Telegraph – L’Eurozona sta diventando una macchina per l’impoverimento dei popoli!

 

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Telegraph – L’Eurozona sta diventando una macchina per l’impoverimento dei popoli!

Il britannico Telegraph pubblica un commento desolante su come l’eurozona si sia (prevedibilmente) tradotta da catastrofe finanziaria a catastrofe sociale, con una proporzione sempre crescente di persone in povertà sia relativa che assoluta. Nel frattempo però nel resto d’Europa questa tendenza è molto più contenuta o spesso opposta, a evidenziare indubitabilmente ciò che la teoria aveva annunciato: l’euro è la singola principale causa di aumento della povertà nel vecchio continente.

 

Traduzione a cura di Grim (@gr_grim)

di Matthew Lynn, 24 ottobre 2016

Le corse agli sportelli sono all’ordine del giorno. I mercati obbligazionari vanno nel panico, e i governi del Sud-Europa necessitano di bail-out [salvataggi economici, NdT] ogni pochi anni. La disoccupazione è schizzata alle stelle e la crescita rimane asfittica, non importa quante centinaia di miliardi di denaro la Banca Centrale Europea stampi ed inietti nell’economia.

Ormai siamo tutti annoiatamente consapevoli di come l’eurozona sia stata un disastro finanziario. Ma ora inizia a diventare evidente che essa è anche un disastro sociale. Quello che spesso viene omesso dalle discussioni sui tassi di crescita, sui bail-out e sull’armonizzazione bancaria è che l’eurozona sta diventando una macchina di impoverimento.

Mentre la sua economia è in stagnazione, milioni di persone stanno cadendo in uno stato di vera e propria deprivazione. I tassi di povertà sono aumentati vertiginosamente in tutta Europa, sia che li si misuri in termini relativi che in termini assoluti, e gli aumenti peggiori si sono verificati all’interno dell’area che adotta la moneta unica.

Non potrebbe esserci un atto d’accusa più scioccante del fallimento dell’euro, o un promemoria più potente che gli standard di vita cominceranno a migliorare solo se la moneta unica verrà sottoposta a riforme radicali, o smantellata.

L’Eurostat, l’agenzia statistica dell’Unione Europea, ha pubblicato da poco le ultime analisi sul numero di persone “a rischio di povertà o esclusione sociale”, confrontando i dati del 2008 con quelli del 2015. Tra i 28 membri dell’Unione, cinque Paesi hanno sperimentato una significativa crescita di questo valore, paragonato con l’anno del crollo finanziario. In Grecia il 35,7% della popolazione rientra in questa categoria, rispetto al 28,1% del 2008. Un incremento di 7,6 punti percentuali. A Cipro l’incremento è stato di 5,6 punti percentuali: ora il 28,7% della popolazione è classificato come “povero”. In Spagna tale valore è aumentato di 4,6 punti percentuali, in Italia di 3,2 punti, e persino il Lussemburgo, difficilmente considerabile un Paese a rischio di deprivazione materiale, ha visto il tasso di povertà salire al 18,5% dal 2008, in aumento di tre punti.

Ma la situazione non è così tetra dappertutto. In Polonia, il tasso di povertà è sceso dal 30,5% al 23%. In Romania, Bulgaria e Lettonia, ci sono state considerevoli riduzioni della povertà rispetto ai valori del 2008 – in Romania, ad esempio, la percentuale e scesa di sette punti, raggiungendo il 37%.

Cosa c’è di diverso tra i Paesi nei quali la povertà è aumentata in modo drammatico, rispetto a quelli nei quali è diminuita? Avete indovinato. Gli aumenti più significativi del tasso di povertà si sono tutti verificati in Paesi all’interno della moneta unica. Ma le diminuzioni sono state tutte nei Paesi al di fuori di essa.

E c’è di peggio. Sono definiti “a rischio di povertà” gli individui che vivono con meno del 60% del reddito nazionale medio. Ma quello stesso reddito medio è crollato negli ultimi sette anni, dato che la maggior parte dei Paesi all’interno dell’eurozona devono ancora riprendersi dalla crisi del 2008. In Grecia il reddito medio è sceso da 10.800 a 7.500 euro all’anno. In Spagna il calo non è stato altrettanto drammatico, ma il reddito medio è comunque sceso da 13.996 a 13.352 euro all’anno. Nella realtà, le persone stanno diventando più povere sia in termini relativi che in termini assoluti.

Ci sono altri tipi di misurazione che rendono lampante il fenomeno. In tutta l’UE, l’8% delle persone sono definite in stato di “grave deprivazione materiale”, il che significa che non hanno accesso a ciò che la maggior parte delle società civilizzate considerano beni di prima necessità – se si mette la spunta a quattro caselle su nove, caselle che includono “non essere in grado di pagare il riscaldamento per la propria abitazione” o “non poter mangiare un pasto a base di carne, pesce o proteine simili almeno a giorni alterni”, o “non avere soldi per un telefono”, allora si ricade in questa categoria.

Sorprendentemente, numerosi Paesi all’interno dell’eurozona stanno cominciando ad essere in testa alle classifiche per questo tipo di misurazioni. La Grecia sta inevitabilmente scalando la classifica, con il 22% della sua popolazione che ad oggi è in stato di “grave deprivazione materiale”, rispetto a al solo 11% del 2008. In Italia, un Paese che vent’anni fa era prospero come qualsiasi altro al Mondo, uno scioccante 11% della popolazione si trova oggi in stato di “deprivazione materiale”, paragonato col 7,5% di sette anni fa. In Spagna il tasso di deprivazione è raddoppiato, e a Cipro è aumentato di più del 50%.

Eppure, se si analizzano i Paesi al di fuori della moneta unica, si scopre che al loro interno quel tasso è sostanzialmente stabile (come nel Regno Unito, ad esempio) o sta diminuendo a velocità di tutto rispetto – nella Polonia attualmente in rapida crescita economica, ad esempio, il tasso di persone in stato di “deprivazione materiale” si è dimezzato negli ultimi sette anni e, al 7,5% odierno, è molto più basso di quello registrato in Italia.

Questo è importante. L’UE si è fissata l’obiettivo di ridurre in maniera significativa i principali indicatori di povertà entro il 2020. Sta fallendo miseramente. Anzi, ancora peggio: sta diventando lampante che una delle sue principali politiche, cioè la creazione dell’euro, assieme ai vari “programmi di salvataggio”, fiacchi e malriusciti che l’hanno tenuto insieme a malapena, è ampiamente responsabile di questo fallimento.

È difficile pensare che esista un’altra spiegazione plausibile per la netta differenza tra il tasso di povertà dei Paesi all’esterno dell’eurozona e quello dei Paesi al suo interno. Perché la Grecia o la Spagna dovrebbero essere in uno stato così drasticamente peggiore di un qualsiasi Paese dell’Est Europa? E perché l’Italia dovrebbe passarsela peggio del Regno Unito, quando i due Paesi si trovavano a livelli di ricchezza sostanzialmente simili durante gli anni novanta? (Gli italiani per un certo periodo addirittura ci superarono come PIL pro capite). Anche in un’economia tradizionalmente di estremo successo come l’Olanda, che non è stata colpita da alcun tipo di crisi finanziaria, si sono registrati grossi incrementi sia della povertà relativa che di quella assoluta.

Infatti non è difficile capire che cosa sia successo. In primo luogo, un sistema valutario disfunzionale ha strangolato la crescita economica, facendo crescere la disoccupazione a livelli precedentemente impensabili. In seguito, dopo che alcuni Paesi sono andati in bancarotta e hanno avuto bisogno di aiuti finanziari, l’UE, assieme alla BCE e al FMI, ha imposto pacchetti di austerità che hanno drasticamente tagliato welfare e pensioni. Con queste premesse, non c’è da sorprendersi che la povertà sia aumentata.

Nei mercati finanziari ci si concentra all’infinito sullo stato dei sistemi bancari all’interno dell’eurozona, sulla crescita dei deficit di bilancio o sui rischi della deflazione e dei disastrosi effetti che essa potrebbe causare sui prezzi delle attività finanziarie. Ma, in ultima analisi, la crisi finanziaria non è così importante. Ad essa si può rimediare con i bail-out, o stampando più denaro. E anche se non fosse possibile, ciò significherebbe semplicemente che alcune banche o fondi d’investimento si troveranno in cattive acque.

Ma il fatto che i livelli di povertà stiano crescendo ad un ritmo così veloce in quelle che un tempo erano Nazioni floride è scioccante. E non c’è alcuna avvisaglia che questa crescita stia rallentando – in alcuni Paesi come la Grecia o l’Italia, la crescita della povertà sta addirittura accelerando. Quelli che una volta erano Paesi estremamente poveri (come la Bulgaria) o Paesi a reddito medio (come la Polonia), stanno rapidamente sorpassando quella che una volta era considerata l’Europa sviluppata.

Non potersi permettere un telefono o un pasto a base di carne per tre giorni alla settimana non è affatto divertente. Ma, grazie all’euro, è questo il destino di milioni di europei – ed esso non cambierà finché la moneta unica non verrà smantellata.

 

fonte: http://vocidallestero.it/2016/10/25/telegraph-leurozona-sta-diventando-una-macchina-per-limpoverimento-dei-popoli/

Su tutti i giornali – Gentiloni: “Migranti, in sei mesi arrivi diminuiti del 69%, Italia a testa alta”. Ma nessuno parla dell’accusa di Amnesty International: “Tortura in Libia, l’Italia è complice”…! E questa sarebbe la “testa alta”?

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Su tutti i giornali – Gentiloni: “Migranti, in sei mesi arrivi diminuiti del 69%, Italia a testa alta”. Ma nessuno parla dell’accusa di Amnesty International: “Tortura in Libia, l’Italia è complice”…! E questa sarebbe la “testa alta”?

Un rapporto di Amnesty International riferisce che i governi europei continuano a sostenere attivamente un “sofisticato sistema di abuso e sfruttamento di rifugiati e migranti” da parte delle autorità libiche. Amnesty sostiene che i paesi dell’Unione, in particolare l’Italia, siano “consapevolmente complici della #tortura e degli abusi su decine di migliaia di rifugiati e migranti detenuti in Libia”, poiché essi forniscono supporto tecnico al Dipartimento libico per la lotta alla migrazione illegale (DCIM), responsabile della gestione dei centri di detenzione: in tali centri rifugiati e migranti sono, nella maggior parte dei casi, arbitrariamente e indefinitamente detenuti ed esposti a torture e altre gravi violazioni dei diritti umani.

Come riportato dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, l’11 settembre di quest’anno, si parla di “uccisioni extra-giudiziarie, schiavitù, tortura, stupro, tratta di esseri umani e fame”.

La tortura nel mondo e in Libia

A partire dalla “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani“, il sistema giuridico internazionale proibisce la tortura. Ciò nonostante essa persiste e si è anzi perfezionata fino ad avvalersi di tecniche sempre più sofisticate. E dopo l’11 settembre 2001, nel nome della cosiddetta “guerra al terrorismo“, la tortura è stata praticata anche in molte democrazie occidentali: un esempio è il tentativo dell’esecutivo statunitense di erodere, tramite una lettura restrittiva, la portata del divieto di tortura al fine di legittimare almeno forme di tortura lite o di interrogatorio coercitivo a carico dei sospetti terroristi.

La critica si rivolge soprattutto ad alcuni giuristi ai quali Jeremy Waldron, docente universitario neozelandese di giurisprudenza e filosofia, addebita di aver alimentato un clima favorevole a quelle pratiche brutali sui prigionieri in AfghanistanIraq e a Guantanamo Bay che hanno destato scandalo nel mondo occidentale. Il movente della tortura è il più delle volte il desiderio, da parte dell’autorità-torturatore, di carpire informazioni dal prigioniero-torturato: in tale scenario rientrano ovviamente i sospetti terroristi citati precedentemente. Di tutt’altro genere però sembra essere la tortura che si protrae in Libia a discapito di chi non riesce a partire o viene intercettato dal DCIM prima dello sbarco: in questo caso non si tratta di scoprire le strategie di un nemico, ma semplicemente di annichilire e deumanizzare ulteriormente chi viene avvertito dai più non come un essere umano (e pertanto portatore di una dignità intoccabile), ma come un mero oggetto, inutile e fastidioso.

Da ciò avviene in automatico la reiterazione delle stesse pratiche, condannate dall’umanità da anni, di deumanizzazione delineate dalla Arendt in “Le origini del totalitarismo” nel 1948: distruzione della personalità giuridica(ovvero ledere i diritti civili della persona), annientamento della personalità morale (distruggendo ogni convinzione e ogni distinzione tra bene e male nella vittima) e infine la distruzione della personalità individuale (animalizzando i prigionieri, trasformandoli in numeri, rendendoli massa anonima).

Cosa potrebbe accadere se usciamo dall’Euro? Ce lo spiega l’Islanda che senza Euro si è liberata della crisi ed ora ha un PIL che cresce del 3% l’anno !!

 

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Cosa potrebbe accadere se usciamo dall’Euro? Ce lo spiega l’Islanda che senza Euro si è liberata della crisi ed ora ha un PIL che cresce del 3% l’anno !!

C’era un paese che aveva nei confronti delle potenti banche estere un debito di diversi miliardi, pari a decine di migliaia di euro di debito a carico di ciascun cittadino! Le banche creditrici, appoggiate dal governo, hanno proposto misure drastiche a carico dei cittadini, che ciascun cittadino avrebbe dovuto pagare con tasse e/o minori servizi, qualcosa come 100 euro al mese per 15 anni! I cittadini sfiduciarono il governo, si fece strada l’idea che non era giusto che tutti dovessero pagare per errori e ruberie commessi da un manipolo di banchieri e politici, decisero poi di fare un referendum che con oltre il 90% dei consensi stabilì che non si dovesse pagare il debito.
Nazionalizzarono quindi le banche (prima private) che avevano portato a questo disastro economico e, tramite Internet, decisero di riscrivere la Costituzione (prevedendo anche che l’economia fosse al servizio del cittadino e non viceversa). Per riscrivere la nuova costituzione vennero scelti dei cittadini che dovevano essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30 persone e NON AVERE LA TESSERA di ALCUN PARTITO!Chiunque poteva seguire i progressi della Costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. Sembra una favola vero? Ma non lo è affatto!
Nonostante tutto, a sentire i parassiti di Bruxelles la decisione dell’Islanda di rimanere fuori dall’Unione Europea sarebbe un errore colossale visto che tale rifiuto condannerebbe i cittadini islandesi a decenni di povertà, declino e bassissima crescita economica, ma per loro sfortuna la matematica non è un’opinione e i dati recentemente rilasciati dall’istituto di statistica islandese danno un quadro completamente diverso.
E così mentre i paesi dell’area euro sono ancora impantanati in una recessione senza fine, per quest’anno l’economia islandese è destinata a crescere del 2.7%, nel 2015 del 3.3% e tra il 2016 e 2018 la crescita annua dovrebbe oscillare tra il 2.5 e il 2.9%.
A trascinare tale crescita è l’aumento dei consumi privati che quest’anno dovrebbe salire del 3.9% e del 4% nel 2015 per poi mantenersi al 3% annuo fino al 2018.
Quindi, mentre gli italiani sono costretti a rinunciare anche all’acquisto di beni essenziali come pasta e pane, i cittadini islandesi possono permettersi di spendere qualcosina in più – si fa per dire, vero? – visto che non devono sottostare ai diktat della BCE e della Merkel.
Però c’è anche un altro motivo dietro alla crescita dei consumi, ed è legato alla decisione del governo islandese di condonare parte dei mutui detenuti dalle famiglie islandesi.
Infatti, come sopra citato,subito dopo la bancarotta delle tre principali banche islandesi il governo decise nazionalizzare queste banche e ridurre parte dei mutui ad esse dovute – tagliando di molto gli interessi sui prestiti concessi – così da dare un pò di ossigeno alle famiglie islandesi colpite dalla crisi.
Tale decisione all’epoca fu fortemente criticata dalle agenzie di rating – e dalle banche straniere che perdevano lauti “guadagni” usurai – ma i politici islandesi se ne sono altamente fregati e adesso gli effetti benefici di tale decisione cominciano a farsi sentire.
Quello che sta succedendo in Islanda è un esempio da manuale su come vada gestito un paese per farlo uscire dalla crisi finanziaria, ma ovviamente la stampa di regime italiana ha censurato questa storia perché la verità dà fastidio ai parassiti di Bruxelles e ai loro burattini del governo Renzi, ad iniziare dal ministro dell’Economia Padoan.
by Eles
fonte: http://siamolagente2016.blogspot.it/2017/03/cosa-potrebbe-accadere-se-usciamo.html

 

Dell’Utri, il vescovo Mogavero: “Se sta male disumano negargli il calore di una famiglia” – Ok, ora qualcuno chieda al monsignore perchè non ha parlato quando, solo quest’anno, ne sono morti 112 in carcere. Forse se uno non ha soldi e non è colluso con la mafia non è umano, ma una bestia?

 

Dell'Utri

 

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Dell’Utri, il vescovo Mogavero: “Se sta male disumano negargli il calore di una famiglia” – Ok, ora qualcuno chieda al monsignore perchè non ha parlato quando, solo quest’anno, ne sono morti 112 in carcere. Forse se uno non ha soldi e non è colluso con la mafia non è umano, ma una bestia?

 

Da Repubblica.it:

Dell’Utri, il vescovo Mogavero: “Disumano negargli il calore di una famiglia.

Il delegato Cei per il dialogo interreligioso: “Nessuno ci ha guadagnato a far morire Riina in carcere. La clemenza è sempre un atto di umanità”. 

“La grazia per Marcello Dell’Utri la si può certamente chiedere per le sue condizioni di salute, poi tocca però al Presidente della Repubblica concederla o meno. Ma negargli il calore di una famiglia, pur con tutte le garanzie di legge, nelle sue condizioni di salute, a me sembra davvero disumano”. Lo ha detto monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e vescovo delegato per il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale siciliana, parlando delle condizioni di salute dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, al quale il Tribunale di sorveglianza ha negato la sospensione di pena per potersi curare. “Se devo dirla tutta – aggiunge il prelato – io avrei voluto che anche Totò Riina potesse morire tra i suoi cari in casa, perché nessuno ci ha guadagnato nulla a farlo morire detenuto: Secondo me ci abbiamo perso in umanità. Perché la clemenza è sempre un atto di umanità e l’umanità è sempre superiore a qualsiasi ricerca di vendetta, comunque la si rivesta: di legalità o intransigenza”. Di avviso opposto l’arcivescovo emerito di Palermo, il cardinale Salvatore Romeo:  “Chi sono io per sostituirmi a un giudice? Le leggi si rispettano e si applicano, anche quando non ci piacciono. Credo che le procedure e le decisioni dei giudici del Tribunale di sorveglianza siano state adeguatamente documentate”.

Il dibattito è nato dopo la decisione del Tribunale di sorveglianza che ha negato la scarcerazione all’ex senatore: Dell’Utri ha annunciato, tramite i suoi legali, lo sciopero della fame e delle cure. “Preso atto della decisione del Tribunale che decide di lasciarmi morire in carcere – ha detto – ho deciso di farlo di mia volontà adottando da oggi lo sciopero della terapia e del vitto”. Ieri Forza Italia ha chiesto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di concedere la grazia all’ex senatore.

Adesso, per monsignor Mogavero, “il giudice non ha una possibilità di eludere la norma che per lui è vincolante ma ci sono margini discrezionali anche nell’applicazione della norma. Le norme non sono una ghigliottina che taglia e basta, ma i giudici hanno sempre una forma interpretativa che permette di giostrare il rigore della norma con qualche ‘escamotage’, chiamiamolo così. Spetta all’intelligenza del giudice trovare il modo per applicarla senza evidenziarne l’aspetto del rigore estremo. Chi conosce la legge, sa bene che la legge stessa lo consente”. E ricorda: “Io sono stato nel Tribunale ecclesiastico – dice – E so che il rigore della dottrina a volte può esser coniugato con una interpretazione che guardi più al bene della persona, anziché all’affermazione teorica del primato della legge”.

Monsignor Mogavero, poi, rilancia: “Il carcere non è una vendetta. Se perdiamo di vista che il carcere serve non a vendicare la pubblica opinione per un fatto grave che l’ha colpita, ma serve per mettere in condizione, chi ha violato le leggi, di capire il male che ha fatto, e incamminarsi per un percorso di riabilitazione, se perdiamo di vista questo, allora le carceri ci sono e devono essere dure per tutti. E non devono aprirsi se non a conclusione della pena con il massimo del rigore. Se, invece, ci rendiamo conto che il carcere è un luogo di pena ma è anche un luogo dove ci sono delle persone e non dei mostri, o delle belve, perché nessuno è belva, neppure chi si è macchiato del delitto più grave”. Il vescovo ha un’opinione netta:  “Io, come uomo, dico che il carcere è un luogo terribile. Non so se tra quelli che hanno atteggiamenti oltranzisti siano mai entrati in un carcere. Io rimango molto colpito, ad esempio, dal rumore terribile delle chiavi che girano. E poi – aggiunge – i volti dei detenuti sono i volti delle persone che incontriamo tutti i giorni. E quando li vedo partecipare a messa o quando li sento parlare alla fine della messa, mi rendo conto che è una umanità ferita che ha bisogno di amore e non di sferzate continue”.

 

fonte: http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/12/09/news/dell_utri_mogavero_apre_alla_grazia_disumano_negarli_il_calore_di_una_famiglia_-183569745/

Altro che aumento dell’aspettativa di vita: in miseria, senza sanità e schiacciati dal lavoro schiavista, gli italiani muoiono sempre più. Renzi e i suoi complici ci stanno uccidendo!

 

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Altro che aumento dell’aspettativa di vita: in miseria, senza sanità e schiacciati dal lavoro schiavista, gli italiani muoiono sempre più. Renzi e i suoi complici ci stanno uccidendo!

 

Analisi. Picco di decessi nel 2017, sfida per il welfare e la società.
Sotto accusa i sistemi sanitario e di welfare, incapaci di garantire adeguata assistenza.

A fine 2015 si è attirata l’attenzione, proprio da queste colonne (Avvenire 11 dicembre 2015), sul sorprendente incremento del numero di morti che andava concretizzandosi nel corso dell’anno, fornendo anticipazioni su una realtà allarmante che avrebbe poi trovato conferma ufficiale nel bilancio demografico diffuso dall’Istat all’inizio del 2016. ‘Attenti ai morti’, titolava il fondo di allora, e chiudeva invitando a una riflessione sulle cause dell’inatteso picco di mortalità sia la comunità scientifica, sia il mondo della politica, della pubblica amministrazione e del welfare. «Diamo ascolto a questo rialzo, accogliendolo come evento straordinario» – si scriveva allora – «perché vorremmo tanto che restasse tale».

A distanza di due anni, e alla luce dei nuovi dati che vanno emergendo, non ci sembra tuttavia di poter affermare che quel nostro auspicio abbia avuto realmente seguito. Dopo aver assistito a un 2016 caratterizzato da un confortante ribasso del numero dei decessi, ma semplicemente per via di quello che gli esperti definiscono un ‘rimbalzo tecnico’ – dopo una stagione in cui cadono in abbondanza le foglie più secche, l’albero ne ha meno da perdere nella stagione successiva – ecco che il rialzo della mortalità si ripresenta puntualmente. Dalle statistiche dei morti nei primi sette mesi del 2017 (secondo quanto già disponibile da fonte Istat) prende corpo la convinzione che l’anno che sta per concludersi ci chiederà ragione del non aver sufficientemente affrontato quei segnali di debolezza, già evidenti due anni fa, relativi a un sistema sanitario che tende sempre più a far pagare il prezzo della sfida sulla sostenibilità dei costi soprattutto a chi è più fragile, economicamente e sul fronte delle reti sociali e familiari.

Tra gennaio e luglio del corrente anno le statistiche segnalano 389.133 decessi, un valore che supera di 28.174 unità quanto registrato nei primi sette mesi del 2016. Su base annua, qualora l’aumento sin qui osservato (+8%) dovesse trovare conferma nel bilancio demografico finale, in tutto il 2017 si conterebbero 663.284 morti, con un incremento di ben 48 mila casi rispetto allo scorso anno e circa 16 mila in più rispetto al dato del 2015, a suo tempo indicato come il valore più alto mai riscontrato dal secondo dopoguerra. Tra l’altro, si tratta di un livello di mortalità che, combinandosi con l’ulteriore verosimile caduta del numero di nati (stimati in circa 4 mila in meno rispetto al record di minimo dello scorso anno), porterebbe l’Italia ad avere nel 2017 un saldo naturale negativo – più morti che nati – che giunge a sfiorare la soglia simbolica delle 200 mila unità.

È ben vero che nel determinare la crescita dei decessi gioca un ruolo importante il continuo invecchiamento demografico, tuttavia valutando nel 2017 l’ipotetico aumento del numero di morti dovuto al solo cambiamento nella struttura per sesso ed età della popolazione si arriva a spiegarne poco meno della metà (circa 21 mila casi). Che dire degli altri 27 mila in più? D’altra parte, se è indubbio che negli ultimi anni si è assistito a un generale miglioramento dello stato di salute della popolazione italiana – con un aumento dell’aspettativa di vita, una minor incidenza della morbosità e un impatto positivo sulla qualità degli anni vissuti – è anche vero che non tutti i cittadini hanno beneficiato e beneficiano tuttora allo stesso modo di questi progressi. Continuano infatti a persistere importanti differenze in termini di salute e di mortalità entro i diversi gruppi sociali. Mentre chi dispone di buone condizioni economiche, possiede un elevato livello di istruzione, risiede in aree non deprivate si caratterizza per un profilo generalmente più sano e vede ridursi, anche nelle età più avanzate, il rischio di morte, sul fronte opposto si collocano milioni di soggetti che vivono in condizioni di fragilità. Una fragilità che va spesso formandosi e accentuandosi col progredire dell’età e che, se non adeguatamente contrastata, finisce col risultare letale.

In ultima analisi, si ha l’impressione che i 27 mila morti in più – quelli non giustificabili con l’invecchiamento della popolazione – contabilizzati nel corso del 2017, siano la logica conseguenza di un atteggiamento e di una cultura (anche politica) distratta dall’illusione che sul piano sanitario tutto possa andare sempre e comunque nel segno del progresso. Ma il picco di mortalità del 2015 non è stato un fatto episodico. È stato solo un primo segnale, inascoltato, del nuovo corso di una sanità alle prese con la crescente difficoltà nel sostenere, purtroppo con risorse limitate, una popolazione sempre più anziana, entro cui i soggetti fragili si riformano instancabilmente. I dati statistici del 2017 confermano l’avvio di una sfida impegnativa e dall’esito incerto. Una sfida che potremo vincere solo chiamando all’appello il contributo di tutte le componenti della nostra società e solo se sapremo dare priorità e valore al principio e agli attori della solidarietà.

tratto da: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/un-nuovo-record-di-morti-lallarme-va-preso-sul-serio

L’ultima carognata del Pd di Renzi: vietato pagare gli stipendi in contanti. Perché le loro amiche Banche devono essere padrone dei soldi degli italiani!

 

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L’ultima carognata del Pd di Renzi: vietato pagare gli stipendi in contanti. Perché le loro amiche Banche devono essere padrone dei soldi degli italiani!

 

Stipendio, addio contanti: pagamento solo con bonifico.

Pagamento stipendio solo con bonifico: sarà vietato pagare le retribuzioni dei lavoratori in contanti, a disporlo è la legge Di Salvo approvata dalla Camera.

Stipendio solo con bonifico o altri mezzi di pagamento tracciabili: è questo il perno della Legge numero 1041 dell’Onorevole Di Salvo approvata dalla Camera.

Nuove regole per i datori di lavoro, per i quali viene introdotto il divieto di pagamento degli stipendi in contanti al fine di evitare la cattiva pratica di false buste paga e minacce di licenziamento.

La nuova legge passa ora al Senato; le norme, si ricorda, non sono ancora in vigore poiché è necessaria l’approvazione definitiva e la pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale.

L’obbligo di pagare lo stipendio a mezzo di bonifico bancario o postale è un passo importante per la tutela dei lavoratori, sia se assunti con contratto di lavoro subordinato che impiegati in forma di collaborazione o assunti come soci di cooperative.

Cosa prevede la legge e quali sono gli obblighi e le regole che dovranno rispettare i datori di lavoro? Ecco le novità e le regole circa l’obbligo di pagamento a mezzo bonifico.

Stipendio, addio contanti: pagamento solo con bonifico

Il pagamento delle retribuzioni dovrà avvenire esclusivamente mediante mezzi tracciabili e la firma della busta paga non costituirà più prova dell’avvenuto pagamento degli stipendi.

È questo il fulcro della legge n. 1041 a firma dell’on. Titti Di Salvo che la Camera ha approvato il 15 novembre 2017.

La nuova normativa della legge in materia di “Disposizioni in materia di modalità di pagamento delle retribuzioni ai lavoratori” attende ora l’approvazione definitiva al Senato prima della sua entrata in vigore.

Verosimilmente, a scanso di particolari difficoltà, la legge potrebbe essere approvata già entro la fine dell’anno, entrando così in vigore a partire dal 2018.

Cosa cambia per i datori di lavoro? Nuove regole e controlli, per evitare il fenomeno di false buste paga, di lavoratori pagati meno di quanto previsto da CCNL e di minacce di licenziamento.

Pagamento stipendio con bonifico, nuove regole per i datori di lavoro

Tutti i datori di lavoro titolari di partita IVA dovranno, dal momento dell’entrata in vigore della legge, effettuare il pagamento delle retribuzioni esclusivamente tramite bonifico bancario e postale.

All’articolo uno della proposta di legge approvata dalla Camera si legge che:

“La retribuzione ai lavoratori (e ogni anticipo di essa) può essere corrisposta dal datore di lavoro solo attraverso un istituto bancario o un ufficio postale con uno dei seguenti mezzi (comma 1):

  • accredito diretto sul conto corrente del lavoratore;
  • pagamento in contanti presso lo sportello bancario o postale;
  • emissione di un assegno da parte dell’istituto bancario o dell’ufficio postale consegnato direttamente al lavoratore o ad un suo delegato in caso di comprovato impedimento, che si intende verificato quando il delegato è il coniuge, il convivente o un familiare, in linea retta o collaterale, del lavoratore, purché di età non inferiore a sedici anni.”

Dal momento dell’entrata in vigore delle nuove regole il pagamento dello stipendio in favore di qualsiasi tipologia di lavoratore assunto come dipendente o collaboratore non potrà più avvenire a mezzo di assegni o contanti.

Stipendio in contanti solo per lavoratori domestici

Le nuove norme prevedono alcune esclusioni: saranno esonerati dall’obbligo di pagare lo stipendio con metodi tracciabili i datori di lavoro non titolari di partita Iva, i rapporti di lavoro domestico e quelli che rientrano nella sfera applicativa dei contratti collettivi nazionali per gli addetti a servizi familiari e domestici.

In sintesi, i datori di lavoro domestico potranno continuare a pagare colf, badanti e baby sitter in contanti, in quanto tale tipologia di rapporto di lavoro rispetta ambedue i requisiti previsti, ossia assenza di partita Iva e tipologia di lavoratore retribuito.

Gli obblighi del datore di lavoro

L’articolo 2 della legge stabilisce quali sono gli obblighi del datore di lavoro o committente del co.co.pro. al fine di rispettare le nuove norme sui pagamenti degli stipendi a mezzo bonifico.

Innanzitutto viene previsto che il datore di lavoro dovrà inserire, nella comunicazione obbligatoria fatta al centro per l’impiego, gli estremi dell’istituto bancario o dell’ufficio postale che provvede al pagamento della retribuzione (ovvero una dichiarazione di tale istituto o ufficio attestante l’attivazione del canale di pagamento a favore del lavoratore).

L’annullamento dell’ordine di pagamento potrà essere effettuato solo inviando alla banca o all’ufficio postale indicato nella comunicazione obbligatoria, una copia della lettera di licenziamento o di dimissioni del lavoratore o del prestatore d’opera, fermo restando l’obbligo di effettuare tutti i pagamenti dovuti dopo la risoluzione del rapporto di lavoro.

In caso di trasferimento dell’ordine di pagamento ad altro istituto bancario o ufficio postale, deve darne comunicazione scritta, tempestiva ed obbligatoria, al lavoratore (tale trasferimento non può comunque comportare ritardi nel pagamento della retribuzione).

Sanzioni per i datori di lavoro che pagano lo stipendio in contanti

Pesanti sanzioni per i datori di lavoro che non rispetteranno la nuova legge. Nel caso di pagamento dello stipendio in contanti e non tramite metodi tracciabili, il datore di lavoro o committente sarà sottoposto a sanzione amministrativa pecuniaria:

  • da 5.000 euro a 50.000 euro, in caso di violazione dell’obbligo di provvedere al pagamento della retribuzione attraverso un istituto bancario o un ufficio postale attraverso uno dei mezzi indicati;
  • pari a 500 euro, in caso di violazione dell’obbligo di comunicazione al centro per l’impiego competente per territorio degli estremi dell’istituto bancario o dell’ufficio postale.

Il testo della nuova legge, approvata dalla Camera, passa ora all’esame del Senato per la conclusione dell’iter legislativo che precede l’entrata in vigore delle nuove regole.

 

 

tratto da: https://www.informazionefiscale.it/stipendio-in-contanti-addio-pagamento-bonifico-legge-regole-novita

Incredibile – Forse non lo sapete, ma il Governo ha deciso di regalare i nostri dati personali, in particolar modo quelli sanitari, alle Multinazionali. Il tutto a nostra insaputa, senza avvertirci e senza consenso!

 

dati personali

 

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Forse non lo sapete, ma il Governo ha deciso di regalare i nostri dati personali, in particolar modo quelli sanitari, alle Multinazionali. Il tutto a nostra insaputa, senza avvertirci e senza consenso!

Due articoli inseriti di soppiatto nella legge europea 2017 regalano i nostri dati sanitari alle multinazionali. Tutti i dettagli della nuova normativa

I nostri dati sanitari sono probabilmente quanto di più personale, privato abbiamo. Eppure per il nostro governo diventano una merce di scambio con le multinazionali. Malgrado i dubbi della Commissione europea e del Garante per la Privacy, compare in questi giorni una norma che regala – senza il nostro consenso – i dati sensibili sullo stato di salute degli italiani a chiunque ne faccia richiesta.

Una norma approvata in maniera urgente (entra in vigore tra pochi giorni) e nel completo segreto. Per capire le ragioni dietro questa frettolosa approvazione, facciamo un salto indietro di qualche tempo, a quando Matteo Renzi annunciava un importante accordo con Ibm. Senza dire che si trattava di un accordo siglato sulla pelle dei cittadini.

L’antefatto: i dati sanitari dei lombardi “regalati” senza consenso

Tutto è partito dal governo guidato da Matteo Renzi. L’ex premier andava a marzo 2016 in ‘missione’ negli Stati Uniti, per siglare un importante accordo con la Ibm, la multinazionale americana che vende prodotti e servizi informatici. Entusiasti, i giornali italiani plaudevano all’accordo, che avrebbe portato un “polo d’eccellenza della ricerca internazionale” in Italia.

Di cosa si tratta? Ibm ha deciso di installare a Milano, nell’area che ha ospitato l’Expo, un sistema di cognitive computing, chiamato Watson Health. La piattaforma raccoglie ed elabora i dati sanitari delle persone, ‘imparando’ da essi, e aiutando medici, ricercatori e assicuratori a “migliorare la capacità d’innovazione”. L’obiettivo finale, spiegano da Ibm, è di “migliorare la salute e la vita dei cittadini”.

Ma cosa ha voluto la multinazionale in cambio di questo grande ‘favore’? Questo i giornali italiani, a marzo 2016, non lo dicono. Lo ha rivelato a febbraio di quest’anno Il Fatto Quotidiano:

«Nel documento “confidenziale” Ibm che il Fatto quotidiano ha potuto vedere, si legge:

“Come presupposto per realizzare il Programma ed effettuare l’investimento, Ibm (incluse le società controllanti, controllate, affiliate o collegate, ove necessario) si aspetta di poter avere accesso – in modalità da definire – al trattamento dei dati sanitari dei circa 61 milioni di cittadini italiani (intesi come dati sanitari storici, presenti e futuri) in forma anonima e identificata, per specifici ambiti progettuali, ivi incluso il diritto all’utilizzo secondario dei predetti dati sanitari per finalità ulteriori rispetto ai progetti».

In pratica, nell’accordo siglato da Renzi, i nostri dati sanitari diventano merce di scambioIbmsbarca a Milano e come contropartita riceve i nostri dati sensibili. A partire da quelli di tutti i lombardi.

Lo stop della Regione e del Garante

Una volta appresa la notizia, la Regione Lombardia ha dichiarato di aver interpellato il Garante della Privacy per capire se fosse lecita tale cessione dei dati sanitari di milioni di persone. Il Garante, a sua volta, ha dichiarato di aver interpellato la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Regione Lombardia per capire i contorni precisi dell’accordo.

La risposta? Troppo generica, secondo il Garante. In pratica, spiegano dall’organo di vigilanza, “in assenza di un progetto dettagliato da parte della Regione Lombardia, il Garante non può esprimere alcuna valutazione sulla liceità del trattamento che sarà effettuato. Ad oggi, non sono neanche chiari i ruoli della Regione e della stessa IBM rispetto al trattamento dei dati sanitari della popolazione della Lombardia, né su quali basi giuridiche IBM avrebbe accesso a questi dati.

Pare infatti che l’Accordo siglato tra Ibm e governo Renzi sia ancora in fase embrionale. “Un atto di intenti”, spiegano ancora dal Garante, “molto generale che necessita per il suo sviluppo di successive specificazioni operative”.

In sostanza, il governo italiano ha deciso unilateralmente di promettere 7 milioni di dati sanitari dei lombardi a una multinazionale straniera senza nemmeno chieder conto all’organo preposto alla vigilanza in tema di privacy.

Il Garante, in ogni caso, ha dichiarato a ottobre che “allo stato non risulterebbero trasferiti i dati dei cittadini lombardi”. Ma chi può dirlo in questa fase caotica in cui nulla è chiaro e i rappresentanti istituzionali non dialogano efficacemente tra loro?

La vicenda è finita intanto anche in Parlamento. Pierpaolo Vargiu, eletto con Scelta Civica, oggi nel gruppo Misto, ha presentato a maggio un’interrogazione scritta alla Camera, con destinatario il Ministero della Salute, per far luce sulla vicenda. Ad oggi, dopo più di 6 mesi, non è pervenuta alcuna risposta.

Dati sanitari alle multinazionali: arriva la norma

Bypassando il Garante della Privacy. Ignorando l’interrogazione parlamentare. Facendosi scivolare addosso persino una lettera della Commissione europea (Direzione generale Concorrenza), che si è detta preoccupata dall’accordo, per via di possibili discriminazioni lesive nei confronti dei concorrenti Ibm.

Facendo orecchie da mercante, il governo se ne infischia e decide di andare avanti. Dando la possibilità a chiunque di accedere ai dati sanitari di tutti gli italiani, non solo dei lombardi.

La notizia è arrivata da poche ore: a sorpresa, sulla Gazzetta Ufficiale del 28 novembre, sono stati introdotti due articoli alla cosiddetta “legge europea 2017” che modificano le norme relative al Garante della Privacy. Secondo gli esperti, uno dei due articoli concede il riuso dei dati sanitari delle persone a fini di ricerca e statistici, “in modo estremamente generico e permissivo”.

Basterà ora una generica autorizzazione da parte del Garante della Privacy per consegnare nelle mani delle multinazionali dati e informazioni sensibili sulla salute degli italiani. Senza che al cittadino venga concessa la possibilità di dare il proprio consenso informato. E anzi: il cittadino non verrà nemmeno avvisato dell’utilizzo di tali dati.

Tra l’altro, la norma entrerà in vigore a stretto giro: il 12 dicembre, tra 6 giorni. Come mai tanta rapidità? Come mai, poi, le nuove norme non sono state sufficientemente pubblicizzate?

Come spiega Repubblica, infine, ci sono dubbi anche sulla cosiddetta anonimizzazione. E cioè: chi rende anonimi i dati sanitari raccolti e utilizzati? La risposta è: non si sa. La nuova norma, infatti, non chiarisce se sia lo Stato a dover effettuare l’operazione oppure un soggetto privato. Se non sono le amministrazioni pubbliche ad anonimizzare i dati, vuol dire che le aziende destinatarie delle informazioni possono vederle in chiaro quando vogliono.

Il Grande Fratello della sanità: un pericolo per la democrazia

Sulla nuova norma si scagliano personalità di spicco sul tema della privacy e della tutela della riservatezza delle persone. Andrea Lisi, avvocato, esperto di diritto dell’informatica, spiega:

«Non si comprendono le ragioni di tanta urgenza nel fare questa legge. Se non pensando ai grandi interessi di tutte le multinazionali tecnologiche nei confronti del mercato dell’intelligenza artificiale, nutrito dai dati personali dei cittadini».

Anche Francesco Pizzetti, ex Garante della Privacy, oggi docente ordinario di Diritto Costituzionale, elenca i propri dubbi sulla nuova legge:

«Tra qualche giorno sarà possibile dare, per scopi di ricerca scientifica o statistici, tutti i dati degli italiani, con la sola tutela di un’autorizzazione da parte del Garante Privacy prevista in modo troppo generico dalla norma. La norma non prevede infatti il diritto dell’utente a essere informato né ad accedere a questi dati. Vincola l’autorizzazione del Garante solo al fatto che i dati siano anonimizzati e che sia rispettato il principio di minimizzazione dell’utilizzo. Ossia che siano usati solo quelli che servono per quella ricerca scientifica».

In conclusione, possiamo dire che il governo italiano ha ancora una volta dimostrato di essere debole con i forti (le multinazionali) e forte con i deboli (noi, comuni cittadini). Per chiudere un accordo che non si sa bene chi beneficerà (in realtà lo sappiamo benissimo), non esita a calpestare i nostri diritti. E quando le norme ostacolano la strada ai grandi capitali stranieri, non basta far altro che cambiarle, di nascosto. Non sia mai che i cittadini se ne accorgano.

fonti:

-http://www.repubblica.it/economia/2017/12/05/news/dati_sanitari_alle_multinazionali_senza_consenso_passa_la_norma-183005262/

-http://www.terranuova.it/News/Salute-e-benessere/I-nostri-dati-personali-nelle-mani-delle-multinazionali

-https://www.ambientebio.it/salute/dati-sanitari-ibm-multinazionali/

Cerchiamo di chiarirci le idee: secondo Libero il problema dell’Italia è “Spelacchio”, l’albero che “imbarazza” la Raggi. Nessun imbarazzo, invece, per l’appunto di Falcone su BERLUSCONI CHE DAVA SOLDI ALLA MAFIA! E qualcuno si chiede ancora perchè siamo nella m..da fino al collo?

 

Libero

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Cerchiamo di chiarirci le idee: secondo Libero il problema dell’Italia è “Spelacchio”, l’albero che “imbarazza” la Raggi. Nessun imbarazzo, invece, per l’appunto di Falcone su BERLUSCONI CHE DAVA SOLDI ALLA MAFIA! E qualcuno si chiede ancora perchè siamo nella m..da fino al collo?

 

Un grande esempio di giornalismo:

Il titolone – “Spelacchio”, l’albero che imbarazza la Raggi.

Continua Libero – Spelacchio, l’abete di Piazza Venezia, è l’immagine plastica dell’incapacità grillina. In rete non si parla d’altro. Non è un abete qualsiasi, è un tormentone, un mantra, è lui il protagonista indiscusso delle Vacanze Romane in versione natalizia.

Grandioso! Un vero esempio di giornalismo! Loro sì che hanno capito i problemi di questa povera Italia.

Giusto dare risalto all’albero che è stato DONATO al Comune di Roma.

Mica cazzatelle come quella che è stato ritrovato l’appunto di un Magistrato fatto saltare in aria dalla mafia, tale Giovanni Falcone, che si annota che un certo Silvio Berlusconi pagava cosa costra…

Sono cazzatelle queste. D’altra parte ancor più grave di dare soldi alla mafia è dare soldi a giornali di merda!

Leggete e rendetevi conto:

Da Libero:

“Spelacchio”, l’albero che imbarazza la Raggi

Da Antimafia:

Berlusconi, soldi e boss mafiosi negli appunti di Falcone

…E qualcuno si chiede pure perchè siamo nella merda!

 

 

Ricapitoliamo: grande clamore dei media per “Spelacchio”, l’albero che “IMBARAZZA” la Raggi (albero di Natale ricevuto in DONAZIONE). NESSUN IMBARAZZO, invece, per gli alberi per i quali il sindaco Pd SALA è indagato. E parliamo di una TRUFFA da TRE MILIONI di Euro!

Spelacchio

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Ricapitoliamo: grande clamore dei media per “Spelacchio”, l’albero che “IMBARAZZA” la Raggi (albero di Natale ricevuto in DONAZIONE). NESSUN IMBARAZZO, invece, per gli alberi per i quali il sindaco Pd SALA è indagato. E parliamo di una TRUFFA da TRE MILIONI di Euro!

 

Ridono per un albero ricevuto IN DONAZIONE AL COMUNE DI ROMA, e stanno zitti sulla TRUFFA DI CIRCA TRE MILIONI DI EURO per la quale è indagato il sindaco SALA DEL PD DI MILANO !

Queste non sono fake news, sono molto peggio ! Voi come le chiamereste ?

Vedi:

Expo, il sindaco Sala indagato anche per turbativa d’asta per la maxi-gara sugli alberi strapagati alla Mantovani

 

 

Non fatevi prendere in giro da Pietro Grasso, leader dell’ennesimo “nuovo” partito di sinistra. È quello che dichiarò avrebbe dato “un premio speciale a Silvio Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia”… Figuratevi…


DKPcIrvX0AAmZ6W - Copia

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Non fatevi prendere in giro da Pietro Grasso, leader dell’ennesimo “nuovo” partito di sinistra. È quello che dichiarò avrebbe dato “un premio speciale a Silvio Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia”… Figuratevi…

 

 

Pietro Grasso leader dell’ennesimo “nuovo” partito di “sinistra”… Liberi e Uguali
Per non dimenticare: parliamo dello stesso Grasso che dichiarò a La Zanzara che avrebbe dato “un premio speciale a Silvio Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia”!
Lo stesso Berlusconi che ha fondato un partito con Dell’Utri che è in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa?

rinfrescatevi la memoria:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-05-13/grasso-darei-premio-speciale-144153.shtml?uuid=Abi030bF
https://www.youtube.com/watch?v=NMlMC2ANv8M

 

Salvatore Borsellino su Piero Grasso e Silvio Berlusconi – La Mafia dell’Antimafia