Dell’Utri dal carcere: “Io sono un prigioniero politico”…Ma era più credibile quell’altro “mafioso” che chiedeva una morte dignitosa

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Dell’Utri dal carcere: “Io sono un prigioniero politico”…Ma era più credibile quell’altro “mafioso” che chiedeva una morte dignitosa

Dell’Utri dal carcere tifa larghe intese: “Sarebbe auspicabile un patto nazionale Pd-Fi. Io sono un prigioniero politico”

L’ex senatore di Forza Italia, condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno a Cosa nostra, torna a parlare direttamente da Rebibbia. “Se non ci fosse Berlusconi? L’unica via è Renzi. Sarebbe auspicabile un patto intelligente ma non è possibile: il Paese non lo capisce. I 5 Stelle? Per me sono un mistero”, ha detto l’ex parlamentare intervistato da In Onda

Un governo a larghe intese, nato da un “patto intelligente” tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi? “Sarebbe auspicabile, solo che il Paese non lo capirebbe”. Parola di Marcello Dell’Utri, l’ex senatore e fondatore di Forza Italia, condannato in via definitiva a sette anni di carcere per concorso esterno a Cosa nostra, che è tornato a parlare direttamente dal carcere di Rebibbia. “Io non sono un detenuto come gli altri, ma un detenuto politico, anzi un prigioniero politico: è la parola che più mi si addice”, dice l’ex senatore intervistato da David Parenzo di In Onda su La7.

Il fondatore di Forza Italia ha incontrato il giornalista con due bende ben in vista sulle braccia, frutto di una recente operazione chirurgica. “La mia cardiopatia è incompatibile con la detenzione”, sentenzia Dell’Utri che –  come anticipato dal ilfattoquotidiano.it nel settembre scorso – punta ad ottenere gli arresti domiciliari per motivi di salute: sul suo caso il tribunale del riesame si esprimerà il prossimo 13 luglio.

Intervistato da Parenzo (con il direttore del fattoquotidiano.itPeter Gomez, collegato con lo studio dalla redazione di Milano) Dell’Utri ha parlato di un po’ di tutto, anche del nostro giornale. “Sul Fatto Quotidiano ho fatto una battaglia: non lo vendevano qui in carcere. Ho fatto una domanda alla direzione: non mi hanno risposto. L’ho fatta un’altra volta: anche qui niente.  Non avendo ricevuto risposta ho scritto al direttore del giornale chiedendo d’intervenire. Io non sono un estimatore del Fatto ma un lettore sì“, ha raccontato l’ex senatore spiegando di vedere anche la televisione in cella. “Ho la tv con tutti i canali importanti ma non mi diverte guardarla. Mi piace guardare la pubblicità, che è lo specchio dei tempi”, dice Dell’Utri fondatore ed ex presidente diPublitalia ’80.

Ovviamente l’uomo che fondò Forza Italia nel lontano 1993 continua a seguire la politica anche da detenuto. “Il dibattito politico mi diverte. I 5 Stelle? Non rispondo, per me sono un mistero. Ci sono due partiti: chi non vota e chi vota i 5 Stelle. Come governano? Diciamo che governano è termine generico per loro. Berlusconi è incredibile: non si spezza mai. Se non ci fosse Berlusconi? L’unica via è Renzi. All’inizio l’ho visto bene ma poi ha deluso”, sono alcuni dei concetti espressi da Dell’Utri, che poi ha auspicato un governo a larghe intese.  “Sarebbe auspicabile un patto nazionale intelligente ma non è possibile: il Paese non lo capisce”.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/05/dellutri-dal-carcere-tifa-larghe-intese-sarebbe-auspicabile-un-patto-nazionale-pd-fi-io-sono-un-prigioniero-politico/3710358/

Ancora sotto accusa per associazione a delinquere, è appena uscito dal carcere, ma per lui si spalancano le porte del Parlamento… W L’ITALIA…!!!

associazione a delinquere

 

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Ancora sotto accusa per associazione a delinquere, è appena uscito dal carcere, ma per lui si spalancano le porte del Parlamento… W L’ITALIA…!!!

Laboccetta torna alla Camera 6 mesi dopo il carcere: “Sofferenza finita”. Per i pm è uomo di fiducia di Corallo, re delle slot

L’ex An di nuovo parlamentare dopo le dimissioni di Calabrò (Ap). E’ ancora sotto accusa per associazione a delinquere transnazionale. Di Battista lo affronta nel cortile di Montecitorio: “Se possibile la qualità di questo posto peggiora ulteriormente”. Anche Fratelli d’Italia vota contro il suo ritorno: “La politica ha bisogno di credibilità”

Il ritorno di Amedeo Laboccetta. A meno di un anno dalla fine della legislatura, dopo l’arresto per il caso Corallo, l’ex parlamentare di An torna in Parlamento. Alla Camera Laboccetta – protagonista anche nella storia della casa di Montecarlo di Gianfranco Fini – prenderà il posto di Raffaele Calabrò, fin qui deputato di Alternativa Popolare. L’assemblea ha votato a favore delle dimissioni di Calabrò (268 sì, 115 no) perché è stato nominato rettore dell’università Campus Biomedico di Roma. “Lascio la vita parlamentare con la consapevolezza che non che è vero che tutto è casta – ha detto Calabrò in Aula chiedendo ai colleghi di accettare le dimissioni – ma che sono tanti i colleghi seduti qui che hanno ancora l’idea che un parlamentare sia innanzitutto una persona delle istituzioni, un portatore delle istanze della società civile, del proprio mondo”.

Non è chiaro a quale gruppo si iscriverà Laboccetta, perché come tutti gli ex An è stato eletto nel Pdl. “Io ho sempre praticato la coerenza – dice a Radio Radicale – Sono stato eletto nella precedente legislatura nel gruppo del Popolo delle libertà. E mi sono ricandidato nello stesso gruppo nel 2013. Quindi resto dov’ero”. Laboccetta è stato arrestato il 13 dicembre per l’inchiesta della Procura di Roma su una associazione a delinquere transnazionale che, secondo l’accusa, riciclava i proventi sul mancato pagamento delle imposte sul gioco on line. Laboccetta resta comunque indagato: è ritenuto un uomo vicino a Francesco Corallo, il cosiddetto “re delle slot”. L’ordinanza a suo carico è stata poi annullata dal tribunale del Riesame dopo due settimane.

In un’altra inchiesta, nel 2011, Laboccetta era stato accusato di favoreggiamento e alla fine fu assolto. Nel frattempo però durante una perquisizione della Guardia di Finanza, approfittando del suo ruolo di parlamentare, portò via un pc e così per le fiamme gialle fu impossibile sequestrarlo. Servì la richiesta dei pm, un’istruttoria della giunta per le autorizzazioni e una prima relazione della giunta perché Laboccetta desse – di sua sponte – il pc alla Finanza.

Infine, nei mesi scorsi, è stato decisivo per il coinvolgimento dell’ex presidente della Camera Gianfranco Fini – di cui in passato era stato un fedele sostenitore – nell’inchiesta sulla casa di Montecarlo.

“Io sono una persona molto tranquilla – dice Laboccetta – Vivo la politica da quando avevo 16 anni. Quindi sono anche abituato a momenti di sofferenza. Spero che questi momenti siano terminati. La mia è stata un’esperienza dura“. In merito agli attacchi che potrebbe subire dagli altri gruppi parlamentari per il suo ritorno a Montecitorio, Laboccetta afferma: “Quando sono entrato in Aula, nessuno mi ha detto nulla. Se poi questo succederà nei prossimi giorni ne prenderemo atto”.

Un piccolo assaggio c’è già stato: un confronto con Alessandro Di Battista, deputato dei Cinquestelle. “Noi del Movimento 5 stelle non le mandiamo a dire – racconta Di Battista sempre a Radio Radicale – Quando ho visto Laboccetta (nel cortile di Montecitorio, ndr) gli ho detto che mi sentivo indignato della sua presenza in Parlamento dopo che era stato in carcere. Lui mi ha risposto che queste sono minacce mafiose. E io gli ho risposto che lui evidentemente le minacce mafiose le conosce bene”. Con l’ingresso di Amedeo Laboccetta alla Camera, scrive il gruppo M5s a Montecitorio in una nota, “si riesce a peggiorare ulteriormente la qualità della composizione di questo Parlamento”.

Tra chi ha votato contro le dimissioni di Calabrò per non far entrare in Parlamento Laboccetta è stato il gruppo dei Fratelli d’Italia: “Abbiamo ritenuto necessario – dice Fabio Rampelli, il capogruppo del partito della Meloni alla Camera – garantire a questo Parlamento la massima trasparenza e credibilità di fronte ai cittadini. Auguriamo all’onorevole Laboccetta di risolvere al meglio i suoi problemi giudiziari e riteniamo che solo dopo possa rientrare a Montecitorio senza macchia e, quindi, dalla porta principale”.

tratto da: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/28/laboccetta-torna-alla-camera-6-mesi-dopo-il-carcere-sofferenza-finita-per-i-pm-e-uomo-di-fiducia-di-corallo-re-delle-slot/3694371/

È IGNOBILE – Da Alfano a Mattarella, tutti sul carro del vincitore per Provvisionato libero. Fino a ieri chi lo conosceva? Abbandonato dallo Stato e sparito dai Tg, come altri 3.300 ITALIANI DETENUTI ALL’ESTERO… Finchè qualcuno, chissà come, viene liberato. E allora è un loro trionfo!!

Provvisionato

 

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È IGNOBILE – Da Alfano a Mattarella, tutti sul carro del vincitore per Provvisionato libero. Fino a ieri chi lo conosceva? Abbandonato dallo Stato e sparito dai Tg, come altri 3.300 ITALIANI DETENUTI ALL’ESTERO… Finchè qualcuno, chissà come, viene liberato. E allora è un loro trionfo!!

 

Da Repubblica

Cristian Provvisionato è libero. Alfano: “Sta tornando in Italia”. Mattarella: “Gran risultato”

Detenuto in Mauritania dal 2015 con l’accusa di truffa informatica. Il premier Gentiloni ringrazia il presidente Mohamed Ould Abdel Aziz per la liberazione, “segno dell’amicizia verso l’Italia”. La felicità della madre, il legale della famiglia: “Chiarire i tanti aspetti ancora oscuri”

 

Insomma ora Alfano, Gentiloni, perfino Mattarella… I nostri politici si azzuffano pur di salire sul carro dei vincitori.

Ma fino a ieri chi era Provvisionato? Un assoluto sconosciuto. La sua storia era ben nascosta come quella di altri 3.300 Italiani prigionieri all’estero.

Non ci farebbero una bella figura i nostri politici. Per cui SILENZIO ASSOLUTO. A meno che qualcuno venga liberato. Allora è merito loro, ‘ste carogne!

Ecco uno dei tanti articoli in merito reperiti in Rete (fonte Tpi.it)

I CITTADINI ITALIANI IMPRIGIONATI ALL’ESTERO E DIMENTICATI DALLO STATO

Sono 3.288 gli italiani detenuti all’estero, di cui 2.576 in attesa di giudizio e non sempre si hanno informazioni sul trattamento che ricevono in prigione

prescindere dallo status di colpevolezza o innocenza, esistono dei diritti fondamentali della persona che non possono essere violati. Scendiamo in piazza per lo stato delle carceri italiane e non ci preoccupiamo della situazione degli italiani prigioneri all’estero”. Lo dice a TPI Katia Anedda, fondatrice dell’associazione “Prigionieri del Silenzio” che si batte da oltre otto anni per i diritti dei detenuti in terra straniera.

Il caso del blogger e documentarista Gabriele del Grande trattenuto in Turchia ha riacceso l’attenzione su quegli italiani che, per i motivi più svariati, vengono privati della libertà e rinchiusi nelle carceri di paesi che hanno politiche carcerarie molto diverse da quella italiana.

Il problema principale è che attualmente esistono 3.288 italiani detenuti all’estero, di cui 2.576 in attesa di giudizio. Non sempre si riesce ad avere rassicurazioni circa le loro condizioni e il trattamento che viene riservato loro.

Secondo l’ultimo censimento (giugno 2016 con riferimento al dicembre 2015) del Dipartimento del Ministero degli Affari esteri (Dgit) che si occupa degli italiani all’estero, i nostri connazionali attualmente rinchiusi in prigioni straniere è ripartito tra 687 condannati, 2.576 in attesa di giudizio o con procedimenti di appelli in atto, 34 in attesa di estradizione.

 

Katia Anedda ha iniziato nel 2008 a battersi per i diritti dei detenuti all’estero fondando l’Associazione Prigionieri del Silenzio, dopo che il suo ex convivente, Carlo Parlanti, era stato accusato di stupro e in seguito condannato a 9 anni di reclusione negli Stati Uniti.

“L’associazione è nata dopo che il mio compagno era stato arrestato in Germania per una richiesta degli Stati Uniti. Mi sono ritrovata all’inferno” – racconta Katia – “nemmeno sapevo cosa fosse un consolato e ho avuto moltissime difficoltà a mettermi in contatto con gli avvocati e a ottenere giustizia. Nonostante gli sforzi ci sono voluti più di otto anni che Carlo ha scontato nonostante la sua innocenza”.

La battaglia di Katia ha lo scopo di rendere più agevole il percorso di assistenza legale a queste persone che spesso si trovano in condizione di grande difficoltà.

“Il problema reale delle persone che vengono incarcerate all’estero è la distanza, la lingua spesso complessa da capire e da parlare, l’impossibilità di essere seguiti da un legale di fiducia o di poter comunicare con i propri parenti, i quali, a loro volta, sono costretti a ingenti spese di viaggi e traduttori per non far sentire abbandonati i propri cari”, spiega Anedda.

Non si discute quindi dell’innocenza o della colpevolezza dei detenuti, ovviamente, ma si accende una luce sul modo in cui si guarda a queste persone: “Molto spesso vengono dimenticate perché si pensa con leggerezza che se sono in carcere se lo sono meritato. Non è sempre così, però, e questo non giustifica mortificazioni, eventuali violenze o privazioni della dignità personale”, ripete la presidente.

“Anche quando è stato commesso un reato, la prigione deve togliere la libertà di reiterare l’illecito, ma non deve togliere la dignità o, peggio, infondere la paura di non uscirne vivo: sensazioni che i detenuti provano soprattutto nelle prigioni del Sudamerica, dell’Africa, della California”, precisa Anedda.

Fin quando si ha un parente che è detenuto in una prigione in Europa, la situazione è più semplice da gestire, ma quando la persona si trova nel Sudamerica, negli Stati Uniti, in Africa, inizia ad essere pesante sia dal punto di vista economico che della lingua. Inoltre, diverse ambasciate italiane nel mondo risultano chiuse.

“Non c’è la giusta forza economica da parte del governo e forse nemmeno la capacità di seguire queste persone, non c’è molto interesse”, racconta Anedda, “sembrano troppo spesso lasciati al loro destino perché colpevoli di essere finite in carcere”.

“La famiglia ha difficoltà a interagire con gli avvocati e, d’altro canto, l’ambasciata non è stimolata dalla famiglia ad essere proattiva: se devi capire al meglio la situazione occorrono molti soldi. Io per farlo mi sono fatta un sacco di debiti”, precisa la fondatrice della onlus.

Ma le difficoltà non riguardano solo i familiari, anche gli avvocati che seguono le cause spesso non sanno come affrontare le situazioni giuridiche più controverse, in paesi dove il diritto non è applicato come in Italia: i gradi di giudizio sono diversi ed è difficile controllare l’operato degli avvocati locali a distanza. I consolati non hanno nemmeno la forza economica di essere presenti nelle prigioni, spesso situate lontane dai consolati”, spiega Anedda.

I casi pubblici

Il numero dei cittadini italiani che attualmente stanno scontando una pena in un carcere straniero è molto alto se si considera anche il numero delle persone, amici o familiari, che gravitano intorno al detenuto e che devono seguirne le vicende. Di questi, alcuni casi sono più noti alle cronache dei giornali, altri restano nel buio, spesso per volontà dei familiari che non vogliono esporre alla pubblica gogna i propri cari o che intendono tutelarsi da eventuali ritorsioni.

I casi

Enrico Forti, condannato nel 2000 negli Stati Uniti per omicidio, si è sempre proclamato innocente.

Angelo Falcone e Simone Nobili, due ragazzi che sono stati in carcere tre anni in India con l’accusa di traffico di stupefacenti, sono stati assolti nel 2009. Avevano firmato un documento di autoaccusa in lingua hindi.

Roberto Berardi, imprenditore di Latina, incarcerato in Guinea equatoriale, è stato liberato il 9 luglio del 2015. Dal carcere aveva inviato le foto delle torture subite in prigione.

Carmine Sciaudone in Indonesia

Filippo e Fabio Galassi in Guinea equatoriale

Cristian Provvisionato è stato bloccato in Mauritania dall’agosto 2015 per una presunta truffa informatica subita dal governo locale da alcune società che vendono software-spia. La madre  Doina Coman, il 22 aprile ha iniziato una marcia di 250 chilometri da Siena verso Roma sulla via Francigena per richiamare l’attenzione sul caso del ragazzo trattenuto. “Mio figlio è prigioniero in Mauritania da 20 mesi, il ministero degli Esteri deve fare qualcosa per riportarlo in Italia. Ha perso trenta chili e dal primo maggio scatta lo sciopero della fame. Lo stato si muova per evitare un altro caso Regeni. Un’ulteriore salma da riportare in patria”, ha raccontato ai microfoni della stampa prima di lasciare Siena.

 

L’Italia Paese corrotto? Non si direbbe, visto che in carcere abbiamo solo 228 detenuti per reati finanziari. O forse questa è l’ennesima prova che le carogne che ci governano pensano solo ai cazzi loro ed a fare leggi per evitare la galera?

 

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L’Italia Paese corrotto? Non si direbbe, visto che in carcere abbiamo solo 228 detenuti per reati finanziari. O forse questa è l’ennesima prova che le carogne che ci governano pensano solo ai cazzi loro ed a fare leggi per evitare la galera?

Abbiamo la classe politica più corrotta d’Europa, ma solo 228 detenuti per reati finanziari. Visto come sono bravi a farsi le leggi a cazzi loro? 

L’Università di Losanna e lo stato delle carceri: in Italia lo 0,6 % in cella per crimini contro la Pubblica amministrazione.

Corrotti e corruttori, riciclatori, falsificatori di bilanci ed evasori fiscali anche seriali farebbero bene a trasferirsi in Italia: è difficilissimo finire in cella. Solo lo 0,6 % della popolazione carceraria italiana infatti sconta pene definitive per reati di questo tipo, un abisso rispetto agli altri Paesi dell’Europa occidentale. È uno dei dati conteggiati (al 1° settembre 2014) dall’Istituto di Criminologia e diritto penale dell’Università di Losanna, che ogni anno, per conto del Consiglio d’Europa, fotografa la situazione carceraria di 47 Paesi.

Il professor Marcello Aebi, dell’ateneo svizzero, con altri due docenti, analizzando il sistema penitenziario europeo ha registrato una diminuzione dal 2011 a oggi del sovraffollamento delle carceri: la densità delle carceri è scesa da 96 detenuti ogni 100 posti nel 2013, a 94 nel 2014. Il tasso della popolazione carceraria quindi è diminuito del 7% nel 2014 rispetto all’anno precedente, passando da 134 a 124detenuti ogni 100 mila abitanti.

L’Italia resta uno dei Paesi con le carceri più sovraffollate d’Europa, ma la situazione migliora: si posiziona all’11º posto, con 110 detenuti (nel 2013 erano 148) per 100 posti disponibili nel 2014.

Da 3 a 9 metri quadri per ogni arrestato

Rispetto ai 54.252 detenuti negli istituti penitenziari italiani registrati al 1° settembre 2014, i numeri sarebbero ancora diminuiti: al 28 febbraio 2016 – stando a fonti del ministero della Giustizia – si contano49.504 posti. Sono inoltre 8.796persone detenute in attesa di una sentenza di primo grado. Numeri che entusiasmo il ministro della Giustizia Andrea Orlando che ieri ha twittato: “L’Italia da maglia nera per sovraffollamento carceri diventa modello per altri Paesi. Oggi #Cedu chiude il caso e apprezza nostre riforme”. Il riferimento è alla decisione del comitato dei ministri della Corte europea dei Diritti dell’uomo che proprio ieri ha deciso di chiudere l’esame dei casi Torreggiani e Sulejmanovic, le due sentenze che hanno imposto all’Italia, nel 2009 e nel 2013, stringenti direttive sugli spazi nelle celle, meno di 3 metri quadri a persona.

Nella risoluzione il comitato dei ministri “accoglie con favore la risposta data dalle autorità italiane con l’introduzione di importanti riforme per risolvere il problema del sovraffollamento”. Anche l’indagine “Space I” riporta la superficie in metri quadri destinata a ciascun detenuto, fissandola per l’Italia a 9 metri quadri, contro gli 11della Francia, per fare un esempio.

“Le condanne arrivano
solo in primo grado”

Ma nella relazione dell’Università c’è un dato che spicca: In Italia si va poco in carcere per reati “finanziari ed economici”, voce che – spiegano dal Consiglio d’Europa – comprende anche i detenuti per corruzione e reati contro la Pubblica amministrazione.

Fino al settembre 2014 quindi si contano solo 228 detenuti, con sentenza definitiva, per reati “economici e finanziari”. È appena lo 0,6%. Un numero drasticamente inferiore a quello della Spagna che su 65.931detenuti conta per questi reati 1.789 persone, ossia il 3,1 % della popolazione carceraria. O anche alla Germania dove la percentuale ammonta all’11,8 %.

Il fenomeno, come dice il procuratore aggiunto di Torino Vittorio Nessi, è dovuto a due fattori: la prescrizione per i reati tributari e le pene alternative per tutti gli altri, come la bancarotta. “Sui reati tributari – afferma Nessi – pesa la prescrizione: 7 anni e mezzo sono troppo pochi rispetto ai tempi della giustizia. Nel nostro sistema inoltre con condanne fino a due anni di reclusione si può godere della sospensione della pena; fino a tre anni di reclusione ci sono invece sanzioni alternative come l’affidamento in prova ai servizi sociali. Prevista inoltre come esecuzione della pena anche la detenzione domiciliare”.

Non solo i reati finanziari. Come spiega al Fatto, l’autore dell’indagine “Space I” il professor Marcelo Aebi anche per i reati contro la Pubblica amministrazione, il problema è la prescrizione.

da Il Fatto Quotidiano del 09/03/2016.