Lo sfogo di Piercamillo Davigo: “A 25 anni da Mani Pulite, l’Italia è ancora più corrotta… il codice penale è ridotto ad uno spaventapasseri e in cella vanno solo gli sciocchi.”

 

Piercamillo Davigo

 

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Lo sfogo di Piercamillo Davigo: “A 25 anni da Mani Pulite, l’Italia è ancora più corrotta… il codice penale è ridotto ad uno spaventapasseri e in cella vanno solo gli sciocchi.”

Il leader dell’Anm: il codice penale è uno spaventapasseri, in cella vanno solo gli sciocchi. «Il giudice è messo nella condizione di dover scegliere tra rispettare la legge rinunciando a fare giustizia o tentare di fare giustizia forzando la legge»

Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo (foto sopra), ha partecipato ad un forum al Corriere della Sera con il vice direttore Giampaolo Tucci e con i giornalisti Marco Ascione, Giovanni Bianconi, Luigi Ferrarella, Mario Gerevini, Giuseppe Guastella
e Fiorenza Sarzanini. Argomento del dibattito, che si è svolto nella redazione di via Solferino a Milano, il pianeta giustizia a 25 anni dall’inizio dell’inchiesta Mani pulite e in occasione dell’uscita del libro «Il sistema della corruzione» (Editori Laterza) scritto dall’ex pm del pool Mani pulite, ora presidente di sezione in Cassazione.

A 25 anni da Mani pulite, in Italia è cambiato poco o nulla?
«È drammatico quanto poco sia cambiata la situazione e quanto sulla corruzione peggiori la deriva dell’Italia nel panorama internazionale».

Un Paese corrotto?
«A livelli diversi, finalità e modalità diverse. È un Paese che sta morendo. C’è sfiducia, la gente non va più a votare, espatria».

Ci vuole una rivoluzione culturale?
«Bisogna cominciare dalla scuola».

Migliore l’Italia degli anni di Mani pulite?
«L’effetto domino non fu innescato da un sussulto di coscienza civile, ma dal fatto che erano finiti i soldi».

Lei sostiene che per la corruzione ci vorrebbe un doppio binario, come per la mafia.
«Bisognerebbe introdurre alcune delle norme che valgono per i mafiosi».

Ad esempio?
«Un sistema premiale forte e serio e le operazioni sotto copertura».

La corruzione spesso è alimentata da fondi neri esteri, sempre più difficili da aggredire.
«È un problema internazionale. L’assistenza giudiziaria internazionale è un relitto ottocentesco che richiede tempi talmente lunghi, incompatibili con la durata di un processo».

Corruzione «Simonia secolarizzata». Cioè?
«Nella Chiesa c’è il sacerdote che vende cose sacre, nello stato c’è il funzionario pubblico che vende le cose che per lui dovrebbero essere sacre, perché ha giurato fedeltà alla Repubblica».

Il pool Mani pulite ha fatto errori?
«Secondo me, no. Ha fatto quello che poteva. Se non ci avessero cambiato le leggi a partita in corso, saremmo andati avanti. Molte leggi possono avere su il nome dell’imputato».

Forse fino a un’epoca determinata.
«Sì, poi è cambiata la maggioranza e da allora le fanno più sofisticate. Ad esempio, la legge Severino non contrasta la corruzione ma è stata gabellata per una legge che la contrasta».

Monti, il premier di allora, non era sospettabile di essere vicino ai corrotti.
«Quella legge l’ha fatta il Parlamento. Ricordo che il ministro della Giustizia rispose alle obiezioni: “Era il massimo che si potesse fare in quel momento con quelle Camere”».

I vostri rappresentanti dissero che era una buona legge, come nel caso di quella sull’autoriciclaggio. C’è anche un problema vostro?
«Certo che c’è anche un problema della magistratura, ma cerchiamo di capirci, gioca anche molto il modo di fare leggi dovuto all’incompetenza della pubblica amministrazione che, purtroppo, non è più quella di cento fa, fatta di funzionari competenti e con il senso dello Stato. Quando ho incontrato la prima volta il ministro Orlando, gli ho fatto presente che la depenalizzazione che avevano fatto non serviva a niente perché toglieva solo le briciole ma alcuni reati depenalizzati avevano l’effetto non di ridurre il carico di lavoro, ma di aumentarlo. Mi rispose che l’Anm aveva dato parere favorevole, io gli dissi che non sarebbe accaduto più perché avevamo costituito delle commissioni interne».

Ha un giudizio molto negativo sui politici.
«Ce ne sono anche perbene, ma i meccanismi talvolta favoriscono il malaffare».

Cosa ne pensa di chi, come i 5 Stelle, ha introdotto codici interni legati alle inchieste?
«La politica non deve agganciarsi ad atti formali nel giudizio, ma a una valutazione autonoma dei fatti. Si può cacciare uno che è innocente o tenerlo se è colpevole. Sono due valutazione diverse, una è politica, l’altra di giustizia».

Non si introduce così un’inversione del principio di non colpevolezza?
«Non è così. Molte volte non c’è bisogno di aspettare la sentenza per far scattare la responsabilità politica, ma in questo Paese non avviene mai, neanche di fronte ai casi evidenti».

Prendiamo il caso di Roma e della sindaca Raggi, è un caso controverso.
«Premesso che non parlo dei procedimenti in corso, in qualche caso la politica può dire “aspetto di vedere come va finire” o “mi sono fatto un’idea”, ma non può dire sempre “aspettiamo le sentenze”. Significa caricare sulla decisione del giudice la selezione della classe politica».

I politici dovrebbero darsi codici di comportamento?
«Secondo me sì. Basta anche il buonsenso».

Non c’è il rischio di finire nel moralismo?
«Se mi mandano in udienza con un collega che si è saputo che ruba, io non vado perché chi ci vede pensa che siamo uguali. Io non rubo».

L’Anm accoglie pm e giudici. Non le sembra forte dire che il codice di procedura penale è fatto per farla fare franca ai farabutti?
«Il nostro giudice è vincolato da un sistema di inutilizzabilità sconfortante perché una prova acquisita, valida nei confronti di un imputato, diventa inutilizzabile per un altro se è stata acquisita a termini delle indagini preliminari scaduti. Il giudice è messo nella condizione di dover scegliere tra rispettare la legge rinunciando a fare giustizia o tentare di fare giustizia forzando la legge. È inaccettabile. E allora è normale che uno venga arrestato e poi assolto. Se non volevano questo non dovevano scrive il codice così, oppure dovevano dirci di non arrestare più».

Riporta una frase del generale Dalla Chiesa che diceva: che c’è chi parla di manette facili e chi di ingiustizia che assolve. Ingiustizia?
«L’ingiustizia può essere nella legge oltre che negli uomini, se la legge è contraria al senso comune di giustizia, e molte delle norme che applichiamo lo sono. Ora la minaccia del carcere non è credibile perché il codice penale è uno spaventapasseri, da lontano fa paura, quando ci si avvicina appare innocuo. In galera ci va chi è così sciocco da farsi arrestare in flagranza e gli appartenenti alla criminalità organizzata. Gli altri in media ci vanno di meno».

Lei è un giudice, un suo imputato potrebbe avere difficoltà leggendo: «Ne prendiamo pochi e quando li prendiamo vengono condannati a pene esigue che non vengono fatte scontare».
«Nel nostro sistema il rispetto delle regole formali, che il più delle volte non hanno nessuna utilità, vanifica la ricostruzione storica dei fatti. A un certo punto ho lasciato la Procura per fare il giudice in appello, volevo capire come mai le sentenze venissero quasi sempre riformate. Ho visto che era vero quello che mi aveva insegnato un anziano magistrato che diceva che i giudici del tribunale sono come i padri, severi quando è necessario, quelli della Corte d’appello come i nonni, di regola rovinano i nipoti. Dato che su cento ricorsi in appello, 98 sono degli imputati condannati, si cominciano a vedere i problemi solo con una certa ottica e spesso è impossibile resistere alla tentazione di ridurre le pene. Bisognerebbe cambiare anche l’appello».

Solo carcere? E l’esecuzione esterna?
«Dipende dai reati e dal tipo degli imputati».

E stato mai tentato di forzare le regole?
«No. Le ho sempre rispettate, e anche quando ero convinto che l’imputato fosse colpevole l’ho assolto se la prova era inutilizzabile, pensando che era un mascalzone che l’aveva fatta franca».

Un sistema che protegge l’impunità?
«In un sistema ben ordinato, un innocente non deve essere assolto, non deve neppure andare a giudizio perché per lui il processo è una tragedia. I filtri dovrebbero essere all’inizio».

Qual è la priorità?
«La depenalizzazione. Il problema della giustizia è il numero dei processi. O abbiamo il coraggio di dire che va drasticamente ridotto o non se ne uscirà mai. Nel penale basta intervenire con una massiccia depenalizzazione e introdurre meccanismi di deterrenza delle impugnazioni, quelli che ci sono, sono risibili».

La politica invece va su una strada diversa e introduce nuovi reati come l’omicidio stradale.
«Cose prive di senso. Per l’omicidio stradale la pena è talmente alta che tra un po’ a qualcuno converrà dire che voleva ammazzare per rispondere di omicidio volontario».

Che ne dice dei suoi colleghi dell’Anm dell’Emilia Romagna dopo il comunicato sulla decisione del Tribunale del riesame?
«Non lo conosco, non posso sapere tutto».

È stata trovata la decisione di un collegio prima dell’udienza. L’Anm locale ha detto che poi altri giudici hanno confermato la decisione dei primi che si erano astenuti…
«Bisogna distinguere l’ipocrisia dal malcostume. Un giudice diligente non potendo ricordare a memoria decine di processi al giorno, si appunta lo studio che fa. L’ho sempre fatto, ma non firmo gli appunti e non li metto nel fascicolo».

E allora, a cosa serve la discussione?
«Si può cambiare la decisione».

Lei lo fa?
«Quando un avvocato dice cose che non avevo notato, raro, o che mi convincono, cambio opinione perché solo gli imbecilli non lo fanno».

 

 

fonte: http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/17_febbraio_12/piercamillo-davigo-a-25-anni-mani-pulite-l-italia-ancora-piu-corrotta-82184580-f166-11e6-b184-a53bdb4964d9.shtml

Ricordiamo le parole di Piercamillo Davigo: “I politici non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi”

 

Davigo

 

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Ricordiamo le parole di Piercamillo Davigo: “I politici non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi”

Ricordiamo le dure parole di Davigo. Era circa un anno e mezzo fa…

I politici “non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono cose tipo: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”..

Ma non sono soldi loro; sono dei contribuenti”.

Lo afferma al Corriere della Sera,Piercamillo Davigo, presidente dell’Anm, spiegando che “prendere i corrotti è difficilissimo. Nessuno li denuncia, perché tutti hanno interesse al silenzio: per questo sarei favorevole alla non punibilità del primo che parla. Il punto non è aumentare le pene; è scoprire i reati. Anche con operazioni sotto copertura”.

Alla domanda se quindi si ruba più di prima, Davigo spiega: “Si ruba in modo meno organizzato.  La corruzione è un reato seriale e diffusivo: chi lo commette, tende a ripeterlo, e a coinvolgere altri. Questo dà vita a un mercato illegale, che tende ad autoregolamentarsi: se il corruttore non paga, nessuno si fiderà più di lui. Ma se l’autoregolamentazione non funziona più, allora interviene un soggetto esterno a regolare il mercato: la criminalità organizzata“.

Dopo Mani Pulite, prosegue Davigo, “hanno vinto i corrotti, abbiamo migliorato la specie predata: abbiamo preso le zebre lente, le altre sono diventate più veloci”.

A fermare quel pool “cominciò Berlusconi, con il decreto Biondi; ma nell’alternanza tra i due schieramenti, l’unica differenza fu che la destra le fece così grosse e così male che non hanno funzionato; la sinistra le fece in modo mirato. Non dico che ci abbiano messi in ginocchio; ma un pò genuflessi sì”.

Il governo Renzi? “Fa le stesse cose – dice Davigo -. Aumenta le soglie di rilevanza penale. Aumenta la circolazione dei contanti, con la scusa risibile che i pensionati non hanno dimestichezza con le carte di credito”.

Diceva Piercamillo Davigo: “dopo tangentopoli i politici non hanno smesso di rubare, ma solo di vergognarsi” …E infatti questo ce lo ritroviamo puntualmente in Tv a darci le sue lezioni di morale…!!!

Formigoni

 

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Diceva Piercamillo Davigo: “dopo tangentopoli i politici non hanno smesso di rubare, ma solo di vergognarsi” …E infatti questo ce lo ritroviamo puntualmente in Tv a darci le sue lezioni di morale…!!!

Caso Maugeri, per i giudici Formigoni “corrotto con almeno 6 milioni di euro”
Le motivazione della sentenza con cui, tra gli altri, l’ex governatore è stato condannato a 6 anni

«Almeno sei milioni di euro». E’ la cifra, secondo il Tribunale di Milano, corrisposta all’ex governatore Roberto Formigoni tra il 2006 e il 2011 per l’accordo corruttivo, che vide l’erogazione da parte della Regione Lombardia «di 120 milioni di euro e di circa 180 milioni di euro che, nello stesso periodo, venivano erogati alla Fondazione Salvatore Maugeri e all’Ospedale San Raffaele». Un passaggio del provvedimento con cui i giudici hanno motivato la sentenza con cui il politico è stato condannato a sei anni per corruzione per il caso Maugeri.

Formigoni, scrivono, non ha goduto delle attenuanti generiche perché «non è emerso all’esito del dibattimento, alcun elemento di positiva valutazione dei gravi fatti posti in essere dalla più alta carica politica della Regione Lombardia per un lungo periodo di tempo, con particolare pervicacia sotto il profilo del dolo».

L’ex governatore, proseguono i giudici della decima penale, avrebbe agito «con palese abuso delle sue funzioni, con l’ausilio di intermediari, in modo particolarmente callido e spregiudicato, per fini marcatamente di lucro e con grave danno per la Regione e per il buon andamento della pubblica amministrazione».

Secondo i giudici, l’uomo d’affari Pierangelo Daccò e l’ex assessore Antonio Simone, suoi coimputati nel processo, gli avrebbero pagato viaggi di lusso ai Caraibi, vacanze in barca, cene da gran gourmet. «Ingenti capitali», quelli spesi da Daccò e Simone per garantirgli «vacanze in località esclusive, disponibilità di imbarcazioni di lusso, uso di dimore di pregio, un altissimo tenore di vita, cene di rappresentanza e viaggi su aerei privati». Spese giustificate dal governatore come “omaggi e regali” da parte di amici di vecchia data. Ma ritenute dal collegio di giudici presieduto da Gaetano La Rocca «esorbitanti in un qualsiasi normale rapporto di amicizia (sia pure con persone molto facoltose)».

fonte: http://www.lastampa.it/2017/06/20/italia/cronache/maugeri-per-i-giudici-formigoni-corrotto-con-almeno-milioni-di-euro-U3TBHMlHVJ22Inx9pyiHEK/pagina.html

Davigo rinfresca la memoria a chi siede in Parlamento solo per salvare delinquenti: “al di là della legge Severino e della decadenza, Minzolini ha riportato la pena accessoria dell’interdizione dai pubblico uffici quindi non può fare il Parlamentare, NON LO PUÒ FARE!

 

Davigo

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Davigo rinfresca la memoria a chi siede in Parlamento solo per salvare delinquenti: “al di là della legge Severino e della decadenza, Minzolini ha riportato la pena accessoria dell’interdizione dai pubblico uffici quindi non può fare il Parlamentare, NON LO PUÒ FARE!

Video assolutamente da seguire e diffondere. Con poche semplicissime parole Piercamillo Davigo svergogna la nostra classe politica…

GUARDA QUI IL VIDEO

 

Dice in proposito Luigi Di Maio:

Ascoltate e diffondete le parole del magistrato Piercamillo Davigo contenute in questo video. Spiegano benissimo l’irresponsabilità dei parlamentari che hanno salvato Minzolini nonostante la legge lo avesse già condannato. Per me è e rimane un atto eversivo. Ora la parola a Davigo:

“Sul caso Minzolini a parte quello che ha detto la Giunta e su cui non voglio pronunciarmi perché lascerò la presidenza tra pochi giorni e non voglio pregiudicare il mio successore, faccio una considerazione. Al di là della legge Severino e della decadenza, Minzolini ha riportato la pena accessoria dell’interdizione dai pubblico uffici quindi non può fare il parlamentare, non lo può fare! La camera di apparenza nella fattispecie il Senato ha il dovere di dichiararlo decaduto. Va fatto, è successo in altri casi. Non sta a me giudicare se un atto del parlamento è eversivo, dico semplicemente che è in contrasto con la legge, la autonomia della Camere fa si che la misura delle pene accessorie nei confronti di un parlamentare si eseguono comunicando alla Camera di appartenenza l’avvenuta interdizione poi la Camera lo deve dichiarare decaduto. I parlamentari dovrebbero ricordarsi che la Costituzione dice che coloro a cui sono affidate funzioni pubbliche anche quella di parlamentare deve essere adempiuta con disciplina e onore. Il problema è questo, uno interdetto da pubblico ufficio non vota. Quando ci sono le elezioni come cittadino non può votare, lo si tiene in Parlamento a votare le leggi che obbligano tutti noi? A me sembra una cosa nettamente in contrasto.”

L’allarme dei Magistrati: la riforma penale approvata al Senato serve per salvare i corrotti. Più impuniti e processi bloccati! …Ma perchè, avevate qualche dubbio?

 

riforma penale

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L’allarme dei Magistrati: la riforma penale approvata al Senato serve per salvare i corrotti. Più impuniti e processi bloccati! …Ma perchè, avevate qualche dubbio?

 

“Così il governo salva i corrotti: più impuniti, processi bloccati” (Antonella Mascali)

Il magistrato antimafia, autore con Davigo del libro “Giustizialisti” (prossimamente in edicola con il Fatto), critica il ddl penale.

Il segretario dell’Anm Francesco Minisci ieri con il Fatto ha evidenziato che nella riforma penale, approvata al Senato e tornata alla Camera, c’è un limite superiore, rispetto a quello definito dalla Cassazione, per quanto riguarda il trojan, l’intrusore informatico che permette di accendere il microfono di un computer. Il limite è stato ampliato dal governo che ha la delega per i decreti attuativi in materia di intercettazioni.

Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto a Messina, è un magistrato antimafia da sempre in prima linea. Con lui entriamo nel dettaglio per capire le conseguenze sulle indagini: “È indubbio che il governo vada molto oltre nel limitare l’utilizzo dell’intrusore informatico. La Cassazione ha delimitato l’uso per la criminalità organizzata mafiosa, terroristica e semplice, invece, nel ddl penale, l’uso del trojan si prevede esclusivamente per mafia e terrorismo, salvo che si stia compiendo un reato”.

Ci può fare un esempio?

Non potremo più usare, a differenza di oggi, l’intrusore informatico per tutti i reati commessi dai colletti bianchi in forma associata: corruzioni, peculato, truffe. E i casi di questo genere in cui ci imbattiamo sono moltissimi.

Perché il trojan per voi pubblici ministeri e polizia giudiziaria è uno strumento di indagine così importante?

Perché, a differenza dei reati di mafia e terrorismo, dove spesso ci si avvale di collaboratori di giustizia e di altre fonti, in Italia i reati di corruzione e più in generale dei colletti bianchi, sono reati per i quali non esistono né denunce né testimonianze. Quindi, diventa fondamentale la captazione anche attraverso il computer per ascoltare le conversazioni di chi ha commesso questi reati in forma associata.

Anche perché molti corrotti e corruttori hanno imparato a non parlare al telefono…

È proprio così. Possiamo dire che con questo limite presente nel disegno di legge si potrebbe chiudere l’ultimo varco dal quale accedere per avere le prove di molti reati dei colletti bianchi. E questo perché in Italia contro la corruzione non si possono fare operazioni sotto copertura e non c’è, per questo tipo di reati, un regime premiale adeguato nei confronti di chi volesse collaborare. Inoltre, con la delega, il governo impone un altro limite.

Dica.

Non si possono utilizzare le intercettazioni con il captatore informatico se, per esempio, durante un’indagine per mafia, mi imbatto in un altro reato. Si introduce, così, una disparità rispetto alle intercettazioni telefoniche e ambientali che hanno valore di prova anche per altri reati, se un pm li scopre durante uno stesso procedimento.

Se la riforma fosse già stata legge, la sua indagine sui cosiddetti corsi d’oro in Sicilia che fine avrebbe fatto?

Avremmo perso qualche prova perché abbiamo usato il captatore informatico ed era contestato il reato di associazione per delinquere semplice e non mafiosa.

Cosa pensa di questa riforma nel suo complesso?

Rende più difficile il funzionamento della giustizia fino a mettere in ginocchio le procure se si guarda all’obbligo di definire le richieste di rinvio a giudizio o archiviazione entro i 3 mesi dalla fine di un’indagine, pena l’avocazione alle procure generali che hanno molti meno magistrati. Così si sottrae tempo alle indagini più delicate.

Qual è la logica del legislatore?

Una logica non c’è. L’effetto è sicuramente quello di rendere la giustizia impraticabile e i cittadini che la vedranno funzionare ancora peggio se la prenderanno, probabilmente, con i magistrati, sbagliando obiettivo perché i magistrati devono applicare le leggi approvate dal Parlamento.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 20/03/2017.

Davigo: “Vorrei vivere in un Paese dove ci vuole coraggio a fare il delinquente, non a essere onesto”

 

Davigo

 

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Davigo: “Vorrei vivere in un Paese dove ci vuole coraggio a fare il delinquente, non a essere onesto”

 

Davigo: “Politici perbene non siedano vicino ai corrotti”

Il presidente dell’Anm propone incentivi per chi denuncia la corruzione e invita la politica a fare valutazioni autonome rispetto ai procedimenti giudiziari: “Vorrei vivere in un Paese dove ci vuole coraggio a fare il delinquente, non a essere onesto”

“Inasprire le pene serve a poco contro la corruzione, se non si sa a chi darle: prima bisogna trovare i colpevoli e far emergere la corruzione sommersa, in un Paese come l’Italia dove non se ne denuncia praticamente mai”. Il monito arriva dal presidente dell’Anm, Piercamillo Davigo, al convegno dei Cattolici democratici. Per Davigo, “a questo scopo servono incentivi per chi parla, operazioni sotto copertura e ruolo proattivo delle forze di polizia”.

Nessuna vergogna. Ma il presidente dell’Associazione nazionale megistrati lancia anche un appello: “I politici perbene non dovrebbero stare seduti vicino ai corrotti”, ha detto. “Nel 1992 erano molti i politici che si vergognavano di essere stati sorpresi a rubare. Ho detto, ricevendo molte critiche, che oggi in molti continuano a rubare, ma non si vergognano più. Ribadisco che molti lo fanno, che non vuol dire tutti: per distinguere le pecore bianche da quelle nere, bisogna fare i processi”.

E continua: “A qualche politico ho chiesto se si rendeva conto che se continuava a sedersi vicino a un corrotto, i cittadini fossero autorizzati a pensare che siete uguali. Sarebbe meglio dire ‘finché c’è lui, io qui non mi siedo’. E forse allora – ha concluso Davigo – anche chi commette reati tornerebbe a vergognarsene”.

Corruzione come pizzo. Per Davigo, secondo cui “la corruzione della classe dirigente fa più danni della microcriminalità”, “siamo in presenza di un sistema criminale, del tutto simile a quello di Cosa Nostra per la riscossione del pizzo. Per la corruzione in Italia, non si tratta di devianze individuali, si tratta di un sistema seriale, perché tende a ripetere il reato, e diffusivo, in quanto cerca di tirare dentro più soggetti possibile”.

Il ruolo della politica. Il presidente ritiene che “il potere politico compie un errore gravissimo quando, di fronte a episodi di corruzione che riguardano esponenti politici, si limita a dire che occorre attendere che la giustizia faccia il suo corso”. Per Davigo questo tipo di atteggiamento “è una sorta di delega della politica alla magistratura a compiere una selezione della classe dirigente. Ma la politica dovrebbe invece – secondo il presidente dell’Anm – dimostrare una propria, autonoma capacità di valutazione rispetto ai procedimenti giudiziari. Se la politica si avvalesse su questo tema di una sua autonomia di giudizio questo basterebbe a far allentare la tensione, spesso al calor bianco, tra la politica stessa e la magistratura”, ha ribadito Davigo, che ha concluso dicendo che vorrebbe “vivere in un Paese dove ci vuole coraggio a fare il delinquente, non a essere onesto”.

fonte: http://www.repubblica.it/