Con la scusa della fake news tentano ancora di imbavagliare il Web. Ricordiamo la decisa reazione di Milena Gabanelli all’ultimo tentativo dei politici di zittire la Gente libera: “CIALTRONI e incompetenti” !!

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Con la scusa della fake news tentano ancora di imbavagliare il Web. Ricordiamo la decisa reazione di Milena Gabanelli all’ultimo tentativo dei politici di zittire la Gente libera: “CIALTRONI e incompetenti” !!

Milena Gabanelli al Fatto: “Le regole su privacy e diffamazione ci sono già, il problema è la cialtronaggine”

Su diffamazione e privacy “basterebbe applicare le regole, che esistono già. Il problema è che la ‘cialtronaggine’, infilata in tutti i mestieri, fa comodo a tutti”. Così Milena Gabanelli in un’intervista al Fatto Quotidiano. “Un giornalismo autorevole incide sull’opinione pubblica che ha poi il potere di orientare le scelte politiche ed espellere i delinquenti. Se quello italiano ha meno ‘peso’ rispetto a quello statunitense, inglese o nordeuropeo, è perché assomiglia alla sua classe dirigente, e alla fine l’opinione pubblica si fida poco […]. Più delle leggi, è la qualità delle persone a fare la differenza. Non mi pare però che la ‘qualità’ sia l’obbiettivo, in nessun campo”.
Gabanelli critica duramente l’emendamento di Ncd, poi corretto dal governo, che ha cercato di vietare le intercettazioni nascoste. “Come ci si comporta con il politico o l’imprenditore che in intervista ti dice una cosa, e quando pensa che la registrazione è terminata, aggiunge: ‘Adesso che ha spento le dico la verità’? Quella verità va in onda o me la tengo per me? Quell’emendamento – continua l’autrice di Report – avrebbe ‘blindato’ quelli che raccontano una cosa e poi ne fanno un’altra, e incentivato i giornalisti a lavorare per conto delle forze dell’ordine, che non è esattamente il nostro mestiere”.
Secondo Gabanelli, è comunque “inquietante la generale approssimazione con cui vengono scritti emendamenti, che appena diventano noti devono essere corretti”. “Pretenderei maggiore competenza”, aggiunte la giornalista.
fonte: http://siamolagente2016.blogspot.it/2017/03/la-casta-tenta-ancora-di-imbavagliare.html

Scusate, ma non dovevano abolire i vitalizi? Hanno così “tanto da fare” che sono riusciti perfino a rispolverare la questione dell’Inno di Mameli, vecchia di 70 anni. Ma dei vitalizi non se ne parla più!

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Scusate, ma non dovevano abolire i vitalizi? Hanno così “tanto da fare” che sono riusciti perfino a rispolverare la questione dell’Inno di Mameli, vecchia di 70 anni. Ma dei vitalizi non se ne parla più!

Il Pd pensa all’Inno di Mameli, ma dei vitalizi non se ne parla più

La mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali del 2018 ha lasciato tutti amareggiati, non di meno i politici del Pd, i quali hanno ben pensato di riconoscere il “Canto degli italiani” di Mameli come l’inno ufficiale della Repubblica.

È stato provvisorio per 71 anni, ma pur di rallentare e sotterrare il decreto che abolisce i vitalizi dei parlamentari all’ordine del giorno, si è trovato subito il tempo necessario all’approvazione dell’inno di Mameli.

Era lo scorso 25 Luglio, quando Renzi sbatteva in faccia ai 5 Stelle il voto alla Camera che aboliva i vitalizi dei parlamentari, ma da quel momento in realtà niente di fatto è stato portato a conclusione.

La norma è bloccata in Commissione Affari Costituzionali, in attesa di passare al vaglio 224 emendamenti presentati dagli accaniti oppositori, diversi di matrice Pd, 49 del solo Ugo Sposetti, ex tesoriere Ds. Inutile la presentazione da parte dei pentastellati di una richiesta di procedura d’urgenza per accelerare l’iter legislativo, la cui proposta è stata miseramente rifiutata.

Vito Crimi, senatore 5 Stelle e membro della Commissione Affari Costituzionali, rivela: “Per votare i 224 emendamenti presentati basterebbero due giornate di lavoro. Ricordo che la Boccadutri venne votata in Commissione in tre ore. Ma lì si trattava di salvare i soldi dei partiti, qui invece si tratta di togliere soldi ai politici”. Una prova che il bicameralismo perfetto funziona in maniera efficiente quando c’è la volontà dei politici: il decreto, portato al Senato il 10 settembre, diventa legge il 14 ottobre, sbloccando i 45,5 milioni di fondi ai partiti. Un batter d’occhio, se paragonato al tempo richiesto per la norma sui vitalizi.

Che non sia più una priorità lo si deduce anche dai temi affrontati nell’ultima direzione di partito del Pd, in cui si parla di Ius soli e biotestamento, ma dei vitalizi manco l’ombra, sebbene fosse all’ordine del giorno.

E se i parlamentari in questione si difendono imbarazzati a queste accuse, il leader della Lega, Matteo Salvini, attacca nel web: “Per il Pd è più urgente approvare lo Ius Soli rispetto al taglio degli spropositati vitalizi parlamentari. Ma certa gente non conosce la vergogna?”.

 

tratto da: https://www.silenziefalsita.it/2017/11/19/vitalizi/

Ricordate quando la Gabanelli si infuriò di brutto: “ma vi sembra normale che i politici abbiano leggi diverse rispetto ai cittadini comuni?” – Stipendi impignorabili, niente da fare, si tengono stretto l’antico privilegio di una legge del 1965 – respinta la proposta per abolirla!

 

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Ricordate quando la Gabanelli si infuriò di brutto: “ma vi sembra normale che i politici abbiano leggi diverse rispetto ai cittadini comuni?” – Stipendi impignorabili, niente da fare, si tengono stretto l’antico privilegio di una legge del 1965 – respinta la proposta per abolirla!

 

“Ma vi sembra normale che i politici abbiano leggi diverse rispetto ai cittadini comuni?” sbottava Milena Gabanelli alla fine di una delle sue fantastiche puntate di report

Leggi QUI l’articolo

 

Ma non è cambiato NIENTE. Senza pudore, senza vergogna. Si tengono iul privilegio.

Stipendi impignorabili, l’antico privilegio che la casta non molla. La tutela fu accordata nel 1965: respinta la proposta per abolirla

Avete un credito nei confronti di un parlamentare? Metteteci una croce sopra. Perché se il senatore o l’onorevole decide di non saldare il debito, avrà gioco facile ad opporsi al pagamento. La legge, del resto, è dalla sua parte. Grazie ad una norma del lontano 1965, in base alla quale tanto l’indennità mensile (oltre 10mila euro lordi) quanto la diaria spettanti agli eletti di Montecitorio e Palazzo Madama, non possono essere sequestrate o pignorate. Insomma, la busta paga del parlamentare è praticamente intoccabile. Un ulteriore privilegio, rispetto al trattamento riservato dalla legge ai comuni cittadini, che ha resistito, nel corso della legislatura, ad ogni tentativo di debellarlo una volta per tutte.

Difese a oltranza – Mentre infatti al Senato – numeri permettendo – qualcosa potrebbe muoversi nelle prossime settimane sul fronte dei vitalizi, non c’è stato niente da fare per la proposta di legge (pdl) presentata più di un anno fa alla Camera dal deputato di Mdp Gianni Melilla. “La mia pdl è stata unificata con quella presentata dal Movimento 5 Stelle per il taglio dell’indennità dei parlamentari, ma è finita in un nulla di fatto – spiega a La Notizia l’esponente di Articolo 1 –. Poi ho provato a riproporla, sotto forma di emendamento alla riforma dei vitalizi del dem Matteo Richetti”. Ma anche in questo caso il tentativo non ha avuto sorte migliore. “Bocciato ancora una volta – conferma Melilla –. Il motivo? Si è sostenuto che fosse materia riservata ai regolamenti e non alla legge e che quindi occorresse intervenire in sede di Ufficio di presidenza”. Insomma, il privilegio è rimasto. Il regime dell’impignorabilità degli onorevoli stipendi era sopravvissuto, per altro, anche al vaglio di legittimità della Consulta. Che lo ha ritenuto fondato per la necessità di assicurare la salvaguardia del mandato parlamentare nel rispetto dell’articolo 69 della Costituzione (“I membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge”).

Niente da fare – “Ma giustificare ancora oggi questo trattamento di particolare privilegio rispetto a quello riservato ai comuni cittadini è francamente incomprensibile – taglia corto Melilla –. Perché se poteva al limite avere senso nel periodo in cui questa forma di tutela riservata ai parlamentari venne introdotta, per evitare che il pignoramento dei loro emolumenti li privasse dei mezzi di sussistenza pregiudicandone libertà e autonomia, la pesante crisi economica in cui versa il Paese lo rende ormai anacronistico e pesantemente discriminatorio nei confronti di tutti gli altri cittadini”. Contribuendo inoltre, aggiunge ancora il deputato di Mdp, ad alimentare nel Paese “un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni”. Senza contare che “in nessun’altra Nazione dell’Unione europea esiste un’analoga disposizione”, che Melilla bolla, senza mezzi termini, come “irragionevole” oltre che “incompatibile con il principio di uguaglianza fissato dalla Costituzione”. In altre parole, “un’anomalia tutta italiana” che la proposta di Melilla puntava ad eliminare. Ma senza successo. Almeno per questa legislatura. Ci si dovrà accontentare di sperare nella prossima.

fonte: http://www.lanotiziagiornale.it/stipendi-impignorabili-lantico-privilegio-che-la-casta-non-molla-la-tutela-fu-accordata-nel-1965-respinta-la-proposta-per-abolirla/

Ormai non c’è più niente da dire. Senza un briciolo di dignità!

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Voi potete pure crepare sognando una pensione. Loro NO – pioggia di ricorsi della casta contro i tagli ai Vitalizi!

 

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Voi potete pure crepare sognando una pensione. Loro NO – pioggia di ricorsi della casta contro i tagli ai Vitalizi!

Un vitalizio è per sempre.
Pioggia di ricorsi della casta contro i tagli: ecco gli ex deputati in guerra

L’avevano minacciato e alla fine sono passati dalle parole ai fatti. Sono una ventina i ricorsi presentati dagli ex deputati contro la delibera Sereni, dal nome della vicepresidente della Camera del Pd, con la quale dal 1° maggio di quest’anno è stato applicato un contributo di solidarietà triennale sui vitalizi di importo pari o superiore a 70mila euro lordi l’anno. Portando tutto sommato a risparmi risibili: circa 2,5 milioni l’anno, l’1,7% della spesa complessiva che la Camera è costretta a sostenere per pagare le pensioni degli ex eletti. Nella lista ce n’è davvero per tutti i gusti (compresi alcuni senatori che pur non essendo “toccati” dal provvedimento si sono associati). E soprattutto di tutti i colori politici. Perché si sa, quando di mezzo ci sono i soldi non c’è ideologia che tenga. È un “uno per tutti, tutti per uno”. Nessuno dei ricorrenti, molti dei quali assistiti dall’avvocato ed ex parlamentare del Pdl Maurizio Paniz, è infatti intenzionato a mollare un centesimo. Così hanno deciso di andare allo scontro frontale. Sui singoli casi deciderà il Consiglio di giurisdizione della Camera, l’organo giurisdizionale presieduto da Alberto Losacco (Pd) e composto da Antonio Marotta (Alternativa popolare) e Tancredi Turco (Alternativa Libera) che ha il compito di dirimere le controversie fra ex deputati e l’amministrazione di Montecitorio.

Da chi partiamo? Da quello che, a detta di tutti, è considerato l’ispiratore di questi ricorsi, cioè Giuseppe Gargani detto “Peppino”. All’82enne ex parlamentare campano di Dc, Ppi, Forza Italia e Pdl che, elenchi alla mano, percepisce un vitalizio pari a 6.039,96 euro netti al mese, l’applicazione del contributo di solidarietà proprio non è andata giù. Del resto, che la sua posizione sull’argomento fosse questa lo si era capito quando il 26 maggio, in una lettera al Dubbio, aveva bollato la legge Richetti (quella che promette di ricalcolare col contributivo tutti gli assegni di ex parlamentari e consiglieri regionali maturati col retributivo) come “anticostituzionale”, addirittura “un vulnus alla democrazia e alla indipendenza parlamentare”. Nientemeno.

Pagare moneta – Ma Gargani non è che il primo dell’elenco. Nel quale figura un altro volto noto sia della Prima sia della Seconda Repubblica come Giuseppe Calderisi, pure lui detto “Peppino”. Entrato alla Camera per la prima volta nel 1979 col Partito Radicale, Calderisi ne è uscito nel 2013, saltando appena un giro, l’undicesima legislatura (1992/94). I 32 anni a Palazzo gli hanno permesso di maturare – e incassare – un assegno da 5.459,46 euro netti al mese. Ad avercene. Ma niente, pure lui li vuole tutti, senza colpo ferire. Così come Antonio Bargone (Pci, Pds). Le 3 legislature sono valse all’avvocato brindisino, che in carriera ha ricoperto pure l’incarico di sottosegretario ai Lavori pubblici nel primo Governo Prodi e nel primo e secondo Governo D’Alema, un assegno da 3.931,21 euro netti al mese. Un piccolo taglio? Nemmeno a parlarne: così ha fatto ricorso. Sulla stessa lunghezza d’onda gli ex Dc Pietro Rende e Giuseppe Fornasari: tre legislature il primo e 4 il secondo che sono valse loro, rispettivamente, una pensione da 4.041,60 e 5.022,35 euro netti al mese. Che vogliono intascare tutta intera. Pensate che sia finita? Ci dispiace deludervi ma la risposta è no. Nella lista c’è infatti anche Teresio Delfino. Qualcuno se lo ricorderà visto che l’ex deputato centrista originario di Busca (Cuneo), è stato deputato per 6 legislature ma anche sottosegretario sia col Governo D’Alema I (Istruzione) sia con quello Berlusconi II (Agricoltura). Il suo assegno ammonta a 5.819,39 euro netti.

All’attacco – Quello di Giacinto Urso, colonna della Balena Bianca nel ventennio 1963-83, è invece di 5.472,11 euro netti mentre Carlo Felici, altro ex democristiano, sottosegretario all’Agricoltura del Governo Moro V, si deve “accontentare” di 4.499,09 euro netti. E guai a chi glieli tocca. Va meglio invece all’ex Dc e Forza Italia Angelo Sanza (dieci legislature e 5.882,70 euro netti); l’ex Pci-Pds Bruno Solaroli si ferma a 4.954,23 euro netti. Veniamo poi a Mario Gargano (Dc) e Maurizio Bertucci (FI-Udeur). Il primo, classe 1929, originario di Tagliacozzo (L’Aquila), è stato alla Camera fra il 1972 e l’83: tanto è bastato per portare a casa ogni mese 3.931,21 euro netti di vitalizio. La stessa identica cifra che percepisce Bertucci, a Montecitorio fra il ’94 e il 2006. Che dire poi di Mario Tassone (Dc, Udc) e Guido Alborghetti (Pci, Pds)? Per il primo, le 9 legislature a Montecitorio sono valse un vitalizio da 6.073,37 euro netti al mese; per Cursi invece 4 legislature e 4.852,36 euro netti. Anche Elena Montecchi ha una storia di sinistra (Pci, Pds, Ds), ma ciò non è bastato a frenarne la voglia di opporsi alla delibera Sereni, che va ad intaccare il suo assegno da 6.175,04 euro netti maturato tra il 1983 e il 2006. Più o meno lo stesso ragionamento fatto da Alfredo Zagatti (Pds), che per i suoi 9 anni alla Camera mette oggi in tasca 4.006,36 euro netti al mese. Chiudono la carrellata Fulvia Bandoli e Romana Bianchi Beretta. La prima, ex deputata di Sinistra Democratica, è stata a Montecitorio fra il ’94 e il 2008. Il suo assegno? 4.849,28 euro netti al mese. La Bianchi Beretta (Pci, Pds), classe ’44, 4 legislature alle spalle, incassa invece 5.010,50 euro netti. Beati loro.

fonte: http://www.lanotiziagiornale.it/un-vitalizio-e-per-sempre-pioggia-di-ricorsi-della-casta-contro-i-tagli-ecco-gli-ex-deputati-in-guerra/

Ricapitoliamo, povertà in Italia: oltre due milioni senza il cibo in tavola, ma per questa idiota la priorità è “Parificare gli stipendi tra calciatori e calciatrici” – E perchè non parificare gli stipendi della Casta a quelli della gente?

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Ricapitoliamo, povertà in Italia: oltre due milioni senza il cibo in tavola, ma per questa idiota la priorità è “Parificare gli stipendi tra calciatori e calciatrici” – E perchè non parificare gli stipendi della Casta a quelli della gente?

In un Paese dove 2 milioni di persone non possono mettere il piatto a tavola, chi ci governa ha la priorità è “Parificare gli stipendi tra calciatori e calciatrici” …e Voi ancora Vi chiedete perchè stiamo nella merda?

La sottosegretaria alla presidenza del Consiglio dei Ministri, Maria Elena Boschi, ha proposto sui suoi profili social di seguire l’esempio della Norvegia e parificare lo stipendio dei giocatori di calcio, siano essi donne o uomini. L’idea però non è piaciuta a gran parte degli utenti, che ne hanno sottolineato l’inutilità rispetto a ploblemi più urgenti.

La nostra cara “sottosegretaria alla presidenza del Consiglio dei Ministri”, prima di sparare puttanate, dovrebbe leggere questo:

Povertà in Italia: oltre due milioni senza il cibo in tavola

Dall’ultimo rapporto Gli italiani e il cibo. Un’eccellenza da condividere” del Censis, osservatorio indipendente sulle condizioni sociali in Italia, è emerso che sono oltre due milioni le persone nel nostro Paese che non hanno avuto soldi sufficienti per comprare il cibo necessario. Negli ultimi sette anni i numeri sono più che raddoppiati: nel 2007 erano un milione e ciò vuol dire che l’incremento da quando è iniziata la crisi è dell’84, 8%.

Il Rapporto ha evidenziato che Puglia (16,1%) Campania (14, 2%) e Sicilia (13,3 %) sono le prime tre regioni con la quota più alta di persone che vivono in condizioni di disagioalimentare. Il 9,2% delle famiglie italiane, di cui 830 mila con figli minori, non ha accesso al cibo in tavola.  Le spese alimentari sono calate in media del 12,9 % dal 2007 (17,3 % per le famiglie a carico di un operaio e 9,7% per quelle con capofamiglia dirigente o impiegato). Le famiglie con più figli sono quelle in maggiore difficoltà: – 15,6% le coppie con due figli, – 18,2% le coppie con tre o più bambini.

Dalla ricerca del Censis è emerso che gli italiani restano comunque grandi amanti del cibo: 29,4 milioni si definiscono appassionati, 12,6 milioni intenditori e 4,1 milione veri esperti. Per il 17, 9% la cucina made in Italy è motivo d’orgoglio nazionale. La crisi si fa sentire sono in famiglia: nel 2014 le esportazioni sono state di 28,4 miliardi con un 30,1% in più rispetto a cinque anni prima.

Per il presidente del Censis, Giuseppe De Rita “È  fondamentale esportare il modello italiano delle tipicità, non solo i prodotti. Solo così anche le esportazioni delle nostre nicchie saranno più facili. Nella battaglia fra biodiversità e industrializzazione di massa, bisogna puntare sulle scelte individuali: la voglia di diversità è una voglia di democrazia”.

Una situazione a doppia faccia: dal punto di vista culturale ed economico buona, ma scarsa da quello sociale. C’è da dire, inoltre, che i dati forniti sono da prendere con le pinze: qualcuno potrebbe vivere il dramma di non riuscire a sfamarsi, ma non averlo reso pubblico. Visti i dati altalenanti di disoccupazione, che non sembra fornire dinamiche positive, l’ipotesi è più che plausibile. Dal Rapporto del Censis emerge, quindi, che dal punto di vista sociale la strada è ancora tortuosa e che c’è ancora molto da lavorare in Parlamento.

Vincenzo Nicoletti

fonte: http://www.liberopensiero.eu/2017/10/14/poverta-in-italia-oltre-due-milioni-senza-il-cibo-in-tavola/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Quelli che hanno maturato vitalizio dopo 4 anni 6 mesi 1 giorno hanno deciso che gli Noi devremo lavorare 42 anni e 10 mesi per la pensione! Soddisfatti? Ce lo ricorderemo quando andremo a votare?

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Quelli che hanno maturato vitalizio dopo 4 anni 6 mesi 1 giorno hanno deciso che gli Noi devremo lavorare 42 anni e 10 mesi per la pensione! Soddisfatti? Ce lo ricorderemo quando andremo a votare?

15 settembre 2017 – Ci sono arrivati! È scattata al compimento dei 4 anni, 6 mesi e un giorno, la fatidica data in cui i 608 parlamentari (417 deputati e 191 senatori) alla prima legislatura maturano la pensione calcolata con il sistema contributivo: un assegno da 1.000-1.100 euro netti che incasseranno al compimento di 65 anni così come prevede la riforma dei vitalizi approvata nel 2011.

Vi ricordiamo solo che queste carogne sono quelle che hanno stabilito che NOi per andare in pensione ci dovremo fare il culo per 42 anni e 10 mesi…

Ce lo ricorderemo quando andremo a votare?

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Vitalizi, grazie al doppio gioco del Pd l’abolizione salta! Come? C’era qualcuno che veramente credeva che questi parassiti avrebbero mollato l’osso?

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Vitalizi, grazie al doppio gioco del Pd l’abolizione salta! Come? C’era qualcuno che veramente credeva che questi parassiti avrebbero mollato l’osso?

 

Vitalizi, doppio gioco del Pd. L’abolizione salta

Vitalizi. I mal di pancia dei senatori Pd erano stati ampiamente espressi nei giorni scorsi. Ma ora, a dare conferma di un disegno creato con cura per non approvarne l’abolizione, ci sono le parole di Zanda, capogruppo a Palazzo Madama del partito di governo, che tira fuori, per la seconda volta nel giro di poco tempo, l’ipotesi incostituzionalità.

E dire che il suo collega della Camera, Rosato, aveva garantito l’esatto contrario: “Il vitalizio non è una pensione, è un’altra cosa. Ce l’hanno detto nelle audizioni i costituzionalisti. Ci hanno detto: potete farlo”.

Verissimo: il vitalizio non è una pensione, bensì un inaudito privilegio che i cittadini non mandano giù in alcuna maniera. Dunque, in vista della prossima campagna elettorale, quella dell’abolizione di tale privilegio, è una carta che andava giocata ad arte. Un po’ come ha fatto Renzi, inizialmente: “Bisogna evitare che scattino i vitalizi perché sarebbe assurdo e molto ingiusto verso i cittadini”.

Non perfetto, ma discreto, come slogan in vista delle elezioni. Peccato che poi il genio delle frottole sia scivolato sulla sua stessa diplomazia. La battaglia sui vitalizi non andava “regalata” ai grillini. Ma i grillini, egregio “onorevole” Renzi, non hanno ricevuto alcun regalo da voi. Hanno semplicemente mantenuto la parola su questa storia infinita dei vitalizi. Il M5S si è mostrato favorevole all’abolizione, dall’inizio alla fine, dalla Camera fino al Senato. Cosa che il suo partito, egregio “onorevole” segretario del Pd, non ha fatto. Semplicemente perché non manda giù l’abolizione della sicurezza economica a vita. Ha fatto un tentativo, fallimentare quanto insensato, d’illudere i cittadini.

Ma gli italiani, molti almeno, una testa ce l’hanno ed a questi giochetti sono ormai abituati. Rassegnatevi, signori del Pd: sui vitalizi, battaglia persa. Ve li terrete stretti, ma gli elettori se ne ricorderanno alle prossime politiche.

tratto da: https://www.danilasantagata.it/vitalizi-gioco-pd-labolizione-salta-2/

La casta Europea ancora più viscida e schifosa di quella Italiana: per i commissari 250mila euro al mese solo di viaggi. Un volo per Roma di Juncker ci costa 25mila Euro!

 

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La casta Europea ancora più viscida e schifosa di quella Italiana: per i commissari 250mila euro al mese solo di viaggi. Un volo per Roma di Juncker ci costa 25mila Euro!

25.000 Euro per un volo per Roma. Andate sul sito Alitalia: un comune mortale, senza approfittare di particolari offerte, spenderebbe dai 300 ai 350 Euro…!

 

Da Il Fatto Quotidiano:

Unione europea, 250mila euro di viaggi al mese per i commissari. Juncker: biglietto per Roma da 25mila

Niente aerei di linea per i commissari. E i costi lievitano. Gli uffici di Bruxelles li difendono. La portavoce di Mogherini: “Colpa degli aerotaxi”. E la Commissione promuove se stessa: “Siamo trasparenti e controllati”. Ma la ong che ha chiesto i dati ha litigato per tre anni per averli. Ottenendo giusto due mesi di rendicontazione. Ecco la carica degli spendaccioni.

Viste le cifre c’è da temere a ogni decollo. Dopo le polemiche sul burka indossato dalla Mogherini in Iran il ministro degli Esteri della Ue è finita nell’elenco dei politici spendaccioni per via dei viaggi istituzionali. Mica tutti, perché gli unici dati disponibili sono riferiti a gennaio e febbraio del 2016, nonostante la Commissione investita dalle polemiche faccia sfoggio di trasparenza. Un viaggio in particolare, di soli tre giorni, è costato la bellezza di 75mila euro. Era proprio la trasferta di Federica Mogherini a Baku e Yerevan dal 29 febbraio al 2 gennaio e ha stabilito il primato assoluto nelle spese dei Commissari europei contribuendo a far lievitare il conto totale: mezzo milione di euro in due mesi. Un altro aiuto lo ha dato lo stesso presidente Juncker che per una trasferta a Roma ha speso 27mila euro di aerotaxi perché – è la versione degli uffuci di Bruxelles – un volo di linea non si trovava e la riunione era urgente.

Tutte cose che si apprendono ora grazie al lungo lavoro svolto dall’Ong spagnola Access Info, che ha speso 3 anni discutendo con la Commissione Europea su quali e quanti documenti andassero pubblicati. Il risultato è stato la diffusione di una parte delle spese relative a due mesi del 2016. La Commissione si è difesa per la lunga trattativa con la motivazione che “la pubblicazione di questi documenti richiede un carico eccessivo di lavoro” aggiungendo che questa è “l’istituzione più controllata al mondo”, dovendo i Commissari inviare le proprie spese al Parlamento Europeo e alla Corte dei Conti Europea.

Access Info lamenta, invece, che dopo la richiesta di 120 cittadini europei di rendere pubbliche le spese dei viaggi dei Commissari, la Commissione ha preso unilateralmente la decisione di pubblicare, dopo sei mesi, solo il primo bimestre del 2016. Sempre in seguito alla richiesta della Ong spagnola di pubblicare i dati proattivamente, la Commissione ha risposto che non vede “nessun valore aggiunto” dalla diffusione di questi dati che il costo sarebbe “sproporzionato”.

Mogherini a Baku: 77mila euro in 3 giorni
In assoluto la missione più dispendiosa di tutta la Commissione è stata quella di Federica Mogherini tra il 29 febbraio e il 2 marzo 2016. Il costo totale è di 77.118€ per l’Alto commissario e per il suo entourage. Raggiunta dal IlFattoQuotidiano.it, la portavoce di Mogherini, Sabrina Bellosi, ha dichiarato che il costo “è dovuto al noleggio di un aerotaxi”, quindi un volo charter, per effettuare le tratte Bruxelles-Baku, Baku-Yerevan e ritorno a Bruxelles, nonostante sulla nota della Commissione non appaia nessuna dicitura “Air Taxi” vicino alla voce di spesa. “I voli a noleggio vengono utilizzati solo nel caso in cui non ci siano voli di linea o per questioni di sicurezza e risparmio di giorni. Diversamente [Mogherini e il suo staff] avrebbero dovuto allungare la visita” ha continuato la portavoce dell’Alto Commissario, “inoltre il costo comprende anche i costi di tutta la delegazione che si aggirava tra le 6 e le 8 persone, a seconda delle tratte”. Lo stesso aerotaxi non è stato utilizzato per la visita ufficiale in Mozambico e Sudafrica, costo totale 9.265 € di cui 8.863 € di agenzia di viaggio, che denoterebbero, quindi, l’utilizzo di un volo commerciale.

Juncker e quei 27mila euro per un soggiorno a Roma
Per il presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, invece, il viaggio a Roma è stato particolarmente salato: 26.958 euro per due giorni, dal 25 al 26 febbraio 2016, di cui oltre 25.000 euro per l’utilizzo di un aereo charter, denominato “Air Taxi” nella nota spese. Anche qui, la portavoce della Commissione, Mina Andreeva, ha dichiarato che l’uso degli aerei charter “è ammesso solo nel caso in cui i voli commerciali non siano disponibili o gli orari non siano adatti all’agenda dei Commissari”, ma è in ogni caso vero che i voli tra la capitale italiana e quella belga sono piuttosto frequenti in qualsiasi periodo dell’anno con più di 8 voli al giorno. Secondo la portavoce “non ci sarebbero stati voli commerciali disponibili per quei giorni” e “il Presidente ha incontrato il Primo Ministro italiano oltre ad altri personaggi di rilievo.”

Gli altri commissari
Secondo i documenti relativi ai due mesi del 2016, i costi totali di viaggio e di alloggio per le visite dei commissari alle sessioni del Parlamento europeo a Strasburgo, il Forum economico mondiale a Davos e le missioni ufficiali ammontano a 492.249 euro, in media 17.589€ per commissario, con un costo medio per missione di 1886 euro. Le spese per il pernottamento si aggirano regolarmente intorno ai 200 a notte tranne in un caso dove hanno raggiunto i 629.

I Commissari si sono recati in visita 467 volte nel periodo preso in considerazione, pari a otto notti a persona al mese. Günther Oettinger, Commissario per il bilancio e le risorse umane, si è aggiudicato il premio del più viaggiatore con 35 notti trascorse all’estero durante 13 missioni. Proprio Öttinger, per una missione di 11 giorni in Germania e in Svizzera, ha presentato una nota spese di 6984,7€. Un altro spendaccione, se così si può dire, è il Commissario agli aiuti umanitari, Christos Stylianides, che per una visita in Somalia, Turchia e Kenya ha speso 11.030 € per otto giorni, di cui 8.270 di agenzia di viaggio. Circa la metà (5.014 euro), è stata spesa da Margrethe Vestager, Commissario alla concorrenza, per una visita di due giorni a Dubai. Da notare, infine, che molte delle spese fanno riferimento alle sessioni del Parlamento di Strasburgo, rimborsi che spesso si aggirano intorno ai 1.000 euro a Commissario e che, forse, contribuiranno a riaprire il dibattito sulle varie sedi delle istituzioni europee in un’ottica di spending review.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/11/unione-europea-250mila-euro-di-viaggi-al-mese-per-i-commissari-juncker-biglietto-per-roma-da-25mila/3787756/

 

Ferie dei politici: 80 giorni all’anno! Oltre tutta una serie privilegi e trucchetti. La domanda sorge spontanea: ma quando cazzo lavorano?

 

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Ferie dei politici: 80 giorni all’anno! Oltre tutta una serie privilegi e trucchetti. La domanda sorge spontanea: ma quando cazzo lavorano?

Politici italiani tutti al mare, iniziano le ferie estive: quasi 40 giorni di Onorevole vacanza. Tutto fermo fino al 12 settembre. Bella la vita del parlamentare.

Ferie dei politici: Agosto parlamento mio non ti conosco

Ultimi giorni di “lavoro” alla Camera dei deputati che chiuderà serranda venerdì prossimo, 4 agosto, per riaprirli il 12 settembre: 39 giorni di stop. Il Senato, invece, chiude ancora prima, domani sera o al massimo giovedì mattina 3 agosto, per riprendere anch’esso martedì 12. La stessa cosa fanno gli europarlamentari: l’aula di Strasburgo chiude oggi, primo agosto, e riaprirà in seduta plenaria il 15 settembre.

Il politico in ferie tutto l’anno

Ma le ferie dei politici non si consumano solo in estate. Oltre alle vacanze estive, infatti, i nostri parlamentari onorano e santificano ogni festività. Nel 2017 il Palazzo della Casta è rimasto chiuso 18 giorni a Natale e 16 a Pasqua. Ovviamente aggiungiamoci pure qualche ponte comandato. Se poi contiamo anche gli altri giorni in cui l’Aula è rimasta inattiva, si può vedere come dall’inizio dell’anno l’assemblea di Montecitorio è rimasta ferma 82 giorni e quella di Palazzo Madama 77. Sembra un sogno e invece non lo è. Capito, italiani?

Parlamentari furbetti: Anche quando c’è da lavorare si danno malati

Dall’inizio dell’anno i deputati hanno lavorato una media di 4,4 ore al giorno, mentre i senatori 2,5. Questo naturalmente se diamo per scontato che deputati e senatori siano stati tutti presenti a ogni seduta, fatto che non accade mai. A Montecitorio, infatti, la media delle assenze durante i lavori d’aula è il 21,7%, in Senato invece è del 17,5. Le ferie dei politici sono come i rotoloni Regina, non finiscono mai.

Ma quando lavorano i nostri politici?

Non c’è crisi che tenga, il politico alle ferie non può rinunciare. Del resto, l’Italia ha piccoli problemi. Tutto può aspettare, fa troppo caldo per lavorare. Una vergogna italiana che si ripete ogni anno.

Buone vacanze Onorevoli. Per una volta andate in ferie e non tornate mai più.

CASTA – tanto per farvelo sapere, i dipendenti di Camera e Senato si beccano anche la sedicesima, OVVIAMENTE SEMPRE A SPESE NOSTRE…!!

CASTA

 

 

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CASTA – tanto per farvelo sapere, i dipendenti di Camera e Senato si beccano anche la sedicesima, OVVIAMENTE SEMPRE A SPESE NOSTRE…!!

 

CASTA – tanto per farvelo sapere, i dipendenti di Camera e Senato si beccano anche la sedicesima, OVVIAMENTE SEMPRE A NOSTRE SPESE !!

Ebbene si. Mentre per voi comuni mortali la tredicesima è una boccata d’ossigeno per pagare tasse, mutui e debiti, mentre tra voi comuni mortali ci sono dei fortunati che si godono anche la quattordicesima, per loro non è così!

Loro si sono regalati non dico la quindicesima, ma addirittura la sedicesima !!

Tanto pagate voi comuni mortali (leggi i soliti fessi italioti).

ma la casta è la casta e voi non siete un cazzo !!

Il regolamento sul personale del Senato, all’articolo 17 comma 3, la chiama «indennità compensativa di produttività», ma di fatto equivale a una sedicesima mensilità.

Cioè una mensilità aggiuntiva rispetto alle già quindici mensilità di cui si compone lo stipendio dei dipendenti di entrambi i rami del Parlamento. Oltre alle classiche tredicesima e quattordicesima riscosse a dicembre e a giugno, i lavoratori di Camera e Senato incassano infatti la quindicesima: una mensilità il cui importo viene spalmato nelle buste paga di aprile e settembre.

E non è finita qui: la voce è anche «pensionabile» cioè vale anche nel calcolo dell’assegno pensionistico.

Un di più per nulla scontato se si pensa che le altre voci che compongono lo stipendio dei dipendenti del Senato sono rigorosamente «non pensionabili»: dall’indennità di funzione alle altre indennità e forme di incentivazione. Ed anche il regolamento della Camera su questo punto è preciso: le indennità speciali «non sono pensionabili».

Da: http://siamolagente2.altervista.org/casta-tanto-per-farvelo-sapere-i-dipendenti-di-camera-e-senato-si-beccano-anche-la-sedicesima-ovviamente-sempre-a-nostre-spese/