole di essere stata molestata ripetutamente dal suo datore di lavoro. Angherie a sfondo sessuale cominciate due anni prima, quando si stava separando dal marito. La donna respinge al mittente gli approcci e il medico passa al contrattacco. Sa bene che la sua dipendente non naviga in buone acque e prende quindi a retribuirla non più il primo giorno del mese, ma con assegni fuori piazza, accreditati anche quindici giorni dopo. La donna trova però il coraggio di denunciare l’accaduto, e il dottore si vendica contestandole delle presunte inadempienze lavorative. Inoltre l’aggredisce, per futili motivi, di fronte ai pazienti dell’ambulatorio. La segretaria finisce nel gorgo delle strutture pubbliche di igiene mentale che le diagnosticano “uno stato ansioso depressivo reattivo in relazione a problematiche lavorative”, curabili con ansiolitici e psicoterapia. Ma l’azione della Consigliera di parità le garantisce una conciliazione stragiudiziale della querelle, e le restituisce la dignità perduta.

Non ci stai? E io ti perseguito fino a costringerti al licenziamento. 
Un risarcimento per le molestie subite sul luogo di lavoro, per l’avvilimento psichico, lo stato di disoccupazione
subentrato e la conseguente perdita di chance. di possibilità di conseguire vantaggi economici e morali dalla progressione di carriera. È riuscita a ottenerlo un’altra lavoratrice pugliese tormentata a lungo dal suo datore di lavoro, a colpi di mail e sms espliciti. Night and day. Blandizie e ricatti, profferte sessuali e ritorsioni. La donna, rischiando di impazzire, si era licenziata. L’ex Consigliera l’ha salvata.

fonte: http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/09/11/news/hai-figli-stai-per-averne-non-sei-una-lavoratrice-gradita-il-rapporto-choc-1.309424?ref=HEF_RULLO

La voce di un giornalista scomodo – Gianluigi Paragone: Fiero di queste donne. In piazza per lottare, non solo contro l’obbligatorietà dei vaccini!

Gianluigi Paragone

 

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La voce di un giornalista scomodo – Gianluigi Paragone: Fiero di queste donne. In piazza per lottare, non solo contro l’obbligatorietà dei vaccini!

 

La forza delle donne. Non solo contro l’obbligatorietà dei vaccini
In tante città italiane si stanno moltiplicando manifestazioni silenziose di genitori che, armati di fiaccola, sfilano contro la obbligatorietà dei vaccini. La stampa non parla di loro, come non parlò (ilfattoquotidiano.it fu una eccezione) della grande manifestazione di Pesaro. Nemmeno i partiti hanno capito bene come “maneggiare” questo popolo spontaneo. Soltanto i solonisanno tutto di loro e denigrano, offendono, sminuiscono. Ora, perché qualcuno ha alzato la voce e sputato a qualche parlamentare, diventano “la” notizia. Diventano aggressori violenti.

Non ci sto! Qui, se c’è qualcuno che sta esagerando, è il Potere. Ecco perché non solidarizzo con i presunti aggrediti. Di contro, mi permetto di chiedere a questi manifestanti di non cascare nella trappola del Palazzo.

Li chiamano freevax, no vax. Non mi piacciono le etichette perché le etichette servono come scorciatoia per evitare la fatica dell’ascolto e della curiosa conoscenza. Sono solo cittadini animati da quel fuoco – il fuoco delle loro torce – che anima la politica. Già, perché in questi tempi di apatia politica, questo popolo trasversale sta masticando politica. È esso stesso politica. È un popolo che non si omologa, al contrario rivendica e dissente.

La forza di questo popolo è la forza delle mammedelle mogli. Delle donne. Qui non c’è bisogno di creare quote rosa perché queste donne cambieranno i connotati a un politica incapace – insisto perché più che un errore, è il peccato mortale – di ascoltare. Sono mamme cui è sottratto un percorso di convidisione, di confronto. È la Legge che decide, nel solco di un Leviathano che decide senza margine di discussione: ce lo comanda l’Europa, la Finanza, Dio o Allah, la Scienza, il Potere. Ce lo impone il Verbo unico, il Pilota automatico.

Sono orgoglioso di questo dissenso. Che è stato il dissenso delle madri contro la #buonascuola, contro le città inquinatee non più a misura di bimbi. Che è il dissenso contro le sofisticazioni dei cibi, che non sono prodotti alimentari ma solo il frutto di una terra che è donna, Gea. Ci sono le mamme a capo della capillare e silenziosa ostruzione all’obbligo vaccinale fatto con modalità velatamente mercantili. Ci sono le mamme a dire ‘no’ a una scuola pubblica umiliata da un popolo dì precarissimi docenti. E ho visto donne a capo della rivolta dei risparmiatori truffati, due per tutte: Milena Zaggia da Ferrara, che non molla il megafono quando gli altri cominciano a vacillare, e Giovanna Mazzoni, che con il suo campanello non lascia una pausa che sia una alla protesta di cittadini traditi.

Infine ho visto donne rivendicare diritti del lavoro, perché la loro condizione è sempre un piolo sotto nella instabile scala occupazionale.
Fiero di queste donne che si stanno caricando sulle spalle un’altra politica, come fossero l’ecista antico che condurrà i dissidenti in una nuova terra dove seminare un’altra comunità. In tempi di afasia politica, di indifferenza, questa passione mi muove a marciare accanto a loro. Con discrezione.