Quanto manca a una guerra tra Stati Uniti e Corea del Nord?

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Quanto manca a una guerra tra Stati Uniti e Corea del Nord?

Un vero conflitto è stato ritenuto a lungo improbabile se non impossibile, ma il vento sta cambiando, per il peggio.

Una guerra tra Stati Uniti e Corea del Nord provocherebbe decine di migliaia se non centinaia di migliaia di morti, comporterebbe il pericolo di un intervento cinese, porterebbe in prima linea i trentamila soldati americani dislocati nella Corea del Sud, potrebbe rendere inevitabile il ricorso ad armi nucleari per la prima volta dopo Hiroshima e Nagasaki e modificherebbe per molto tempo gli equilibri dell’area e i cruciali rapporti tra Washington e Pechino. Per questo, malgrado i test missilistici e atomici di Pyongyang e la «guerra delle parole» tra Kim Jong-un e Donald Trump, un vero conflitto è stato ritenuto a lungo improbabile se non impossibile.

Il vento cambia (in peggio)

Ma il vento sta cambiando, per il peggio. Esperti qualificati e diplomatici coinvolti nella crisi, ai quali il Corriere ha avuto accesso in diverse capitali, concordano nel ritenere che il punto di non ritorno si stia avvicinando ad una velocità pari a quella dei progressi nord-coreani nella sperimentazione degli ICBM (missili intercontinentali) e nella messa a punto di testate nucleari miniaturizzate. In realtà nessuno vuole la guerra, spiegano i nostri interlocutori, e meno di tutti la vuole Kim Jong-un che conosce bene la debolezza del suo Paese e punta sulla minaccia nucleare soltanto per ottenere uno status capace di proteggerlo da rovesciamenti di regime patrocinati dagli Usa (o dalla Cina). Ma tra non molto la tecnologia militare prevarrà sulle tattiche. Quando la Corea del Nord sarà effettivamente in grado di colpire con armi nucleari il territorio metropolitano degli Usa (e non soltanto Guam), l’America non potrà tollerare un simile rischio e «dovrà» attaccare le basi sotterranee che nascondono l’arsenale missilistico e atomico di Pyongyang. Quanto manca a questa Ora X? Pochi mesi, forse meno. E le sanzioni economiche contro Pyongyang non saranno in grado di fermare l’orologio. È per questo che politici, esperti e diplomatici sono impegnati in una corsa contro il tempo che è diventata una «corsa contro la guerra» . Il tentativo, a buon punto almeno sulla carta, è quello di fissare i parametri di un possibile accordo negoziale di compromesso tra Washington e Pyongyang utilizzando i buoni uffici di altri Paesi e, forse, anche un dialogo diretto ancora avvolto nel mistero.

Il caso Tillerson

Il Segretario di Stato statunitense è in visita a Pechino, il 30 settembre scorso. Ai giornalisti, nella sorpresa generale, confida che gli Usa stanno sperimentando «canali di comunicazione multipli e diretti con Pyongyang». Canali che non passano dalla Cina. Il giorno dopo, il presidente Trump mette in rete un tweet nel quale elogia le buone intenzioni di Tillerson ma gli dice anche che sta perdendo tempo. L’ultimo capitolo è del 15 ottobre scorso: Rex Tillerson, scrive una agenzia internazionale, dichiara che Trump non crede che il dialogo diplomatico con Pyongyang sia tempo perso. Caos all’interno dell’Amministrazione, oppure contatti per ora inconfessabili? La seconda ipotesi è la più verosimile.

Il formato negoziale

Chi ci sta lavorando ritiene che un negoziato anti-guerra dovrebbe prendere la forma di una conferenza regionale che poi regionale non sarebbe. Corea del Nord, Corea del Sud, Giappone e Cina. Ma ovviamente anche gli Stati Uniti. E la Russia, che pur avendo soltanto un piccolo confine con la Corea del Nord vuole avere un ruolo nella crisi per diventare influente in Asia dopo esserlo diventata in Medio Oriente. E ancora l’Europa, che potrebbe aver facilitato i canali di cui parla Tillerson. Dove, non importa (forse in qualche collaudata sede europea, come Ginevra o Vienna). Purché si cominci in tempo per congelare eventuali propositi bellici.

Il compromesso

Naturalmente è la parte più delicata del progetto, anche perché nessuna delle due parti in conflitto (Usa e Corea del Nord) accetterebbe di perdere la faccia. Bisogna partire, dice chi se ne occupa, dalle esigenze minime e indispensabili. Per gli Usa, si tratta per prima cosa di escludere che i vettori nord-coreani possano raggiungere il territorio metropolitano. Ma anche Guam andrebbe protetta in un nuovo patto di sicurezza regionale, e anche la Corea del Sud, e il Giappone. Per Kim Jong-un la chiave è una garanzia credibile che metta al riparo se stesso e il suo regime da colpi bassi. E Pyongyang vuole incrementare la sua importanza regionale, così come vuole proseguire (perché questo accade già) nel miglioramento dell’economia. La Cina vuole sicurezza e stabilità, la Russia vuole esserci. Lo scambio, allora, potrebbe prendere questa forma. La Corea del Nord accetta di fermare la ricerca e i test degli ICBM, e di distruggere quelli esistenti. Gli Usa non sarebbero più raggiungibili. Pyongyang conserva però un arsenale nucleare regionale che già possiede e che ha già inciso sugli equilibri dell’area. Inoltre, a tutela di Guam, dei Paesi alleati degli Usa, ma anche a garanzia contro le paure di Kim Jong-un, viene concluso un trattato di sicurezza regionale che esclude l’uso della forza e i cambiamenti di regime dall’esterno. E cancella le sanzioni. Garanti anche militari del rispetto del patto sono Cina e Russia, oppure soltanto la Cina, oppure ancora Cina e Usa. La riunificazione coreana sarà incoraggiata. La presenza americana nel Sud sarà ridotta ma non eliminata. Il Giappone non disporrà di armi nucleari.

Incognite che restano

Ammesso che si arrivi a tanto, dovranno essere risolte alcune questioni «accessorie» ma fondamentali. Prima fra tutte quella delle verifiche. Come potranno gli Usa verificare che la minaccia degli ICBM non esista più? Forse dovrà accontentarsi delle ispezioni cinesi se Pyongyang le accetterà, oppure di quelle dell’Onu. Qualcuno a Washington non sarà contento. Ma in questo arduo cammino negoziale, che potrebbe anche non riuscire ad avanzare, ogni passo va paragonato all’ormai incombente pericolo di una guerra di certo catastrofica ma ancora oggi imprevedibile nella reale portata delle sue conseguenze umane e strategiche. Ora il rullo di tamburi comincia ad avere una alternativa di pace, e la novità non è di poco conto.

fonte e articolo intero:

http://www.corriere.it/esteri/17_ottobre_29/washington-pyongyang-quanto-manca-all-ora-x-649b2c30-bc1c-11e7-b9f3-82f15d252a79.shtml

Quanto manca a una guerra tra Stati Uniti e Corea del Nord?ultima modifica: 2017-10-29T10:44:21+00:00da eles-1966
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